Rodolfo Maria Gordini, per gli amici Rudy Gordini, è tenore lirico milanese, classe ’58, molto noto agli addetti al settore e un po’ meno al grande pubblico, per via della sua indole di uomo libero, insofferente alle regole dello star system, e con un grande spirito innovativo che vuole mettere sempre al servizio della sua incredibile voce.

Ma è anche uno dei rari casi in cui la natura ha voluto beffarsi del destino, donando ad un bambino una tale naturale vocalità lirica al punto che a soli 8 anni è stato in grado di strabiliare, alla sua prima esibizione pubblica, con le esecuzioni perfette e professionali di “La donna è mobile” e “Torna a Surriento”, la giuria di un concorso canoro per bambini al Vigorelli di Milano nel 1966, aggiudicandosi il primo premio. Una prima conferma di un talento posseduto sin dalla nascita, senza aver mai preso una sola lezione di canto…

Rudy, tutto questo talento è nuovo nella tua famiglia o potresti considerarti un “figlio d’arte”?

Sono cresciuto a pane e musica. Mio padre studiava da tenore e fu l’allievo prediletto del grande tenore Tito Schipa, il nonno materno si occupa di teatro e faceva avanspettacolo. Mia madre Linda era dotata di una voce da soprano straordinaria, la paragonavano a Yma Sumac, cantante peruviana  che si dice raggiungesse le 5 ottave (le viene attribuito il merito di aver cantato la nota più acuta mai registrata da una voce femminile). Purtroppo mia mamma era timidissima ed era difficile farla cantare, si lasciava andare a volte solo con me. I miei divorziarono presto e il secondo marito di mia madre era un ex-cantante degli anni ’50, Frank Cielo, diventato poi medico dentista.

Nel suo studio arrivavano molti musicisti, come il cantante Dario Baldan Bembo o il maestro del Jazz Glauco Masetti. Compagni delle serate di poker a casa di mia madre erano Adriano Celentano e Claudia Mori. Diciamo che nella mia vita c’è stata molta frequentazione con personaggi del mondo dello spettacolo già da quando ero piccolo.

Hai detto che i tuoi divorziarono quando eri piccolo, come hai vissuto quel periodo?

All’epoca i divorzi non erano molto frequenti e mi è rimasto sempre addosso un senso indefinito di abbandono. Mi ricordo con la mia valigetta quadrata in mano quando andavo a passare i weekend da papà oppure andavo a stare un po’ con la tata o i cuginetti, pur vivendo con mia madre. Forse devo a questa esperienza un po’ del mio “nomadismo”. Comunque il mio punto di riferimento è sempre stato Milano, pur vivendo in Brianza, e almeno una volta a settimana sento il bisogno di tornarci. Vivevo a Molteno vicino di casa di Lucio Battisti: non posso dire che lo conoscessi bene perché è nota la sua riservatezza e non stringeva amicizie, ma conoscevo bene anche Mogol e soprattutto Roberto Matano, il vero scopritore di Battisti.

Quando hai deciso di darti seriamente al “bel canto”?

Ho avuto la fortuna di avere due mentori d’eccezione: il soprano Lina Vasta della Casa Verdi, struttura di riposo per musicisti di Milano (plurinovantenne ancora in attività n.d.r.) e il modenese Arrigo Pola (maestro di Luciano Pavarotti).

Arrivai alla Casa Verdi grazie ad un mio amico baritono, convinto che avessi delle potenzialità da sviluppare. 

Lina è stata una mia grande maestra, preferisco chiamarla una madre spirituale artistica. Oltretutto era in grado di capire immediatamente gli errori di una voce e te la metteva subito apposto. Ci ho portato molti colleghi quando ebbero dei problemi… oggi la chiamerebbero vocal coach, ma era una insegnante e preparatrice vocale di raro talento.

All’epoca la Casa Verdi era diventata un laboratorio per cantanti lirici, frequentata soprattutto da asiatici (cinesi, coreani e giapponesi), dotati di grande tecnica vocale ma non in grado di esprimersi in modo empatico e volevo carpire la vera italianità del melodramma italiano. Loro capivano l’importanza dell’esecuzione.

L’imprinting ricevuto da Lina è stato talmente forte che ancora oggi mi capita di rivedermi in alcuni suoi atteggiamenti quando faccio un appunto a qualcuno.

Un altro mentore è stato Arrigo Pola, la cui scuola la frequentavo come uditore. Arrivai a lui grazie ad un giornalista radiofonico della RAI che era un mio grande fan ed insistette molto sul fatto che lo dovessi conoscere.

Il suo laboratorio era rustico ma molto caratteristico, al tavolone c’era seduto Luciano Pavarotti. Spesso Arrigo mi prendeva come esempio, mi faceva cantare davanti a tutti e mi usava come esempio e stimolo per gli altri. Veniva data per scontata la mia preparazione, ma era solo frutto dell’istinto: non ho mai avuto nessuno che mi prendesse per mano e mi dicesse “Rodolfo, andiamo a studiare seriamente canto”. Quindi tutto quello che ho appreso è grazie alla frequentazione con i grandi, come Giuseppe Di Stefano.

Vuoi raccontarci un aneddoto su di lui?

Per me è stato il migliore. Generoso e umile allo stesso tempo. Alla Casa Verdi molta gente raccontava che Di Stefano si dava malato apposta per farsi sostituire da qualcuno e dare così la chance ad un giovane di farsi notare. Non è da tutti….

Però lasciasti Modena…

Arrigo Pola volle darmi un’occasione di portare la musica lirica in Sudamerica. Andai in Brasile per portarci l’opera, ma la tentazione di sperimentare nuove sonorità e innovare la musica fu troppo forte e mi trovai a salire su un trio elettrico (una carovana utilizzata in molte manifestazioni musicali in Brasile spesso legate al carnevale o ad altre feste locali n.d.r.), iniziando a fare il samba reggae. Io amavo le contaminazioni, Arrigo un po’ meno e rimase un po’ deluso che con una voce come la mia mi mettevo “a fare canzonette”. Feci anche con Shaki Ventura la cover in versione bachata di “Con te partirò”, fu un grande successo.

Si può dire che hai fondato un nuovo modo di fare musica, il “liric pop”, cosa è?

Si, mi considero con orgoglio l’inventore di questo nuovo genere musicale che ho chiamato “liric pop”, e ho inciso negli ultimi 25 anni diversi album dove grandi brani di musica classica e musica pop riuscivano a trovare una sintesi molto efficace e con grande riscontro di pubblico. Ora vediamo queste ibridazioni in cantanti dalle voci straordinarie come Andrea Bocelli o Il Volo, ma ricordiamoci che anche il grande Pavarotti ne è stato un promotore con i suoi vari “Pavarotti & Friends”.

Come tutti i precursori, quando iniziai a proporlo a suo tempo non ottenni grandi consensi, forse la cosa spaventava un po’, ma ne sono sempre stato convinto e con i miei concerti “Gordini & Friends”, oltre a proporre brani nuovi con interessanti contaminazioni, ho sempre dato spazio ai nuovi giovani talenti.

Nella mia discografia si trovano le “liric pop d’autore”, esperimenti di canzoni come “Pensieri e parole” di Battisti, la “Donna Cannone”, “Caruso”.

Sei stato in Brasile fino agli anni ’90, poi sei rientrato in Italia, ammettendo però che le tue innovazioni qui non venivano recepite… perché non sei rimasto nel Paese che ti dava tanto?

Sono tornato in Italia innanzitutto per motivi familiari. Quando ho pensato di ritornare in Brasile sono successi degli imprevisti, come la perdita dello sponsor principale, l’infarto del mio manager, problemi anche con i due anchorman televisivi con i quali collaboravo. Senza più i punti di riferimento diventava difficile continuare. Ci sono stati degli accordi pre-Covid per riprendere, quindi ora è diventato tutto in forse. Rimasto in Italia, iniziai a fare i primi festival latino-americani itineranti a Milano e io rappresentavo il Brasile.  Venni poi contattato per un festival nel Kazakistan e lì ho trovato un mercato molto ricettivo, affascinato dal Gordini & Friends. E’ stata una cosa meravigliosa che spero di bissare appena possibile.

Parlami del Gordini & Friends..

Alla morte di Pavarotti ho fatto alcuni eventi-tributo per lui, poi ho pensato di proseguire con la formula che avevo ideato. Io non sono solo un cantante, ma un uomo da palcoscenico a 360°. Quando mi esibisco mi interessa solo il mio pubblico, l’emozione che riesco a trasmettere e quella che mi trasmettono le persone. Finita l’esibizione non mi interessa il contorno.

Gordini & Friends è utile per tenere uniti in un progetto comune tanti colleghi cantanti, mantenere i rapporti con loro. Ho riunito i New Dada, ho contatti con Iva Zanicchi, Rita Pavone, Marco Ferradini, Baldan Bembo (solo per citarne alcuni).

Ho sempre puntato molto sulla televisione, ho fatto tanta RAI e molte emittenti private. Mi servono come strumento di riscontro sulle scelte musicali che faccio. Voglio vedere se una mia idea funziona e lo capisco in base alla risposta degli spettatori.

Il tuo rapporto con Renzo Arbore è di lunga data…

Abbiamo molta affinità. Lui  è semplicemente geniale, ha inventato la terza serata in televisione. Autore di tante sigle e programmi televisivi, ha ottenuto un grandissimo successo portando in tournée un repertorio di musica napoletana (pur essendo pugliese). Arbore deve molto a Carosone e i pezzi del grande maestro sono quelli che interpreta con maggiore successo: se solo si pensa che Carosone aveva una band di solo 5 elementi e l’Orchestra Italiana di Arbore ne conta una ventina! Ma lui è un grande accentratore, intelligente e con una visione globale, in grado di scoprire dei veri talenti. Non più giovanissimo, ha perso un po’ la vena innovatrice, ma accumula serate dopo serate con una energia invidiabile.

Facendo un primo bilancio della tua vista artistica, cosa credi che ti sia mancato?

Non ho mai rincorso nessuno e anche quando capivo che stavano nascendo cose importanti, sono sempre stato un po’ in disparte a guardare, l’invadenza non mi appartiene. Forse questo mi ha fatto perdere delle occasioni, ma io sono sempre stato fedele a me stesso. Poi non ho mai avuto delle major dietro e si sa quanto ti possano spianare la strada, la musica segue i carri potenti purtroppo.

Comunque uso molto i social e quelli, specie Youtube, mi danno visibilità ed è un modo, per i curiosi, di andare ad approfondire il mio repertorio di esperimenti di liric pop.

Sei socio onorario e ambasciatore dell’AVI – Associazione Vinile Italiana, di cosa si tratta?

L’associazione nasce da una idea del Presidente Carlo Lecchi, una persona che mi ha sempre seguito professionalmente e un giorno mi ha contattato per propormi la sua idea, chiedendomi aiuto come esperto del settore. Tre anni fa facemmo una presentazione alla Mondadori di Piazza Duomo che ebbe un grande successo, dove parteciparono anche un sacco di cantanti storici.

A Milano è stata quindi creata la sede, dove facciamo le riunioni, e vengono poi organizzati degli eventi in giro per l’Italia. Il 29 e il 30 si svolgerà a Roma nel parco di Cinecittà uno spettacolo con ologrammi, molto innovativo. E’ una associazione che non raggruppa soltanto collezionisti, ma proprio vuole promuovere la cultura musicale.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sarò sempre concentrato sulla “liric pop” e sotto Covid mi sono dato alla composizione di nuove canzoni. Ho in cantiere una gran bella sorpresa, che spero possa concretizzarsi.

Riorganizzerò le mie serate e le iniziative in base all’emergenza sanitaria, qui tutto cambia rapidamente.

Ho solo la speranza che venga riconosciuta la portata della mia innovazione nel panorama musicale, e anche se so che magari potrà avvenire quando non ci sarò più, spero invece di avere dei riscontri prima. D’altronde le parole non servono, parlano i fatti. Ogni tanto arrivano delle conferme, come alcune dichiarazioni fatte su di me recentemente che mai mi sarei aspettato di ascoltare. Può darsi che i tempi stiano maturando. Intanto io penso ad andare oltre. Sono fatto così.

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