Dove sei? E’ la domanda che, secondo il filosofo Maurizio Ferraris, è più frequente quando il nostro interlocutore ci risponde dal telefonino e quindi potrebbe essere dappertutto. La domanda, considera, non avrebbe senso se chiamassimo ad un telefono fisso, di cui sapremmo l’esatta locazione. Il telefonino, per l’autore del libro Dove sei? Ontologia del telefonino, merita, come recita il titolo, uno studio ontologico per coglierne l’essenza e ciò ci fa pensare che il telefonino non sia solo uno strumento per comunicare ma molto di più.

Ho letto il libro molti anni fa e già allora, ricordo, riportò i miei pensieri al rapporto tra oralità e scrittura nella storia dell’umanità.

Le civiltà per millenni si sono espresse in forma orale, cioè attraverso la voce, sia perché la scrittura non era stata ancora inventata, sia perché si dava alla trasmissione orale un carattere di maggiore forza in quanto si riteneva che udire fosse più importante che vedere. Le società che preferiscono l’oralità affidano la trasmissione del sapere a formule da memorizzare che vengono custodite per il mantenimento e la diffusione da figure particolari come gli sciamani che trovano poi, le formule più adatte per comunicare con il gruppo. Non essendo scritto, questo sapere è facilmente manipolabile, fluido, adattabile alla realtà sociale.

Lo stesso Platone, filosofo greco, nonostante avesse scritto molte opere, dichiarò che le sue <<dottrine non scritte>> contenevano conoscenze più importanti di quelle scritte.

La scrittura è una rappresentazione, mediante segni grafici: scrittura pittografica, ideografica o alfabetica, delle espressioni linguistiche. <<La scrittura è una cosa strana>> diceva C. Lévi – Strauss, antropologo francese vissuto nel Novecento, iniziando a studiare l’origine della scrittura presso diverse culture. Tra il corpo e la scrittura esiste un legame che si esprime sia nella composizione delle lettere che talvolta sono stilizzazioni del corpo, sia perché tra la scrittura e il corpo c’è una serie di rimandi e circolarità.

Il Dio Thot, secondo antiche culture, aveva inventato la scrittura e la magia; anticamente, quindi, la scrittura aveva un che di magico e fantastico ma presto si affermò l’idea che essa fosse appannaggio delle classi superiori. Nasce così una divisione tra chi sa scrivere e possiede una tecnica che lo introduce in vari contesti, e chi invece, fermo all’oralità, rimane ancorato al passato. E’ del 3.500 a. C. un documento trovato in Mesopotamia, in cui, su tavolette di argilla sono incisi con un carattere cuneiforme elenchi di sacchi di grano e numero di capi di bestiame, evidentemente una sorta di registro di beni posseduti. La scrittura, inoltre, consentì di fissare le leggi in modo definitivo e non negoziabile.

Lévi – Strauss aveva definito la scrittura una “stranezza” e questo si nota anche nella cura particolare con cui vengono trattati antichi testi della Bibbia o testi sacri dei rabbini che non vengono distrutti ma sepolti come gli uomini nei cimiteri ebraici. In Cina, per mostrare pietà per i caratteri scritti che venivano distrutti, si bruciava incenso mentre i fogli venivano accesi per bruciare.

Quasi a dimostrazione del legame tra il corpo e la scrittura anche alle parti del libro sono stati dati nomi che evocano il corpo: i capitoli (dal latino caput, testa) poi frontespizio, note a piè pagina, le “voci” di un dizionario; sono tutti termini che fanno riferimento a parti o funzioni del corpo e tutto ciò rimanda al rapporto tra oralità e scrittura.

La scrittura in effetti domina nell’uso del telefonino. Il telefono era nato per una comunicazione solo orale, era fisso in casa, poteva rispondere chiunque e se non era la persona desiderata si passava la comunicazione ad altri, quante volte abbiamo detto: te lo passo. Se nessuno era in casa, suonava e nessuno rispondeva, pazientemente si riprovava più tardi.

