Artemisia Gentileschi (parte prima)

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ARTEMISIA GENTILESCHI (parte prima)

“Giuditta che decapita Oloferne” 1620
Olio su tela 199 × 162 cm
Galleria degli Uffizi, Firenze

Artemisia Gentileschi, assieme a Susanne Valadon, Berthe Morisot e Tamara De Lempicka è una delle poche grandi pittrici della storia dell’arte.

Nonostante la sua bravura, per secoli la sua figura è stata sottovalutata, per essere riscoperta solo durante il “movimento femminista”.

Nata a Roma nel 1597, sin da piccola ha una immensa propensione per la pittura, arte, per quei tempi, come sappiamo, rigorosamente riservata agli uomini.

Questo interesse fu incoraggiato dal padre Orazio alla quale era morbosamente legato alla figlia.

Artemisia vive la sua giovinezza in un ambiente ricco di stimoli artistici come quello della Roma del XVI secolo, resa grande, in special modo, dall’arte barocca.

Benché giovanissima e in un settore dominato dagli uomini, Artemisia riesce a mettersi in mostra con le sue opere, tra tutte “Susanna e i vecchioni“, di cui parleremo nella seconda parte, dipinto del 1614.

La sua vita cambia però drammaticamente a diciassette anni.

Nel 1611 infatti Artemisia subisce uno stupro da parte del pittore Agostino Tassi, amico e collega del padre.

La ragazza non denuncia subito l’artista, in quanto il Tassi le promette di mettere a tacere il delitto con un matrimonio riparatore.

Ma Agostino Tassi non rispetta l’impegno (perché già sposato) così Artemisia decide di andare incontro ad un lungo e umiliante processo, pur di vedere riconosciuti i propri diritti.

Nel corso del dibattito la difesa tenterà in tutti i modi di screditare la ragazza che sarà però costretta a sottoporre la sua testimonianza alla dolorosa e pericolosa prova dello schiacciamento delle dita.

Al termine del processo verrà riconosciuta però la colpevolezza del Tassi (colpevole anche di aver corrotto i testimoni) che sceglierà l’esilio da Roma per non affrontare la pena dei lavori forzati.

Anche Artemisia tuttavia dovrà lasciare la città, a causa della vasta eco che aveva riscosso quel pruriginoso processo presso l’opinione pubblica.

Costretta dallo scandalo a trasferirsi a Firenze, soffrì molto il distacco dal padre.

Per superare il trauma provato dopo la violenza, riprese a dipingere.

Il periodo fiorentino fu tra i più felici per la sua produzione artistica.

Verso il 1630 si trasferì definitivamente a Napoli dove si spense nel 1652.

“GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE”

“Giuditta che decapita Oloferne” rappresenta un episodio del libro di Giuditta, nell’Antico Testamento: la donna, insieme ad una sua ancella, durante una guerra si recano nel campo avversario per decapitare il feroce capitano nemico, Oloferne.

Con una crudeltà vista raramente nell’arte, Artemisia si ritrae nel ruolo di Giuditta che decapita Oloferne, che ha il volto del suo stupratore, Agostino Tassi.

L’artista fa in modo che l’attenzione non si concentri solamente su un particolare, ma sugli altri dettagli che si trovano intorno all’azione centrale della composizione.

Il volto di Oloferne, sofferente e disperato, viene tenuto fermo con forza, freddezza e impassibilità da Giuditta.

Ciò è testimoniato anche dalla posizione del corpo della donna che, nella violenza del momento, rimane attenta a non sporcarsi le vesti.

Un altro dettaglio crudele da notare è il sangue che cola lento dal collo di Oloferne, per riversarsi in rivoli sul lenzuolo.

Tutta la scena viene sottolineata dalla luce che illumina solo i tre protagonisti, messi in rilievo anche dal cupo sfondo, chiara influenza “caravaggesca”.

Lo scopo di Artemisia sembra quello di vendicarsi dall’affronto subito e di vincere l’uomo con le sue stesse armi, ovvero la violenza.

PER CONCLUDERE:

Letta sotto una chiave psicologica, i critici hanno giustamente interpretato il quadro come la vendetta di Artemisia.

Infatti, questo quadro diventa il suo grido di disperazione e, la pittura, lo strumento per capire la sofferenza patita.

Se notate, quasi tutte le opere di Artemisia Gentileschi raccontano la storia di donne coraggiose, capaci di lottare a costo della propria vita per dimostrare di esistere e se uno spettatore è attento può facilmente cogliere dietro ognuno di quei volti un unico viso: quello dell’autrice.

Bruno Vergani

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