Il vociare delle persone intorno a noi crea un brusio fastidioso che appanna le meravigliose immagini che scivolano davanti ai nostri occhi. C’è tanta gente, troppa forse, innumerevoli uomini, donne, adulti, anziani, bambini che hanno deciso di recarsi a rendere omaggio al “paese che muore”.


Civita di Bagnoregio

Il borgo della Tuscia, con soli 11 abitanti, dà al visitatore più di quanto si possa immaginare.

Un senso di dignitosa dolenza traspare da quelle rocce che si stagliano verso il cielo partendo da un cocuzzolo che sta lentamente franando, portando con sé case, mura e strade.
Cos’è che renda così affascinante un luogo emblema di decadenza è uno di quei misteri incomprensibili per la mente umana.

Ci sono luoghi che parlano all’anima, e c’è qualcosa che attrae in ciò che si avvia verso la fine, come se la manifestazione dell’impermanenza di tutte le cose volesse simboleggiare il potenziale vitale che si cela dietro all’apparenza della morte, che non è la fine di tutto ma semplicemente l’altra faccia della stessa medaglia. C’è morte perché c’è vita, e allo stesso tempo c’è la vita perché c’è la morte, in una danza tra gli opposti che genera la realtà che abbiamo davanti ai nostri occhi ogni giorno, e infatti Civita di Bagnoregio esplode di vitalità e bellezza, che trasudano da ogni anfratto.

Accedendo da porta di Santa Maria, originariamente costruita dagli Etruschi, si entra in una dimensione di colori, sapori e rumori che esprime il desiderio della vita di continuare a manifestarsi. “Io sono esistito. Io sono. Io sarò”.

Le mura ricoperte di piante rampicanti. I fiori che adornano archi in pietra e i bordi delle scalinate. Insetti che ronzano tra i cespugli, le case vuote ma non abbandonate, anzi curate ed eleganti, che sorgono tra i vicoli. Il campanile della chiesa di San Donato contornato da rinforzi in ferro per garantirne la stabilità e prevenire il rischio di crolli. E infine la piazza del Vescovado dominata dal Sole, che innaffia coi suoi raggi le pareti esterne del basso palazzo vescovile e le modeste case che sorgono intorno. Tutto, a Civita, è assenza e presenza allo stesso tempo. Tutto sovrascrive la morte per riaccendere la miccia che genera il fuoco della vita.
Scendendo in basso, lungo una stradina che costeggia le pareti della collina su cui sorge il paese, si intravedono delle abitazioni scavate nel tufo, poco più di buchi nella roccia coperti da portoni di legno marcio. In una di queste caverne è presente una cappella, composta da un piccolo altare votivo su cui è posto un quadro della Madonna col bambino risalente al ‘600. Questa cappella è dedicata alla Contrada “carcere”, completamente distrutta dal devastante terremoto del 1695, e sorge in una grotta che era originariamente un tomba etrusca e che venne utilizzata in seguito come abitazione, infatti le pareti annerite in un angolo testimoniano la presenza di un antico focolaio.
Affacciandosi da uno degli innumerevoli punti panoramici del borgo e dando uno sguardo verso l’orizzonte si ha l’impressione di essere al centro del mondo, intorno al paese sorgono basse colline verdi e la valle dei calanchi, e se si alza lo sguardo al cielo si ha l’impressione che sia più vicino. Più bello. Più blu.

E in quello spazio tra cielo e terra dove sorge il borgo, si percepisce chiaramente che siamo parte di un eterno che non si distrugge né si annulla, ma si trasforma. Cambia la forma, ma la sostanza resta integra.
Mentre passeggio per Civita di Bagnoregio sono consapevole che sotto ai miei piedi c’è un suolo che sta franando, ma l’idea non mi fa paura. Per un attimo sperimento il fascino della fine che è anche inizio, come nei percorsi ad anello che permettono di fondere punto di partenza e traguardo, in cui ogni arrivo indica anche un altro principio.

Arsenio Siani

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