Andrea Vendola: l’ufficiale, il sindaco, il mio professore di lettere

Andrea Vendola nasce a Terlizzi il 3 giugno 1917.

Prende la maturità classica presso il seminario regionale di Molfetta nel 1937.

Si iscrive, nello stesso anno, all’Università Cattolica di Milano, alla facoltà di Lettere, dove consegue la laurea in lettere classiche nel 1941.

Partecipa al secondo conflitto mondiale in qualità di ufficiale dal 1940 al 1945.

Alle prime consultazioni elettorali del 1946, nell’era repubblicana, viene eletto e nominato Sindaco, rimanendo in carica sino al 1952.

Scompare nell’agosto del 2014.

“Il mio babbo l’ho amato immensamente.

Docile, mite, tenero, si disponeva all’ascolto con il vivo desiderio di carpire ogni tua parola, per poi esprimere la sua approvazione con un cenno del capo o con una carezza.

Ho sempre temuto il suo sguardo severo, il suo tono imperioso, il suo giudizio sferzante ma pur sempre pertinente”.

E ne hai tratto insegnamento, aggiungo con un filo di voce…

“Sì, vero,  ne ho tratto un insegnamento grandioso.

Il suo eloquio, la sua cultura eccelsa hanno rappresentato un modello fermo, insuperabile.

Il tuo professore di scuola media, il mio papà è sempre con me, in ogni mia scelta.

Ogni volta che devo affrontare situazioni difficili, lui c’è e mi guida.

E’ stato un papà eccezionale e sapere che tu hai deciso di rinnovarne la memoria su ScrepMagazine mi riempie il cuore di orgoglio”.

A parlare è Lucia, figlia di Andrea Vendola, mio professore di lettere durante la frequenza presso la scuola media di Terlizzi, comune a otto chilometri dal mio borgo natio, Mariotto.

Il battesimo del fuoco di quegli studi?

Le parole apparse come fulmini a ciel sereno sulle labbra di un dipendente della segreteria della scuola quando, accompagnato da mio padre, Domenico, andai a iscrivermi.

“Ehi, ragazzino, se hai voglia di studiare sei il benvenuto. Altrimenti…

Avrai un professore di lettere tosto, a volte burbero ma molto bravo, Andrea Vendola”.

Le parole della segreteria non mi smossero più di tanto anche perché il mio papà mi aveva già messo a conoscenza della fama in positivo che aleggiava intorno alla figura di Andrea Vendola, Sindaco di Terlizzi dal 1946 al 1952.

Ed ora eccomi qui, con lui di fronte, in una sorta di “intervista impossibile” per lasciare una sua traccia anche sul nostro blog.

Le persone che si sono battute quasi all’arma bianca per far vincere i valori fondanti della società, come l’onestà e la correttezza, meritano di vivere oltre la vita terrena nella memoria delle varie generazioni, meritano “il sorriso compiaciuto e gratificante dei nipoti e degli eredi” stretti o larghi che siano, diretti o indiretti.

Questa “intervista impossibile” è il frutto della lettura di alcune fatiche letterarie del mio professore: Civico impegno nel dopoguerra a Terlizzi, edita nell’agosto del 2009,  e Il trullo scoperchiato, pubblicata nel maggio del 2012.

Fiore – Come mai, caro professore, tanto ritardo nel rendere pubblici “alcuni aspetti tra i più impegnativi” della sua vita?

Vendola – Il tardare tanto a lungo a decidermi di rendere palesi alcuni aspetti tra i più impegnativi della mia vita è stato dovuto all’accettazione convinta dell’insegnamento impartito dall’antica saggezza dei proverbi impreziositi di arcano profumo, quasi sapore di archeologia del pensiero.

Uno di questi ordina, in gergo dialettale del mio paese, :”F(e) bèn(e) e scurdatèn(e), f(e) m(e)l(e) e pinz(e)”, ovvero “Fai il bene e scordatene, fai il male e pensaci”.

Chi non avverte in questo dettame proverbiale l’insegnamento evangelico che suggerisce il retto comportamento delle nostre due mani?

Fiore – L’ho sempre ritenuta una figura leader, trainante, carismatica e dotata di una notevole forza morale di cui tanto bisogno avrebbe l’attuale paese reale e legale.

