al Professor Vincenzo Musacchio sulle scarcerazioni dei boss mafiosi

Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, associato della School of Public Affairs and Administration (SPAA) presso la Rutgers University di Newark (USA). Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise e Direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

Fiore: Professor Musacchio, i diritti sono validi anche per i mafiosi al 41bis?

Musacchio: L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso dell’umanità.

Se in carcere non si può essere adeguatamente curati, si può uscire.

Il diritto alla salute è garantito a tutte le persone umane, detenute o libere, senza distinzioni.

È un diritto statuito dalla nostra Costituzione. Mi annovero tra chi ritiene che la pena non debba diventare una vendetta ma neanche essere improponibile rispetto a detenuti puniti per delitti gravissimi, che hanno colpito al cuore lo Stato e la democrazia e ucciso tantissimi innocenti che proprio per la democrazia e la giustizia sono stati barbaramente trucidati.

A loro dobbiamo innanzitutto rispetto e riconoscenza.  

Sono convinto che trasformare il 41bis in detenzione domiciliare per boss che mai si sono pentiti, sia quantomeno discutibile almeno per due ordini di ragione: il 41bis garantisce il distanziamento sociale.

Nel caso di patologie particolari (es. Coronavirus) esistono nell’amministrazione penitenziaria carceri con strutture sanitarie di eccellenza in grado di accogliere e curare questa tipologia di detenuti.

Il Coronavirus non può diventare un pretesto per scarcerare quanti si sono macchiati di crimini terrificanti.

Fiore: Insisto ancora: secondo lei è giusto o no che capi mafia usufruiscano di tali garanzie?

Musacchio: Sarò ancor più specifico: è giusto, a condizione che non ci sia nessuna alternativa alle strutture sanitarie di eccellenza all’interno delle carceri in grado di accogliere e curare questa tipologia di detenuti poiché la gravità dei reati commessi non può essere  ignorata completamente.

Lasciare in carcere una persona che è affetta da grave malattia (es. di fase terminale), che nelle strutture ospedaliere del carcere non può essere curata, trasformerebbe quella pena in un trattamento disumano.

Se invece sia possibile curarla ta in tali strutture, non vedo alcun trattamento disumano e nessuna violazione di princìpi fondamentali costituzionalmente garantiti.

Ricordo, per chi non conosce la norma, che il 41-bis prevede si possa essere curati in un regime ospedaliero carcerario.

Fiore: Cosa ne pensa dell’uscita dal carcere di Pasquale Zagaria, che ha sollevato tantissime polemiche a livello nazionale?

Musacchio: Ho letto il provvedimento dei giudici di sorveglianza sardi ove è scritto che “Il tribunale ha chiesto   al   Dipartimento   dell’Amministrazione   Penitenziaria   presso   il   Ministero   della Giustizia se fosse possibile individuare altra struttura penitenziaria sul territorio nazionale ove il detenuto potesse ricevere adeguate cure (…)”, ma sembra che da Roma non sia pervenuta alcuna risposta, neppure interlocutoria.

Fiore: Mi sta facendo capire che la colpa sia del Direttore Generale del Dap?

Musacchio: Per esprimere un giudizio dovremmo capire chi dice la verità, se i giudici che scrivono quanto ho in precedenza detto oppure il Dap che nega tutto ciò che afferma il Tribunale di Sorveglianza di Sassari.

Se posso esprimere la mia opinione, credo che vi sia stata certamente una culpa in vigilando dell’Amministrazione penitenziaria.

Per boss mafiosi di questo calibro occorre un’attività di monitoraggio e programmazione continua e costante.

Fiore: Nel frattempo il Ministro della Giustizia ha disposto un’ispezione, ha parlato di riforma per correre ai ripari e ha chiesto la nomina di Roberto Tartaglia quale vice direttore del Dap.

Che ne pensa lei?

Musacchio: Premetto che cerco di non ragionare sulla base di spinte emotive.

