Se per definizione il “cult movie” è una specie di oggetto misterioso, sicuramente il film di Kubrick è un vero e proprio fenomeno da osservare più volte e analizzare sotto una lente di ingrandimento che ne definisca le mille sfaccettature.

Ma quando si ha a che fare con “il” genio cinematografico per eccellenza, sicuramente non ci si stupisce, ogni volta che si guarda un suo film, di trovarsi di fronte ad un “animale strano”.

In un lontano e probabile futuro la società è dominata da bande di giovani delinquenti che scorazzano per le vie delle città compiendo atti di violenza gratuita. Le istituzioni sono condizionate da uomini senza scrupoli che usano ogni mezzo per conquistare il potere .

Alex è il capo di una banda di drughi, ama Beethoven, da cui trae l’adrenalina necessaria per compiere le sue gesta orripilanti e , pur già noto alle autorità, continua imperterrito a compiere le sue malefatte. Finchè, in seguito ad una serie di eventi delittuosi, viene tradito dal suo gruppo e rinchiuso in carcere. Sottoposto ad una cura alternativa esce di prigione completamente trasformato; privo della sua “animalità” e divenuto strumento nelle mani dello Stato, Alex si trova completamente disarmato e solo e dovrà fare i conti con l’ipocrisia e le contraddizioni della società e del Potere delle autorità.

Il romanzo da cui è tratto il film ( “Un’arancia a orologeria” di Anthony Burgess), pubblicato in Inghilterra nel 1962, contiene sicuramente l’Essenza stessa del film (nonostante piccole modifiche); l’impianto strutturale della trama e soprattutto la tematica veicolata, sono assorbite dalla sceneggiatura di Kubrick, arricchite da una serie di immagini codificate che rendono ancor più veritieri i vari personaggi del libro.

La violenza, ma soprattutto la “Rappresentazione della violenza”, è il Tema centrale, raffigurato dal Gruppo malvagio dei quattro protagonisti, teppisti senza scrupolo che si dedicano alla crudele esecuzione di atti delittuosi e violenti.: rapine, pestaggi, violenze fisiche gratuite sulle donne.

Il tutto mostrato senza filtri , sia dal libro che dal film, con una orripilante, e sadica fino all’estremo, rappresentazione del “male” tale che per anni entrambi furono oggetto di aspre critiche quali possibili promotori e fomentatori di una simile bestiale malvagità. Solo in tempi più recenti si è riusciti a raggiungere un livello di osservazione critica molto più equilibrata dell’opera, nel tentativo di distaccarla da una valutazione eccessivamente personale e moralista, per considerarla soltanto quale opera di fantasia e paradossalmente di denuncia.

Negli anni sessanta o settanta sicuramente non si poteva valutare con adeguato distacco un film che ancora oggi riesce a suscitare un ‘impressione notevole per chi si accosta alla pellicola per la prima volta.

Soprattutto le scene di femminicidio, le violenze di gruppo del “branco”, le aggressioni non sense di Alex e i suoi drughi sono parte di uno spettacolo crudo ma anche “scomodo”perché quadro di un discutibile assetto politico in realtà totalmente consapevole di utilizzare il male come strumento di “potere”.

Alla prima uscita vietato ai minori di 18 anni, la sua popolarità fu subito tale che diventò subito non solo un cult (pur dividendo la critica fra adoratori spassionati e detrattori dubbiosi di un suo reale valore estetico aldilà della mera violenza scenica) ma anche un sinonimo da utilizzare per individuare fatti di cronaca particolarmente efferati. Stanley Kubrick , che aveva ricevuto persino minacce da chi aveva potuto fuorviare il suo intento rappresentativo estrapolandone la sola vena violenta, era addirittura arrivato in parte a dissociarsi dalla sua opera , perché temeva potesse essere utilizzata quale strumento di emulazione in negativo, inno alla cruda brutalità, modello di riferimento per un processo identificativo e mistificatorio.

Quell’Io narrante che si pone a raccontare per la prima volta una società così priva di “buono” e dove nulla sembrava potesse lanciare un messaggio positivo, poteva divenire un messaggio distorto, cosa che Kubrick temeva profondamente.

In realtà, più il tempo passa, più quello che oggi appare forte di questo discutibile e disturbante film non è tanto la sua ferocia violenza, ma è soprattutto il suo messaggio socio-politico sempre forte e sempre tremendamente attuale : gli incubi di Alex, il suo folle balletto da Singing in the Rain, il suo occhio costretto ad osservare spalancato l’orrore del mondo reale, trasformandolo da carnefice in vittima, sono simbolo di una lotta ad un potere che stravolge la realtà, la proietta così come “serve”proiettarla, annullando il libero arbitrio, cancellando il desiderio nella mente di un uomo /animale rieducato da una fittizia normalità, un uomo strumento e mezzo da usare come messaggio di massa da un proiettore che addestra a credere a ciò che ci viene mostrato.

E’ buffo come i colori del vero mondo divengano veri soltanto quando uno li vede sullo schermo”.

Sandra Orlando

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