Vendola – Non mi sono mai reputato un trainante, ma uno che ha sempre insegnato i dettami impartiti dall’antica saggezza dei proverbi.

Ora, per esempio, nel mentre percorro questa mia tarda età, mi sento immerso dentro immagini surreali e del tutto fantastiche: mi vedo come un contorto e aggrovigliato tronco di ulivo antico che conserva nel cuore del profondo ceppo briciole di radici ancora turgide di umore, le quali sembrano voler offrire nell’estremo appassimento la residua goccia di linfa vitale ai nascenti teneri virgulti lanciati a rinnovare la vita.

In tutto questo è come se anch’io mi rinnovassi mentre inondo di umori giovanili le nuove generazioni.

Del resto è il motivo per cui ho accettato questa “intervista impossibile” oggi propostami da un mio ex alunno.

Fiore – Quali sono stati i suoi comandamenti-guida nel corso della sua vita?

Vendola – Gli insegnamenti del mio caro padre, deceduto nel 1947, mi piace sintetizzarglieli anche perché ritengo che possano essere ancora di notevole guida a una società sempre più amante degli eccessi in negativo e in positivo:

severità attutita dall’esempio, affetto senza sdolcinatura, gioia con moderazione, scrupolo nel lavoro senza risparmiarsi, curare l’immaginare senza debordare, pregare quanto basta.

Fiore – Insomma equilibrio e cura dei particolari…

Vendola – Già, quella cura di particolari che chiedevo con lo sguardo a voi alunni e nelle interrogazioni e nei compiti in classe e nei comportamenti.

Quella cura scrupolosa e amorevole che ho sempre messo a favore della mia campagna senza mai lasciarmi prendere dallo scoramento per gli scarsi risultati di guadagno.

Ero in continua attività tra le morbide zolle, dove il passo affondava, senza mai sedermi, pur avendo vicino la macchina che mi invitava a riposare.

Respiravo aria pura a bocca spalancata con sommo sollievo e se sudavo nelle giornate estive, calde e assolate, avvertivo come una carezza le gocce di sudore che imperlavano la fronte e scendevano lungo il volto.

Fiore – La ricompensa a tutta questa passione per i campi?

Vendola – Palpabile quando, alla maturazione dei frutti, ne staccavo uno con le mie mani.

Per me era un rito assaporare un fior di fico, il turgido fiorone di S. Antonio, che matura a giugno in coincidenza con la festività del Santo di Padova di cui porta il nome.

La sua morbidezza accompagnava il sapore delicato, incomparabilmente dolce, che veniva racchiuso e protetto quasi in un prezioso scrigno, la mia bocca, investendo le papille.

Per non parlare del fascino che sprigionava di primo mattino quando, dopo la brezza notturna, il fiorone appariva con la sua buccia intensamente verde intersecata da striature bianche e sottili a guisa di merletti arabeschi.

Questi sembrano tessuti a rete con fili bianchissimi formati per effetto della spontanea tensione esercitata sulla buccia verde cedevole sotto l’influsso del processo di maturazione con relativa accresciuta dimensione del frutto.

In quell’istante il bianco soffice fiorone, liberato dalla protezione della verde buccia, catturava per intero la golosità di tutti gli organi della bocca in una sorta di gara per il possesso della leccornia sublimata dalla frescura dell’ora mattutina.

Altrettanto accadeva per tutti i frutti che si rincorrevano dalla primavera al tardo autunno con il profumo del mosto nei tini e la fragranza dell’olio nei frantoi.

Fiore – Ma i braccianti non potevano accontentarsi solo e soltanto del profumo e del gusto…

Vendola – Assolutamente no! Quotidianamente si assisteva a plateali forme di richiesta di lavoro da parte loro che a gruppi si disponevano dinanzi ai portoni delle case dei proprietari terrieri e, battendo contemporaneamente e ritmicamente col ferro la parte acciaiosa delle zappe, ottenevano un rumore minaccioso con cui si pretendeva l’ingaggio obbligatorio con relativa remunerazione.

Ed era impossibile sottrarsi al pagamento anche se la prestazione lavorativa, il più delle volte, risultava inutile e incontrollata.

Fiore – Un assedio continuo…

Vendola – …sì! E anche il Municipio ogni giorno sembrava sotto assedio per la continua presenza di numerosi disoccupati: non avevano torto anche perché mancava il cibo e il pane veniva somministrato con le tessere annonarie e in misura esigua.

