Antonio Ligabue

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ANTONIO LIGABUE

“Autoritratto con sciarpa rossa” 1956, 45× 35 cm

olio su faesite.

La vita di Ligabue, è come un romanzo d’autore.

È stato l’emblema perfetto dell’arte che si sposa con la follia, un uomo malato, una vita difficile.

Le sue opere sono quelle che ci ricordano, con una dovuta cautela naturalmente, un altro artista autolesionista come lui, Vincent Van Gogh.

Ligabue nasce a Zurigo nel 1899 da madre Elisabetta Costa e da padre ignoto.

Diventa Antonio Ligabue perché il patrigno, Domenico Ligabue, decide di legittimarlo dandogli il proprio cognome.

Nel settembre del 1913, dopo la morte drammatica della madre, deceduta con i tre figli per intossicazione alimentare, viene affidato ai coniugi svizzeri Valentin Göbel ed Elise Hanselmann che lo denunciano però varie volte per i suoi strani comportamenti.

Ligabue rimane con i Göbel fino al 1919, ma il carattere difficile e le problematicità di apprendimento, lo portano a cambiare scuola: prima a San Gallo, poi a Tablat e infine a Marbach dove viene respinto nel maggio del 1915 per cattiva condotta.

Si trasferisce quindi con la sua famiglia adottiva a Staad, frazione di circa 2.500 abitanti del comune svizzero di Thal, nel Canton San Gallo (distretto di Rorschach), sul lago di Costanza.

Tra il gennaio e l’aprile del 1917, dopo una violenta crisi nervosa, viene ricoverato per la prima volta in un ospedale psichiatrico a Pfäfers.

Nel 1919, su denuncia dei coniugi adottivi, è espulso dalla Svizzera.

Si traferisce quindi a Gualtieri, luogo d’origine del patrigno, ma non sapendo una parola di italiano, fugge tentando di rientrare in Svizzera.

Riportato a casa, vive grazie all’aiuto dell’ospizio del paese.

Nel 1920 riceve l’offerta di un lavoro presso gli argini del fiume Po.

Proprio in quel periodo inizia a dipingere.

Nel 1928 incontra il pittore Marino Mazzacurati, che ne comprende l’arte genuina e gli insegna l’uso dei colori, guidandolo verso la piena valorizzazione del suo talento.

In quegli anni si dedica completamente alla pittura, continuando a vagare senza meta, lungo l’adorato fiume Po.

Nel 1937 viene ricoverato in manicomio a Reggio Emilia per atti di autolesionismo.

Nel 1941 lo scultore Andrea Mozzali lo fa dimettere dall’ospedale psichiatrico e lo ospita a casa sua a Guastalla.

Arruolatosi durante la seconda guerra mondiale, fa da interprete alle truppe tedesche.

Ma nel 1945, per aver percosso con una bottiglia un militare tedesco, deve rientrare in manicomio, rimanendovi per tre anni.

Nel 1948 si fa più intensa la sua attività artistica tanto che giornalisti, critici e mercanti d’arte italiani si interessano a lui.

Nello stesso periodo subisce un incidente in motocicletta e, l’anno successivo, rimane vittima di una paresi.

Continua faticosamente a dipingere.

Guastalla gli dedica una grande rassegna antologica.

Dopo essersi battezzato e cresimato: muore il 27 maggio del 1965, all’età di 65 anni.

La vita e l’arte di Antonio Ligabue, rappresentano una vicenda esistenziale dominata dalla solitudine, dall’emarginazione, riscattata solo da uno sconfinato amore per la pittura.

Ma e’ anche un racconto biografico e artistico che si snoda attraverso altri temi principali, (vedi foto) come gli animali selvatici e domestici.

Pittore di animali” infatti è la definizione che dà di sé Ligabue sin dall’inizio.

Una simbiosi che denuncia ancora una volta la sofferenza della sua anima, rifiutata dall’essere umano e che trova negli animali che vivono sulle rive del Po la sua unica famiglia.

La fantasia porta poi Ligabue in terre lontane, sognate e immaginate, come l’altro pittore naif, Henri Rousseau.

Un accavallarsi di soggetti, studiati con curiosità maniacale, appartenenti quasi sempre al mondo animale nella loro “movenza”.

“AUTORITRATTO CON SCIARPA ROSSA”

Ho scelto, tra i tanti, “Autoritratto con sciarpa rossa” perché tecnicamente è il mio preferito.

Ligabue si ritrae di tre quarti, in età matura, la fronte segnata da cinque evidenti e profonde rughe parallele.

Al collo porta una sciarpa rossa che rientra all’interno della giacca.

L’angolo degli occhi è segnato di rosso, mentre una palpebra inferiore è blu.

Un cielo azzurro, punteggiato da strisce quasi verticali, con un grande uccello in volo e verdi piante di pioppi e cipressi si estendono dietro le spalle dell’artista.

Nello sguardo attento e un poco malinconico, Ligabue dipinge il proprio dolore esistenziale.

I contorni del viso, come quelli della camicia, della sciarpa e del cappotto dal collo ampio, sono bordati dello stesso tratto scuro, mentre il viso, i pini e il cielo, come pure il cappotto e la sciarpa rossa, non sono altro che grandi superfici di colore piatto .

Questa scelta viene fatta per imporre quel sintetismo che caratterizza le stampe giapponesi (tanto amate anche da Van Gogh e Gauguin).

Un riferimento fondamentale per i grandi artisti: il canto del colore.

Quando Ligabue dipinge se stesso, come in questo capolavoro, negli occhi e nel volto riportati sulla tela si leggono smarrimento, fatica e desolazione, quasi come se egli si sentisse condannato a una perenne solitudine e impossibilitato a instaurare una qualsiasi relazione con il resto del mondo.

Sono il segno della ricerca più intensa dell’artista: la ricerca di una libertà che solo la pittura gli consente di provare.

CONCLUDENDO:

Quella di Antonio Ligabue è una storia che sembra già scritta ma che poi finisce in modo inaspettato e si conclude a Roma, con una grande mostra e la consacrazione di critica e pubblico.

Sembra una trama a lieto fine, quella di un artista che con il suo estro creativo riesce a superare i limiti imposti da un’infanzia difficile; eppure c’è un dettaglio che forse svela un finale diverso.

È un dettaglio nascosto in una frase dialettale: “Dam un bes (Dammi un bacio)”.

Una richiesta che Antonio Ligabue ripeteva a ogni donna che incontrava.

Una frase che celava un bisogno di amore puro che neanche il successo, i soldi e il talento erano riusciti a conquistare.

Così recita l’epitaffio posto sulla tomba del pittore a Gualtieri:

<<Egli, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, desiderava solamente libertà e amore>>.

Bruno Vergani

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