(sia pure a distanza)

Francesco Danieletto

Non è un tuo amico, né conosce la “rete”, tanto amata da tutti e nemmeno citofona alla porta di casa.

È semplicemente un “Virus” con l’aggiunta di una “Corona”, quindi è un “CoronaVirus”, quasi una parola magica che in cinque sillabe riassume spiegazione, paura, irrazionalità.

È una giusta premessa per capire quello che sta succedendo attualmente in Italia e nello specifico dalle parti di Francesco Danieletto, il Nord, il Veneto, uno dei focolai, dove vive.

Ecco la sua testimonianza o, forse, il suo sfogo.

“È da un paio di settimane” – mi dice Francesco Danieletto“che stiamo affrontando un’emergenza, perché di questo ormai si tratta, che, partita in sordina, è esplosa anche da noi in modo insostenibile.

Non siamo abituati a questo genere di emergenze, è giusto dirlo, anche se allenati ad affrontare problemi di altra natura ma razionali.

L’irrazionale ci spaventa, specie se ne sentiamo parlare alla televisione, strumento necessario ma che spesso diventa follia, o leggere sui giornali e in rete fake news di salute, di medicina, di restrizioni nel modo di vivere quotidiano, tanto che si è mosso anche l’Ordine dei Giornalisti nel raccomandare massima responsabilità e scrupolosa attenzione nella pubblicazione delle notizie per evitare diffusione di allarmi e psicosi ingiustificate ed evitare di portare i cittadini verso la paranoia per la ricerca affannosa di una soluzione rabberciata e impossibile e verso una corsa selvaggia, inutile e impossibile al di fuori dello steccato della scienza.

Questa storia del “CoronaVirus” ha scombinato, e di parecchio,” – tuona Danieletto  – “il vivere quotidiano.

La moglie, la mamma, la fidanzata, ogni volta che ti siedi a tavola e abbassi la guardia, sparano ad alzo zero sul problema e su cosa si può fare per risolverlo.

La televisione accesa con il sottofondo dello speaker ne parla illustrando i rimedi messi in atto dalle autorità competenti.

Uno iettatore, tu pensi, pagato per fare allarmismo e distruggere il quieto vivere quotidiano.

Forte della tua autorità di capo famiglia provi a fare un’analisi, capirci qualcosa, giusto per iniziare un dialogo senza nascondere il problema, sapendo che una soluzione comunque verrà trovata.

Resti sbalordito dalla assoluta diversità nel modo di dare le notizie da parte degli organi di stampa, siano essi televisione o giornali”.

 E dai discorsi che raccogli per strada cosa ricavi?

Chiedo a Francesco.

“Dai discorsi raccolti per la strada ricavo qualcosa di allucinante, quasi vomitevole.

Tutti hanno la soluzione in tasca.

Peccato sia solo uno sfogo di persone che di civile hanno ben poco.

La gamma e la fantasia al negativo dell’italiano medio, strappato alla sua monotonia quotidiana fatta di lavoro, moglie, figli e bricolage.

Poi succede che alla fine cerchi un colpevole, perché un colpevole ci deve sempre essere.

Ed ecco la caccia all’untore che soddisfa e permette a tutti di trovare quello più adatto al proprio modo di pensare.

E poco importa se l’accusa è costruita su basi molli e non solide e scientificamente provate”.

“A volte” – continua Francesco Danieletto“mi chiedo perché Alessandro Manzoni sia così poco utilizzato come materia non solo letteraria ma sociale per fare capire quanta stupidità ci possa essere nell’animo umano.

E qui faccio una parentesi perché “metto tutti nella stessa pignatta”.

Ogni mondo è paese: per dieci che ragionano altri cento urlano al rogo.

Purtroppo questo è il nostro modo di vivere.

Non ci preoccupiamo di ringraziare chi sta dando cuore e anima per risolvere il problema in modo razionale e scientifico con la competenza che gli compete.

Anzi, se non si sbriga, sono bastonate verbali.

In fondo è pagato con i nostri soldi, cosa aspetta a inventarsi una cura, un antidoto?

Rimango sconcertato, spiego che sicuramente una soluzione verrà trovata basta avere pazienza, non sono cose che si risolvono dalla sera alla mattina. Raccomandano alcune precauzioni elementari” – puntualizza il mio amico veneto – “come lavarsi le mani, stare a distanza dalle persone, magari usare una mascherina, se proprio si vuole avere più sicurezza. Gel sanificante, l’amuchina toccasana.

Ed eccoli tutti in fila al supermercato, in farmacia, a fare scorte: manco fosse scoppiata una guerra… Amore, hai preso la carne, il formaggio e il pane? No tesoro!… In compenso ho preso venti scatole di mascherine, quattro confezioni di gel e due litri di amuchina.

Io non mi faccio fregare dal virus, sono più furbo di lui…”.

Poco da fare…questa Italia è psicologicamente molto ma molto ma molto fragile.

Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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