Per i meno abbienti si provvedeva ai bisogni dell’alimentazione con elargizioni gratuite di legumi che non sempre si riusciva a reperire, pur ricorrendo al lavoro nero.

Fiore – Ed ecco i primi cantieri per i lenire la disoccupazione…

Vendola – Sì, si aprirono decine di cantieri di lavoro per i disoccupati del paese. Erano i cosiddetti lavori a regime istituiti allo scopo quasi esclusivo di corrispondere una paga giornaliera, sia pure in contenuta misura, a chi era senza lavoro.

Fiore – I finanziamenti si ottenevano con facilità?

Vendola – Assolutamente no! Occorreva che i progetti presentassero una sicura utilità pubblica e ci fosse un continuo e costante contatto con il Ministero del Lavoro.

Fiore – Anche l’attività agricola che aveva i suoi pilastri nel mandorlo, nell’ulivo e nella vite muove i primi passi verso colture innovative…

Vendola – Giusto! Grazie ai continui contatti con il responsabile della cattedra di Agricoltura dell’Università di Bari, il prof. Vincenzo Carrante, prende corpo l’idea, vista la qualità dei terreni e del clima del contado terlizzese, di sperimentare la coltura dei fiori.

Un’idea geniale messa sul campo della sperimentazione dall’ottimo Pasquale Tricarico, ortolano e consigliere comunale, che, su mio input, partì con l’avventura floricola avviando la produzione dei garofani, le cui prime piantine furono acquistate dai vivai della costa azzurra francese.

Nacque così il garofano di Terlizzi, ritenuto pregevole per la consistenza e robustezza del calice che, senza screpolarsi per la pressione di carnosi e folti petali, conservava a lungo compatta la corolla vasta e aperta a raggiera stellare.

Fiore – I vostri fiori conquistarono l’Italia…

Vendola – …e con la loro bellezza addobbarono il prestigioso teatro “La Scala” di Milano e la sontuosa gradinata della Basilica di San Pietro nei suggestivi riti papali.

Terlizzi diviene così, quasi per incanto e per naturalezza, la Sanremo del Sud, il Centro floricolo più importante del Mezzogiorno d’Italia tanto che si ravvisò la necessità di creare un grande mercato per la floricoltura anche perché non c’era specialità di fiori che non vi fosse prodotta.

Fiore – Di idea in idea, passo dopo passo la Terlizzi moderna, la Terlizzi del post guerra prende sempre più forma sino a giungere all’istituzione della scuola media…

Vendola – E non fu affatto semplice. Si dovette peregrinare tra il Provveditorato  agli Studi di Bari e il Ministero della Pubblica Istruzione per mettere a punto la domanda che richiedeva valide motivazioni, come la formazione delle tre classi, il numero degli alunni, l’idonea collocazione che, grazie al nostro Vescovo, mons. Achille Salvucci, fu trovata negli ambienti adibiti a seminario.

Nell’ottobre del 1947 il grande impegno profuso riceve il giusto premio: si inaugura la scuola media con gran beneficio per gli studenti di Terlizzi non più costretti a recarsi a Molfetta o a Bitonto, il trasporto pubblico era quasi inesistente,  e di Ruvo di Puglia.

Fiore – E nascono anche le prime case popolari…

Vendola – Eletto Sindaco avvertii la responsabilità di sanare, nei limiti del possibile, la vergogna dei tuguri in cui abitavano famiglie costrette a vivere con il fiato addosso dei tanti figli.

Era una vergogna che conoscevo molto bene in quanto da ragazzo andavo a riscuotere la “mezza annata” di fitto di alcuni scantinati di nostra proprietà.

Ero incalzato quindi dall’urgenza di dare inizio all’eliminazione di uno stato di obbrobrio col trarre dagli scantinati, tra l’altro poco igienici, famiglie che vi abitavano a cominciare da quelle con numerosi figli.

Nascono così i 18 appartamenti di Via Gorizia anche grazie all’impegno del responsabile dell’Ufficio Tecnico Comunale, l’ing. Bonaduce, e alla passione e all’entusiasmo di bravi operai muratori che si accontentarono di un non lauto guadagno perché felici di aver contribuito a tirar fuori dalla vergogna diciotto famiglie.

Fiore – Entusiasmo, gioia, felicità che dettero impulso e spinta ad altre iniziative edilizie.

Vendola – La realizzazione della nuova pretura, di abitazioni per maestri, per dipendenti comunali e per lo stesso segretario comunale, il dott. Vito Nicola Mona, che nel periodo del mio sindacato fu di notevole aiuto per la soluzione dei tanti problemi che attanagliavano la res pubblica terlizzese.

Sottolineo che, grazie alla mia amicizia con l’on. Edmondo Caccuri, riuscii anche ad ottenere dei finanziamenti per la costruzione di due palazzine INA – Casa in Via Bovio, all’ingresso di Terlizzi per chi viene da Ruvo di Puglia.

Fiore – Per non parlare della luce fatta arrivare nel piccolo borgo di Sovereto salito alla ribalta della notorietà religiosa, turistica e storica per la presenza del Santuario in onore di Maria Santissima di Sovereto, protettrice della città di Terlizzi e della realizzazione dello stradone che dette maggiore fluidità al traffico agricolo che sempre più intensamente insisteva sul territorio di Terlizzi.

Vendola – Conosce molto bene la storia di Terlizzi e le mie realizzazioni da Sindaco…

Fiore – Lo devo alla frequenza della sua scuola media e alla mia famiglia paterna che, avendo origini terlizzesi, mi ha consegnato un ritratto molto profondo della sua figura politica ed umana.

Vendola – Grazie!

Fiore  – A proposito dell’antica saggezza offertaci dai proverbi, mi piacerebbe che si soffermasse un attimo sul motto contadinesco “Ogni aratura vale una pioggia”.

Vendola – E’ un proverbio che sentenzia l’ineludibile impegno al lavoro per nutrire la speranza del raccolto.

La sete dei campi, qui in Puglia, costituisce un disagio endemico, per cui il beneficio dell’aratura, in mancanza di pioggia, risponde ai requisiti di razionale cultura agricola.

Infatti i raggi del sole, penetrando attraverso il terreno smosso, promuovono alle radici l’afflusso per intercapedine degli umori sotterranei.

Con quel proverbio il contadino in buona sostanza accettava due condanne: la sofferenza della privazione dell’acqua e la stanchezza che lo assaliva nel condurre l’aratro trascinato dal docile cavallo.

Fiore – Quasi una sorta di ironia se non proprio di autolesionismo?

Vendola – Direi una risata per non bestemmiare nel mentre alza gli occhi al cielo sperando di intravedere qualche benevola nuvola portatrice di pioggia.

Fiore – A lei e alla consigliatura da lei diretta si deve l’idea di vincere le manovre speculative in atto sull’olivicoltura e intraprendere il percorso della cooperazione che consentisse la manipolazione diretta e la successiva commercializzazione dell’olio extravergine di oliva.

Vendola – Ben detto! Ma il cammino apparve subito irto di difficoltà: l’idea della socializzazione tra la gente del Sud era del tutto estranea, mentre il contratto tra offerta e ricavo si irrigidiva titanicamente su capisaldi che la filosofia popolare sintetizzava in tre parole:” pochi, maledetti e subito”.

Il significato intimo racchiuso nei tre vocaboli rispondeva all’esigenza di realizzo immediato e indispensabile: ci si accontentava del poco fugando il timore di perdere l’intero raccolto.

Del resto per chi coltiva la terra sudando, “il poco”, amministrato con parsimonia, stimolava il risparmio da custodire gelosamente per le necessità più impellenti ed improcrastinabili della famiglia.

Le ansie che generavano preoccupazioni assillanti e pensieri cupi spiegavano l’altro termine, “il subito”, col quale il contadino, lontano dall’apparire succube con la parte contraente, riteneva che la chiusura immediata del contratto rispondesse all’esigenza di ripristinare il gruzzolo che forse da tempo era venuto ad assottigliarsi e forse a svanire.

La stessa parola “maledetti” non veniva pronunciata come imprecazione o disprezzo verso il denaro, e tanto meno come una bestemmia: suonava come duro rammarico per il mancato compenso di un anno di lavoro quasi fosse sottrazione della giusta mercede che cristianamente andava corrisposta all’operaio.

