Dalla parola all’uomo

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La filosofia ha sempre usato la parola per esprimere considerazioni e concetti.

E’ stata oralità inizialmente, poi parola scritta ma sempre parola.

Ad un certo punto, però, la filosofia ha considerato la parola stessa oggetto di studio e di analisi ed è nata la filosofia del linguaggio che nella seconda metà del Novecento ha suscitato grande interesse tanto che il filosofo K. O. Apel parlò di <<svolta ermeneutica>> e l’ermeneutica fu considerata dal filosofo G. Vattimo una << nuova koiné >>.

L’ermeneutica ha una lunga storia che inizia con il mito. La parola infatti deriva da Ermes, il dio messaggero che porta i messaggi dall’Olimpo, sede degli dei, agli uomini. Ermes è un dio abile e spregiudicato, creativo e fraudolento insieme, dalla sua famiglia nasce Ulisse, eroe dalle << grandi risorse >>. Anche Platone nel Cratilo lo ricorda esperto nell’uso della parola e da lui nascerà il logos, la parola.

L’ermeneutica quindi indica l’attività di esprimere, comunicare, interpretare. In alcuni dialoghi di Platone e nell’Organon di Aristotele si trovano riferimenti all’ermeneutica ma è nel Medioevo che questa viene considerata la tecnica migliore per l’interpretazione dei testi.

Gli studiosi medioevali ritengono infatti che un testo possa avere quattro significati: letterale, allegorico, morale, anagogico (che conduca in alto, che vada dal sensibile all’intellegibile).

L’ermeneutica fu usata soprattutto dai padri della Chiesa che se ne servirono per una corretta interpretazione dei testi sacri che in molti punti apparivano oscuri. Con il passare del tempo l’ermeneutica fu usata per ogni analisi linguistica e testuale.

Nel corso dell’Ottocento ci fu una sorta di svolta metodologica e l’ermeneutica diventò una teoria generale del comprendere e interpretare intesi come aspetti essenziali della vita umana.

Fu il filosofo Dilthey che considerò l’ermeneutica come il fondamento delle “scienze dello spirito”, come egli chiamò ciò che era riferito all’uomo che nel suo agire comprende e comunica. A queste egli contrappose le “scienze della natura”, ambito in cui l’agire è spiegare secondo nessi causali.

Più tardi Heidegger pose la comprensione come uno degli “esistenziali”, strutture costitutive dell’esistente, spostando così l’ermeneutica dall’interpretazione dei testi ad una dimensione antropologica – ontologica. L’uomo, secondo questa interpretazione, viene considerato come un gomitolo di esperienze che nascono sulla base delle precedenti e le reinterpretano.

A queste ultime riflessioni si rifà il filosofo H. G. Gadamer (1900 – 2002) che si avvicinò all’ermeneutica grazie ad Heidegger ma da Dilthey prese l’idea che lo portò a considerare l’ermeneutica non solo metodo di interpretazione dei testi ma anche e soprattutto relazione costitutiva di tutta quanta l’esperienza umana.

Gadamer è convinto che quando ci troviamo di fronte ad un testo scritto, ad un fatto storico, ad un’opera d’arte, non abbiamo bisogno di ricorrere all’ermeneutica per interpretare, noi siamo già dentro quello che egli definisce <<circolo ermeneutico>>.

Siamo un linguaggio che usiamo, una storia che viviamo, una temperie culturale che ci avvolge e ci fa essere pieni di pre-concetti e pre-giudizi con i quali ci presentiamo di fronte a qualcosa o qualcuno che a sua volta esprimerà pre-concetti e pre-giudizi. Ognuno di noi, avvicinandosi alla conoscenza è in possesso di quella che Gadamer chiama << pre-comprensione>>.

Questo è il <<circolo ermeneutico>>.

L’insieme dei nostri pregiudizi costituisce la nostra tradizione, elemento fondamentale nella formazione di un individuo. Gadamer vive tutto il Novecento e di fronte a coloro che in nome della modernità vorrebbero rinnegare la tradizione pensa che senza l’insieme di ciò che è stato il nostro passato non sia possibile nessun dialogo.

Ribadisce che siamo ciò che il nostro passato è stato, siamo il nostro presente che è ora; il futuro che verrà potrà anche cambiare i nostri pregiudizi e portarci a pensieri e concetti più adeguati, questo processo è indefinito e aperto, sempre circolare.

Nessun momento della nostra vita rimane sempre uguale a sé stesso, tende sempre verso l’altro e anche le interpretazioni e le convinzioni, nel tempo, possono cambiare.

In Verità e metodo, l’opera più importante di Gadamer, leggiamo che i campi in cui è più facile che si formino circoli ermeneutici sono la storia e l’arte, proprio in questi ambiti il filosofo sente più forte il peso e l’importanza della tradizione che diventa custode dei valori più intimi e autentici e solo rivolgendosi a questi l’uomo potrà difendersi dal nichilismo della modernità e della scienza.

Molte volte riflessioni di questo tipo portano ad una rivalutazione del sentimento religioso, non è così per Gadamer. Nonostante il suo maestro, Heidegger, avesse scritto di fronte ad un problema analogo che << solo un Dio ci può salvare >>, Gadamer, che non ammette nulla di trascendente, ribadirà che la religione ha valore solo in quanto si è stratificata in quei fattori che hanno contribuito a costruire una tradizione.

Da una filosofia che studia le parole ad una che studia l’uomo, punto fondamentale di ogni ricerca filosofica. Il linguaggio, infatti, non è per Gadamer uno strumento di cui ci serviamo per comunicare, il linguaggio è il mondo – ambiente in cui l’uomo si muove e dove abita, il luogo in cui le cose diventano accessibili e in questa accessibilità siamo anche noi.

L’ermeneutica filosofica è diventata un’ontologia linguistica.

Da Verità e metodo:

<<L’essere che può venir compreso è il linguaggio. Il fenomeno ermeneutico riflette per così dire la sua propria universalità sulla struttura stessa del compreso, qualificandola in senso universale come linguaggio e qualificando il proprio rapporto all’ente come interpretazione. Così, non parliamo solo di un linguaggio dell’arte, ma anche di un linguaggio della natura, o più in generale di un linguaggio che le cose stesse parlano >>.

<< La parola è una potente signora >> diceva Gorgia, filosofo vissuto nel V sec. a. C., quindi va pensata, curata. Mi domando cosa comunichino le volgarità che trasmettono a volte i mezzi di comunicazione quando non è il significato del discorso ma il volume del tono usato a voler prevalere.

Allo stesso modo trovo inopportuno il bla… bla… bla di Greta Tumberg all’indirizzo dei grandi della terra.

Certamente Greta ha il merito di aver animato la questione ambientale e risvegliato la coscienza di molti, è tra le persone che ammiro, ma lo sberleffo irridente lanciato all’indirizzo di altri potrebbe diventare un boomerang, potrebbe un giorno qualcuno dire di lei: bla…bla…bla.

Torno tra i libri, per fortuna loro sono silenziosi ma hanno tante parole, non giudicano ma offrono contenuti, tengono buona compagnia e trasportano lontano dai clamori e dai suoni molesti di un quotidiano pieno di inutile vanità.

  Gabriella Colistra

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