Mi piace riflettere a mente fredda. 

In   merito   all’ispezione:  se   fosse   stata   disposta   dal   Ministro   della   Giustizia, peccherebbe d’imparzialità.

Riguardo alle ipotesi di riforma, le ripeto che se un boss mafioso sta morendo in carcere perché lì non ci sono le condizioni per poterlo curare va trasferito in un posto dove possa essere curato e se non vi è nessuna struttura ospedaliera carceraria idonea potrà avere anche la detenzione domiciliare per il periodo necessario a che lui recuperi un grado accettabile di salute per poi ritornare in carcere ovvero per non farvi più rientro.

Non credo occorrano quindi nuove riforme.

In merito alla richiesta di Roberto Tartaglia (che ho conosciuto personalmente presso il Ministero della Giustizia) ritengo sarebbe la persona giusta per il ruolo di Capo del Dap.

Questo ovviamente significherebbe per Bonafede rinnegare la sua scelta di aver voluto per quel ruolo l’attuale Capo del Dap e quindi ammettere di aver sbagliato.

Fiore: Alcuni magistrati antimafia di spicco, tra cui Nino Di Matteo, Catello Maresca e Cafiero De Raho, affermano che lo Stato stia cedendo ai ricatti dei mafiosi. Lei cosa pensa?

Musacchio: Se domani dovessero uscire boss mafiosi del calibro di Cutolo, Santapaola, Brusca (uomini simbolo), per una distorta applicazione della legge, lo Stato perderebbe la sua credibilità e nessuno più avrebbe fiducia nella giustizia.

Nessuno avrà più il coraggio di denunciare: la mafia soffocherà definitivamente lo Stato in quei territori dove ancora c’è reazione sociale.

Si potrebbero riaprire nuove faide per il controllo del territorio.

Lo Stato dimostra la sua forza nell’applicare la legge con giustizia ma soprattutto con rispetto massimo per le vittime.

Reinserire nel proprio ambiente originario un super boss è un segnale pericolosissimo per tutti quelli che l’hanno fatto arrestare, per chi l’ha condannato e per i cittadini stessi.

Fiore: Lei sarebbe favorevole alla concessione della grazia per chi è ristretto al 41bis?

Musacchio: In Italia la grazia è un provvedimento di clemenza individuale, di cui beneficia soltanto un determinato condannato detenuto o internato, al quale la pena principale è condonata in tutto o in parte, con o senza condizioni, oppure è sostituita con una pena meno grave. 

La grazia è concessa dal Presidente della Repubblica con atto controfirmato dal Ministro della Giustizia.

Premesso questo, le risponderò così: se fossi Presidente della Repubblica, non concederei la grazia per chi è detenuto al 41bis per delitti di mafia.

Fiore: Chi è ristretto al 41bis quindi non potrà mai ricevere clemenza dallo Stato?

Musacchio: A questa domanda rispondo che compito primario dello Stato dovrebbe essere quello di garantire giustizia e dignità alle vittime di mafia e ai loro famigliari.

L’ha ripetuto il Presidente della Repubblica con forza ai parenti delle vittime di mafia:

“L’Italia vi deve rispetto”.

“Tutta l’Italia vi deve solidarietà per il vostro dolore, rispetto per la vostra dignità, riconoscenza per la vostra compostezza, sostegno per la vostra richiesta di verità e giustizia”.

E io la penso esattamente come Sergio Mattarella.

di Vincenzo Fiore

 

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

1 commento

  1. Non dico che gente così gli sta bene morire in carcere ma mandarlo a casa mi fa solo ridere. Vedo che si sanno nascondere dietro un dito abbastanza bene ma non a tal punto di farci fessi.
    Sceglievano una struttura in un posto qualsiasi segreto così veniva curato per poi essere rispedito in carcere. Il tizio non ha avuto alcuna pietà per gli altri quindi, curato si ma lontano da tutti soprattutto dai parenti compari.

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