Fiore – In altri termini bisognava superare tanti ostacoli e pregiudizi per coronare il sogno di una cooperativa…

Vendola – E il più grande e grave era la mancanza di fiducia. Si paventava l’inganno. Si riteneva un’assurdità abbandonare le olive al frantoio e ritornare a casa, in famiglia, a tasche vuote.

Del resto era comprensibile. Si affrontava il tema della cooperazione appena dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, che sembrò avesse voluto segnare il disfacimento dell’umanità, con l’aggravante di quanto accadde in Italia per il predominio politico e ideologico che ebbe la sua conclusione con il voto del 18 aprile 1948.

Fiore – Però a Terlizzi…

Vendola – …si trovarono i pionieri che, con coraggio e con l’esempio, dettero inizio all’esperimento della cooperazione nel settore dell’olio extravergine di oliva con la nascita della Società Cooperativa agricola a responsabilità limitata, la Scoarel.

E l’Amministrazione Comunale svolse tra gli agricoltori continua opera di convincimento per incrementare l’adesione dei soci e si adoperò per la scelta del luogo più idoneo dove far sorgere il frantoio sociale, antesignano della futura zona industriale di Terlizzi.   

Fiore – Non finisce però l’opera per la valorizzazione dell’olivicoltura…

Vendola – Già! Diciamo che per i tempi del mio sindacato la parola “fine” della prima tappa per la valorizzazione dell’oliva e dell’olio si ebbe con l’organizzazione della prima Sagra dell’Ulivo che si tenne dal 26 al 29 dicembre 1949, inaugurata dal sottosegretario all’Agricoltura, il lucano Emilio Colombo,  e che vide nel Comitato d’onore, tra gli altri, il Ministro dell’Agricoltura, l’on. Antonio Segni.

Fiore – Qualche passo indietro, caro professore. Come si trovò catapultato negli eventi bellici?

Vendola – Gli avvenimenti bellici mi piovvero addosso a mia insaputa e forse un po’ per caso e certamente per averli incentivati con le mie scelte non ponderate…

Non ero guerrafondaio, ritenevo abominevole il ricorso alle armi.

Ero convinto di subire, con il richiamo alle armi, un’aggressione e non accettavo l’allontanamento dagli studi che vanificava la fatica di numerosi anni di impegno intellettuale…».

Quando la sera – irrompe, con la voce rotta dall’emozione, Mimmo, il secondogenito di Andrea Vendola –  penso alle sue “avventure” in guerra, in politica e nella vita tutte le difficoltà della mia giornata lavorativa si dissolvono.

Di mio padre – aggiunge Lucia – ho apprezzato particolarmente la sua fermezza e coerenza ispirate ai valori cristiani, saldamente osservati in un contesto, quello militare, dove tendenzialmente i valori morali vengono infranti, calpestati, vilipesi.

Tuona nella mia mente, a leggere il suo “il Trullo scoperchiato”,  il proponimento di non aver mai inteso colpire un uomo; risuona l’omaggio alla “sacra Ellade”, affatto sentita come terra nemica; echeggia la profonda costernazione per l’impunita strage dei due prigionieri inglesi.

Ne scaturisce, mi dice Lucia, con la voce rotta dalla commozione, un quadro della guerra inusitato dove il soldato è l’uomo che risponde ad un solo monito, l’”obbedienza”, e che non rinuncia all’intima vocazione di mettere a servizio degli altri la propria intelligenza, la propria energia, la propria cultura.

Quella intelligenza, quella energia, quella cultura che Andrea Vendola senza risparmiarsi mise a disposizione di noi, suoi studenti e di cui ancora oggi ne andiamo fieri per la forza morale insita nelle sue ore di insegnamento.

E probabilmente, anzi senza “il probabilmente”, oggi, se non avessi incontrato lungo la mia strada di studente, Andrea Vendola, i miei progressi negli studi letterari non sarebbero stati possibili e oggi non sarei stato qui a farlo rivivere in questa “intervista impossibile” da giornalista pubblicista!

Grazie, caro professore!

Spero di aver contribuito con questa mia iniziativa giornalistica a trasmettere il suo meraviglioso e incantevole messaggio ad altre generazioni per farlo balzare fuori dal tempo e farlo stagliare a perenne memoria.

Non era questo il suo proponimento quando si accinse a scrivere le sue riflessione e le sue cronache di soldato e di uomo impegnato nella res pubblica?

 

 

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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