Alle donne e agli uomini impegnati in politica

190319

La lettera di Mons. Francesco Savino alle donne e agli uomini impegnati nelle istituzioni politiche

Alle donne e agli uomini impegnati

nelle istituzioni politiche

della Diocesi di Cassano all’Jonio

 “Essere Speranza per dare Speranza”

«Il noto motto di San Paolo, spes contra spem (Rm 4, 18), “la speranza contro ogni speranza”, può essere ritradotto nel nostro tempo con le parole “essere speranza” per “dare speranza»

(Francesco Occhetta)

A Voi,

donne e uomini d’impegno nelle istituzioni politiche, assaporo nuovamente la bellezza dell’incontro, dopo aver attraversato il deserto della presenza che la pandemia da Covid-19 ha tracciato negli ultimi due anni. Condivido, dunque, con voi, questo momento che non vuol essere una formale cordialità ma occasione kairotica per una riflessione che sostenga e delinei il telaio delle nostre responsabilità, spesso difficili da capire e, qualche volta, oggetto di scialbe precomprensioni, che non attivano processi di reale cambiamento, di se stessi e delle persone affidate alla nostra “cura”.

La responsabilità ha, con l’azione politica, un comune denominatore che è il fertilizzante della democrazia: la parresia; lo è nella misura in cui siamo disposti ad intendere questa etica della verità come il significante di ciò che la cultura greca nominava politeia. La politeia non è, banalmente, l’agire politico, ma è l’anima dell’esercizio del potere, della partecipazione attiva del corpo civico. Per questo il mio augurio vuole essere, in primis, quello di spronarvi ad esercitare sempre il potere attraverso il dire-il-vero senza rifugiarvi nella retorica. La vera sfida dell’epoca opaca che stiamo vivendo è la difesa della verità che è madre di una giustizia equa e di una carità generativa. Non a caso giustizia e carità sono i due termini che, negli ultimi giorni, anche alla luce della recente nefasta cronaca, hanno assunto un ruolo cardine nelle vostre vite, assumendo evidenza sulle vostre agende ed obbligandovi ad interrogarvi sul possibile rapporto dialogico che le interconnette. Del resto, la carità che non preveda una giustizia resta un atto generoso, un dono, mentre la giustizia che non si vesta anche di carità è solo un lavoro gestionale, un servizio offerto, direbbe Karl Marx, da un sistema automatico di macchine. Sul rapporto tra carità e giustizia si gioca la partita più importante del pianeta e voi siete chiamati, seppure in modesta misura, a provare a direzionare l’epoca del cambiamento.

Devo dire che, in questo, la pandemia ha assunto un aspetto didattico: ha fatto emergere la comorbilità di un altro potente virus, che definisco ideologico: il virus della disuguaglianza che, nel nostro post umanesimo, trova sempre più ospiti in cui attecchire. Prendendo coscienza di questa deriva dell’umano, siete chiamati ad essere, tutti, “pastori che vegliano nella notte scrutando l’aurora”, come suggeriva il venerabile vescovo don Tonino Bello che sapeva bene il senso di questa parola. I pastori nella Bibbia erano anche i re, i capi del popolo, gli anziani e quindi, al seguito della Parola di Dio, siete pastori anche voi, chiamati a riunire gli smarriti al gregge, a guidarlo, a fare in modo che nessuno si salvi da solo ma ognuno sia partecipe alla salute ed alla salvezza dell’altro.

L’esperienza della pandemia ci ha fatto comprendere, infatti, come una crisi sanitaria non possa essere affrontata unicamente da un punto di vista clinico. Accanto al medico, che è chiamato a fornire una risposta immediata, è necessario il coinvolgimento dell’epidemiologo, del politico, dell’ingegnere, dell’economista, dello psicologo, dell’assistente spirituale e di tutti coloro che con fattivo supporto, riescano a dipanare la matassa che una tale complessità aggroviglia. Direi, infine, che urge il coinvolgimento della comunità nelle sue diverse articolazioni affinché ci sia anche una giusta ripartizione delle responsabilità. Il rischio di un mancato accordo corale e cordiale tra tutti, di com-partecipazione, potrebbe essere una corsa sfrenata all’autoreferenzialità ed all’indifferenza che disorienta l’umanità come per la capinera di Giovanni Pascoli il cui pianto resta inascoltato dalle faccende del mondo noncurante.

“[…] ognuno loda, ognuno taglia. A sera
ognuno col suo grave fascio va.
Nell’aria, un pianto… d’una capinera
che cerca il nido che non troverà.”
 (La quercia caduta, Giovanni Pascoli)

Il secolo scorso, il ‘900, indubbiamente ha generato grandi progressi nella qualità della vita, ma, in questa ora della storia ci rendiamo conto che le specializzazioni, i saperi specialistici separati e antitetici, da soli non bastano. Occorre abitare la complessità in sinergia al servizio di un progetto comune.

Anche la drammatica, insensata, crudele e folle guerra in corso ci fa comprendere che le questioni vanno osservate da diversi punti di vista da integrare fra di loro. Infatti tutto è connesso, tutto è collegato, tutto è (in) relazione! È l’intuizione profetica di Papa Francesco elaborata nella Enciclica “Laudato Si”.

Seguendo questa direzione, voglio consegnarvi oggi due parole, paradigmatiche per noi tutti, in questo tempo complesso ed oscuro: sostenibilità ed esercizio del potere.

Le ho scelte perché sono convinto che uno degli aspetti tipici della nostra contemporaneità è il rapporto di amore-odio con la parola e le parole:

Da una parte, il mondo della parola catalizza i sospetti e le prevenzioni stereotipate di chi pretende di dividere la realtà in opere e discorsi: un dualismo naïf, che vorrebbe separare l’utilità dell’agire dalla presunta vanità del parlare. Per altro, la dicotomia così posta tra il “dire” e il “fare”, si allea spesso con un’altra pretesa antitesi, quella tra parola e immagine, che consegna al mondo della percezione la quota di maggioranza nel dinamismo della comunicazione. Dall’altra parte, proprio la parola impoverita, la parola screditata, la parola emarginata rimane lo strumento preferito – e saccheggiato – da ognuno di noi nell’universo dei media. Con la differenza che l’antico prevalente atteggiamento di lettura e di ascolto oggi è rovesciato nell’impeto social di esprimersi comunque, senza necessariamente ascoltare.

Eppure, proprio la crisi della parola, soprattutto della parola meditata e riflessa, amplifica la nostra nostalgia e il desiderio di parole efficaci, capaci di creare coscienza dei valori, di radunare consensi ed energie attorno al bene di tutti, alla dignità della persona, alla tutela della casa comune. Contro questa aspirazione – lo si sperimenta ogni giorno – agiscono parole che soffiano sulle braci dell’insoddisfazione e delle paure, creando culture di sospetto e identitarismi divisivi, capaci anche di condizionare su larga scala le volontà dei singoli, dei gruppi sociali e dei popoli. Tuttavia – e su questo vogliamo scommettere – lo stesso potere della parola può assumere valore salvifico, pacificatore. Il Cristianesimo ha il dovere di sostenere e promuovere il valore salvifico della parola. Pensiamo alla parola che si sforza di interpretare i potenti dinamismi sociali contemporanei, senza strategie di ambiguità e di tensione, ma favorendo criteri di obiettività, franchezza, cooperazione. Pensiamo alla parola che arriva all’intimo dell’altro, che crea relazione tra le persone. Alla parola che custodisce la memoria, che mantiene l’identità del cuore, che sostiene la speranza. Lo psichiatra Eugenio Borgna si è recentemente domandato: “Quali parole pronunciare per arrivare al cuore degli altri e di noi stessi?”. Perché, come aggiunge, “la parola è memoria, ed è speranza, nel cuore”. Borgna cita una bellissima poesia di Emily Dickinson sulla fragilità e sulla misteriosa durata della parola:

“Una parola muore, appena è detta,
dice qualcuno.
Io dico che comincia
appena a vivere
quel giorno”.

 La parola ha una sua vita, una sua consistenza, che nasce dal cuore di chi l’ha pronunciata, ma continua a trasmetterne la presenza infinitamente oltre. Dobbiamo imparare “a distinguere lo statuto della parola da quello della chiacchiera che il nostro tempo, invece, confonde colpevolmente. In questa confusione è certo che anche la politica ha le sue profonde responsabilità. Non si tratta di una distinzione banale. La filosofia e la psicoanalisi l’hanno ribadito anche sul piano categoriale. La chiacchiera è senza peso, vuota, irresponsabile.

