Daniele Biacchessi, milanese classe ’57, è un giornalista, scrittore e conduttore radiofonico italiano che non avrebbe bisogno di particolari presentazioni, visto che appena se ne pronuncia il nome, sorge immediata l’associazione con la narrazione dei periodi più difficili della storia italiana.

Parliamo dell’epoca delle stragi, di quella politica oscura e segreta protagonista di decenni bui ormai trascorsi, ma che ha amaramente segnato il nostro presente. Fatti che Daniele Biacchessi è riuscito così abilmente a sviscerare penetrando con il suo giornalismo d’inchiesta (ha scritto 38 libri) laddove molti si sono fermati, chiedendosi un perché di troppo, ma forte della convinzione che la memoria (quella vera, non quella narrata per utilità) è un bene troppo prezioso da non disperdere.

Lo ha fatto per 40 anni attraverso le “radio libere” e una personale tecnica di “narrazione”, fondando anche l’Associazione Ponti di Memoria.

Daniele Biacchessi in fondo è proprio questo: narrazione del nostro passato per chi sarà protagonista del nostro futuro, destinatari privilegiati i giovani.

Daniele, proprio perché è importante la memoria, partiamo dal ricordare chi sei…

Io cominciai dalla radio che hanno rappresentato 44 anni di storia della mia vita e sono stato uno dei pionieri della grande stagione delle “radio libere”. Dal 1975 ho lavorato per numerose testate come Radio Lombardia, Radio Occhio, Radio Regione, Telemilanodue, Rete A, Antenna 3, Radio Milano Centrale. Ho Collaborato anche con Rai, Radio Popolare, Mucchio Selvaggio, il quotidiano l’Unità, i settimanali Avvenimenti e L’Europeo. Dal 1988 al 1999 sono stato direttore della sede milanese, conduttore, inviato e cronista parlamentare di Italia Radio di cui sono stato il fondatore. Dal 1999 al 2018 sono passato da caporedattore per Radio24Il Sole 24 Ore a collaboratore fisso.

Contemporaneamente mi sono dedicato alla mia attività di scrittore e di autore teatrale.

 

Ma una carriera così articolata ti ha portato anche riconoscimenti importanti?

 Direi di sì. Nel 2004 e nel 2005 ho vinto il “Premio Cronista” per un’inchiesta sul terrorismo islamico in Italia e una ricostruzione dell’omicidio dell’editorialista del “Corriere della Sera” Walter Tobagi.

Nel 2009 ho ricevuto il premio dedicato al fotografo freelance ucciso in Medio Oriente Raffaele Ciriello.

Nel 2011 ho vinto il prestigioso Premio Speciale Unesco per lo spettacolo teatrale “Aquae Mundi” con il jazzista Gaetano Liguori.

Nel 2016 mi conferiscono il premio “Macchina da scrivere 2016” per il libro “Storie di rock italiano” (Jaca Book).

Nel 2019 ottengo il riconoscimento come Best production al Caorle Film Festival 2019 per il film “L’Altra America di Woody Guthrie”. Nello stesso anno sono stato anche finalista al Premio Fiuggi Storia 2019 con il libro “L’italia liberata, storie partigiane”.

Quindi abbiamo capito che la tua carriera si sia principalmente svolta nelle radio. Da dove è nata questa tua passione per questo mezzo di comunicazione?

Sono sempre stato un grande amante della radio. Da piccolo, di notte, ascoltavo i programmi di Radio Luxembourg che trasmettevano Jimi Hendrix quando qui in Italia trasmettevano Lucio Battisti. Io ero un figlio del rock, Radio Monte Carlo trasmetteva i Genesis e anche la Rai si era adattata in un certo periodo. Faccio parte di quella generazione che metteva in discussione tutto e che nel 1971, a 14 anni, avevo già ascoltato tutta la musica rock uscita fino a quel momento. Avevo anche letto Kafka: diciamo che eravamo già vecchi, avevamo bruciato tutte le tappe.

Ci vuoi spiegare meglio il fenomeno delle “radio libere”?

In Italia fino al 1974 non si poteva aprire una stazione radio, in quanto la radiodiffusione circolare era un esercizio esclusivo dello Stato. Le uniche eccezioni, dopo la caduta del regime fascista, erano state Radio Sardegna e Radio Ferrara. C’era il monopolio della RAI in TV e nella radio.

Solo nel Nord Italia era possibile ascoltare in FM le tre emittente estere che trasmettevano in italiano, Radio Capodistria, Radio MonteCarlo e Radio Svizzera Italiana.

Ci fu poi una sentenza della Corte Costituzione nel 1976 che liberalizzò l’etere a livello nazionale e contrariamente a coloro che pensavano alla radio come ad una moda transitoria, nacquero veri e propri network di reti interconnesse a copertura nazionale. Essi diventarono fucina di idee e di grandi professionisti (disc jockey, tecnici del suono, antennisti) e la Rai poi si adeguò con trasmissioni innovative.

Per me e i miei amici era l’occasione di esprimerci finalmente in modo libero, e all’inizio seguimmo una poetica romantica volontaristica, poi ci siamo accorti che era giunto il momento di  trasformare quella passione in un lavoro.

Ho calcolato che dal 1975 a 1980 in tutta Italia si potevano contare oltre 5000 radio e abbiamo dato lavoro a oltre 50 mila persone tra giornalisti e tecnici. Per mantenerle potevamo contare sui nostri ascoltatori e organizzavamo tanti concerti dal vivo. Mi ricordo negli anni ’80 quello dei Rolling Stones a Torino, quello di Bob Marley a San Siro, quello di Demetrio Stratos degli Area.

Quali sono stati i ruoli che hai ricoperto in radio?