Quando però il telefono diventa telefonino le cose cambiano e cambiano molto.

Dove sei? La domanda iniziale già rivela un bisogno di sapere dove sia il nostro interlocutore, forse vorremmo dirgli: vorrei essere dove tu sei, oppure: che fortuna non essere lì, o potremmo dubitare di ciò che ci dice, insomma, crolla la certezza di sapere dov’è l’altro.

Con il telefonino non c’è dubbio di chi sia la persona cercata, è lui, e non altri, che corrisponde a quel numero. Torna qui l’idea di Heidegger: << l’essere di questo ente è sempre mio>>, ed essendo da me utilizzabile, apre una serie di rimandi e condizionamenti che celano la nostra pochezza.

Quante volte ci sentiamo dire dall’altro capo: << l’utente non è raggiungibile>> e proviamo e riproviamo mentre l’ansia cresce. Questo perché il telefonino ci ha tolto l’abitudine dell’attesa. Ricordo quando da ragazzi non c’era il telefonino, gli appuntamenti si prendevano con margine di tempo, si aspettava seduti sul muretto, su un gradino, ai tavolini di un bar che l’amico arrivasse e se non arrivava, si tornava a casa mesti ma senza drammi, in attesa di conoscere il motivo del ritardo. Oggi ci sentiamo di dire: <<appena posso, ti chiamo>> e noi restiamo lì, appesi ad una possibilità perché oggi è tutto un qui e ora, l’istante si attraversa ma non si assapora non si gusta.

Il telefonino non serve solo per telefonare, con il passare del tempo nuove funzioni si aggiungono all’oggetto fino a farlo diventare quasi un computer in miniatura. E’ da questo momento che la scrittura diventa più usata della comunicazione orale: mandiamo e riceviamo messaggi, prendiamo appunti, affidiamo nostri pensieri ad altri, nei social scriviamo a sconosciuti e rispondiamo loro, trasferiamo con foto, video, parte di noi e della nostra vita ad un oggetto che per la sua pervasività definisce la realtà sociale. Per non dire che con il telefonino facciamo acquisti, entriamo in banca, negli uffici, paghiamo tasse ed altro ancora. Tutto ciò è validato dal fatto che la scrittura attesta una volontà di essere e di fare, ogni volta che facciamo una delle operazioni chi è dall’altra parte chiede un ok, una conferma, ci chiede di dare un assenso attraverso la scrittura.

Così lentamente riempiamo il telefonino di noi, dei nostri affari, del nostro vivere e contemporaneamente gli attribuiamo un importanza fondamentale perché contiene dati, importanti per noi.

Abbiamo la vita più comoda ma siamo sempre più soli, ci accontentiamo di dialogare con uno schermo mentre ci mancano i volti che vorremmo vicini e mentre ci illudiamo che il telefonino ci faccia compagnia, ci ruba la vita, e chissà da quanti e per quale fine i nostri dati, sottratti, saranno utilizzati e sicuramente se ne gioveranno la pubblicità è il marketing. Strana cosa che chi è sempre connesso abbia paura che la app Immuni gli violi la privacy, non sa che l’ha già perduta con tutte le operazioni fatte con il telefonino.

Gabriella Colistra

2 Commenti

  1. Complimenti Gabriella.Il telefonino come protesi fisica e cognitiva.Ormai ci siamo adattati.Sarà ancora più difficile e dirompente quando microchip inseriti nel cervello consentirano di esprimere il proprio pensiero a distanza anche siderali.Il futuro è già alle porte altro che finito come asostiene qualche studioso.Ad maiora.Ciao Gianni.

  2. Grazie Gianni! Non sai quanto mi mancano le nostre conversazioni sull’intelligenza artificiale, speriamo di riprenderle presto . Un caro saluto, Gabriella

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