Può mutare rapidamente direzione e contenuto senza che questo sollevi alcun problema. Il suo abito è aleatorio, la sua disposizione camaleontica, la sua volubilità senza consistenza la offre a farsi strumento di raggiro. Per questo la chiacchiera può essere tranquillamente priva di coerenza etica e logica. La parola implica invece l’esistenza di un peso.

Non assomiglia ad un vento che segue una direzione incerta, ma ad una lama che taglia e lascia il segno” (Massimo Recalcati, Il peso della parola, La Repubblica, 31/01/2022).

  • Sostenibilità

La sostenibilità è il principio architettonico, il principio fondante che deve coordinare e ritmare la realtà complessa e interconnessa in cui siamo “gettati”. Già alla fine del secolo scorso ci fu consegnato l’imperativo culturale: “soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere quelli della generazione futura”.

Faccio riferimento, oltre alla già citata enciclica dedicata da Francesco «alla cura della casa comune», all’ormai nota Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile sottoscritta nel settembre del 2015 dai governi di centonovantatré paesi aderenti all’ONU, nonché alla riforma costituzionale che nello scorso mese di febbraio ha introdotto il tema della salvaguardia ambientale, nella carta fondamentale della nostra Repubblica.

Non possiamo non fare nostro l’appello preoccupato ma generativo di speranza di Papa Francesco a unire tutta la famiglia umana nella ricerca dello sviluppo sostenibile integrale, nella consapevolezza che “l’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune” (Laudato Si, 13).

Questa sostenibilità integrale possiamo declinarla tenendo presenti tre dimensioni interconnesse: la sostenibilità sociale, la sostenibilità economica e la sostenibilità ambientale.

Non è un caso che si parli di ecologia integrale, perché significa pensare alle ricadute sociali connesse, a più riprese, alla dimensione ambientale. Queste non sono argomentazioni da lasciare ai grandi pulpiti delle politiche internazionali che discorrono di clima, transizione e ambiente. Sono urgenze che devono necessariamente interessarci ed interessare per dar vita al fermento di un cambiamento “dal basso” che rivoluzioni lo stile ed il tenore delle nostre vite. Con buona pace di Marcuse, servirebbe invertire il paradigma dell’immaginazione al potere con l’azione al potere. Le nostre azioni, infatti, possono smantellare vecchi ed obsoleti sistemi ai quali aderiamo con la pigrizia dell’abitudine, supportati dai media della disattenzione. Invertire questo paradigma vuol dire accompagnare il consenso nella scelta e nel supporto di quelle capacità che siano in grado di coniugare, il valore economico, con la dignità del lavoro ed il rispetto per l’ambiente. Come? Con il “voto col portafoglio”, ad esempio. Parlate alle vostre comunità del potere di certe scelte generative e responsabili. Informatele sulla rivoluzione dei consumi e sulla possibilità di costruire prodotti, in accordo con i produttori, che abbraccino standard ecologici e di come si possa inclinare il mercato con scelte etiche. Promuovete la nascita di comunità energetiche, informando e supportando la gente, accompagnandola, come buon pastore farebbe, senza dimenticare di iniziare sempre dagli ultimi!

Infatti il mantenimento della coesione della società va integrato sempre con la correzione “della disparità tra l’eccessivo investimento per il consumo e quello scarso per risolvere i problemi urgenti dell’umanità” (Laudato Si, 192). Del resto, la generatività è ricchezza, è felicità.

A queste due consapevolezze deve aggiungersi la responsabilità di tutti rispetto al nostro pianeta che, dispone di un capitale naturale che dev’essere tutelato e conservato.

Alle declinazioni ormai classiche della sostenibilità mi sento di aggiungere altre due sottolineature. La prima la traggo dall’intervento del Papa agli Stati Generali della Natalità tenutisi a Roma nel maggio scorso. Qui Francesco, a corollario di quanto detto finora, pone in primo piano il tema della sostenibilità generazionale, nella consapevolezza che «non saremo in grado di alimentare la produzione e custodire l’ambiente se non saremo attenti alle famiglie e ai figli». Il problema della denatalità e del conseguente invecchiamento della popolazione caratterizza da tempo l’intero continente europeo, ma nel nostro Paese assume dimensioni ancor più preoccupanti che altrove. L’architettura della sostenibilità integrale non potrebbe reggere senza un solido fondamento in quella legalità che, nella sua accezione più compiuta e matura, fiorisce nella giustizia. Il rispetto della legge rappresenta una conditio sine qua non della sostenibilità. La tutela dell’ambiente, della società e del bene comune, infatti, si sbriciola dinanzi a ogni violazione delle regole di convivenza, alla mancata attenzione per i diritti del prossimo, ai fenomeni di evasione fiscale e di inquinamento fraudolento, alla malavita diffusa. «Il bene comune richiede la pace sociale, vale a dire la stabilità e la sicurezza di un determinato ordine, che non si realizza senza un’attenzione particolare alla giustizia distributiva, la cui violazione genera sempre violenza» (Laudato Si, 157).

  • Esercizio del Potere

Tre sono gli errori più gravi per chi esercita un potere: aprire un conflitto che non si è capace di governare, sopravvalutare le proprie capacità, essere arroganti. Una vita senza conflitti non è auspicabile. Svetlana Alaksievich, premio nobel per la letteratura nel 2015, così ha parlato nel 2020 del suo paese, la Bielorussia, da 25 anni dominata da un dittatore: “Mi sono resa conto che la nostra società è come chi dorme e non riesce più a svegliarsi perché non gli funzionano né i muscoli, né il cervello […]. Ci troviamo in presenza di un sistema autoritario e di una società assopita, atrofizzata. Le persone non sono allenate all’indipendenza e nemmeno all’esercizio della critica […] la società civile è a malapena un embrione” (S. Alaksievich, Oggi la Bielorussia rivive l’incubo di Cernobyl, in “la Repubblica”, 11 maggio 2020, p.23).

La pluralità delle opinioni è l’in sé della democrazia. La critica ne è lievito ma il conflitto va governato perché, se portato alle estreme conseguenze, è distruttivo.

Sosteneva Machiavelli nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” che la grandezza della Roma repubblicana è consistita nella capacità di governare i conflitti, evitandone gli effetti distruttivi (Libro I, cap.4).

Sentirsi superiori, avere fastidio per la verità, per la parresia, sopravvalutare a prescindere le proprie capacità, essere prigionieri della propria autoreferenzialità narcisistica non consente all’uomo politico di accettare e comprendere la realtà. Questo determina un cortocircuito, perché la patologia della hybris destabilizza e destruttura l’esercizio del governo della res pubblica.

Così concludeva in un discorso ai parlamentari cattolici tedeschi a Bonn il 26/11/1981 Joseph Ratzinger: “Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”. E Amos Oz in un piccolo libro “Contro il fanatismo”, che raccoglie tre lezioni tenute a Tubinga nel 2001, spiega: “Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo, e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Siate i custodi del compromesso autentico, quello che, per dirla con don Milani “…si fa strada tra i poveri, senza farsi strada”, che è attenzione agli ultimi e veglia di notte, aspettando l’aurora!

Carissime e carissimi,

vigilate con sapienza su voi stessi per non fare di questi tre errori, che ho sottoposto alla vostra coscienza, il codice malsano del vostro essere donne e uomini delle Istituzioni.

Nell’irruzione di questa Pasqua affido a quattro versi stupendi di David Maria Turoldo il compito di augurarvi di essere “speranza per dare speranza”:

“Come una vela il grembo si inarca,
sopra la terra si inarca in attesa;
dentro lo Spirito plasma e fermenta:
sta per fiorire di nuovo il creato!”.

Amiche e amici miei, quella “vela” cerchiamo di essere noi.

E, per dirla con il venerabile don Tonino Bello, “Non ammainiamola. Se non tradiremo la gente, sperimenteremo anche noi, a partire da oggi, che veramente «sta per fiorire di nuovo il Creato!»”.

Buona Pasqua.

Cassano allo Ionio, 4 Aprile 2022

   don Francesco, Vescovo

                                                                              a cura di Vincenzo Fiore

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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