Ho ricoperto vari ruoli. In alcune ero direttore, in altre cronista parlamentare, giornalista inviato, caposervizio o caporedattore.

Le mie sono sempre state radio di informazione, i microfoni aperti a tutti, molta interattività, un po’ meno spazio era dedicato alla musica.

Comunicavamo qualcosa di diverso e alternativo che prendevamo da altre fonti, non quella informazione “paludata” che ci rifilavano come ufficiale. Abbiamo dimostrato di saper fare un lavoro egregio che ad oggi la Rai non è stata ancora in grado di imitare. Se esistono esempi interessanti in RAI (vedi Caterpillar su Radio 2 con Massimo Cirri e Sergio Ferrentino) è perché hanno preso spunto dalle radio libere.

Ma con l’avvento della tecnologia e la trasformazione dei media che permette di usufruire della musica e delle informazioni in svariati modi, a quale destino andrà incontro la radio?

La radio conta ancora al giorno 32 milioni di ascoltatori, l’80% dei quali si concentra negli orari di punta: 6:30-9.00,13.00-14.00, 18-18:30 fino alle 21. Difficile pensare ad un calo importante, per un medium così fruibile in vari contesti e momenti. Al di là dei grandi network la grande sfida del futuro è nelle web radio. Io ne ho aperta una che si chiama Radio On che fa solo musica di qualità, dove si possono ascoltare sia i Police che gli U2 o Bruce Springsteen. Non è una radio per tutti, ma per molti. La qualità del suono è sorprendente e il costo è vicino allo zero, una volta pagati i canoni SIAE e agli Editori. Sicuramente ci sarà da affrontare in futuro il pullulare di web radio e quindi prima o poi ci troveremo di fronte ad una regolamentazione anche in questo campo.

Cosa ci vuoi dire riguardo alla tua attività di scrittore? Sei autore di libri, prefazioni, interventi pubblicati dai più importanti editori italiani…

Sempre tenendo fede alla mia “missione” di narratore, ho scritto libri di inchiesta sul terrorismo (gli omicidi di Walter Tobagi, Luigi Calabresi, Fausto e Iaio, Roberto Franceschi, Massimo D’Antona, Marco Biagi), approfondendo anche le principali stragi italiane (quella di Bologna, di Piazza Fontana, di Ustica, di Piazza della Loggia, l’Italicus, la strage Rapido 904).

Confesso di essere stato il primo giornalista a svelare i retroscena sulla fuoriuscita di diossina dalla Icmesa di Seveso nel 1976 e sull’omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci del 1978. Mi sono interessato anche però di malagiustizia, come nel caso di Enzo Tortora e ho fatto un focus sulla professione del giornalista in “Passione Reporter”, dove racconto le storie di

Ilaria Alpi, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Antonio Russo, Enzo Baldoni, Raffaele Ciriello.

Come autore di teatro tu parli di “teatro civile”, cosa intendi con questa definizione?

Come autore, regista e interprete di teatro di narrazione ho voluto portare sulla scena, oltre agli eventi degli anni di piombo e alle stragi ambientali e terroristiche, quelle nazifasciste di Sant’Anna di Stazzema e di Marzabotto del 1944, lo scandalo dei fascicoli nascosti nel cosiddetto “armadio della vergogna”, quelle della strategia della tensione nello spettacolo. Ho raccontato l’impegno antimafia di Peppino Impastato, Giorgio Ambrosoli, Libero Grassi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, il dramma delle morti sul lavoro, le battaglie per l’acqua pubblica, contro gli abusi ambientali, gli squilibri tra Nord e Sud del mondo, la Resistenza, la verità e la giustizia sui desaparecidos argentini, il sogno del grande poeta e musicista americano Woody Guthrie.

Per rendere la narrazione più accattivante mi avvalgo nei miei spettacoli di musicisti come Gaetano Liguori, Gang, Massimo Priviero, e molti altri artisti della scena jazz, rock, blues e canzone d’autore italiana

Poi ti sei dedicato alla memoria storica, grazie anche alla collaborazione con il grande illustratore Giulio Peranzoni…

Ho fondato una associazione chiamata “Ponti di Memoria”, nata come grande progetto di democrazia partecipata per diffondere e promuovere la cultura della memoria italiana attraverso festival di musica, cinema, teatro, arti visive, workshop didattici, rassegne letterarie, iniziative editoriali (libri, cd, dvd). Con essa ho realizzato alcuni volumi e film sulle storie dei combattenti della lotta di Liberazione e della Resistenza Italiana.

Con Giulio ho realizzato i film “Giovanni e Nori” (2015), “I Carnefici” (2015), “Il sogno di Fausto e Iaio” (2016), “Una generazione scomparsa, i mondiali di calcio in Argentina del 1978” (2017), “L’altra America di Woody Guthrie” (2019), “L’Italia liberata, storie partigiane” (2020), sperimentando con lui anche una forma di teatro abbinata all’illustrazione live.

Attualmente è in lavorazione il film “Il sogno e la ragione. Da Harlem a Black Lives Matter“. Esce ad aprile grazie ad un crowdfunding sulla piattaforma “Produzioni dal basso”. Prima del film esce il libro omonimo per la casa editrice Jaca Book di cui sono direttore editoriale della collana Contastorie.

Quale sarà quindi il tuo prossimo obiettivo?

Continuare con il tenere viva la memoria, continuare a raccontare le storie alle nuove generazioni perché quando si smette di raccontarle, ecco che cadono nell’oblio, come non fossero mai esistite e non ce lo possiamo permettere.

DISCLAIMER:

Alcune foto sono prese dal web e pertanto considerate di pubblico utilizzo. In caso contrario potrete inviare la vostra segnalazione a redazione@screpmagazine.com che ne valuterà l’eventuale rimozione.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui