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lo stato d’animo dell’Italia

Nell’Italia, desertificata e ormai surreale, del COVID19 si naviga a vista in un mare in burrasca.

E parallelamente all’emergenza sanitaria che si cerca di fronteggiare a suon di nuove misure e restrizioni per abbattere e scoraggiare gli spostamenti e rallentare i contagi, corre un’emergenza altrettanto grave, quella economica e finanziaria, che rischia di mettere definitivamente al tappeto un’economia già debolissima come la nostra, che non è mai uscita fuori dal tunnel della crisi né tantomeno ha mai visto la luce al di là delle dichiarazioni dei vari cacicchi politici.

Così come si alza l’asticella dell’aumento della disoccupazione dei giovani e di una notevole parte di operai che hanno perso o perderanno il posto per la chiusura di tante piccole e medie imprese.

A tutto questo si aggiunge la dura prova a cui viene sottoposta la nostra salute psicologica per il continuo aumento dello stress dovuto alle preoccupazioni e all’incertezza conseguenza diretta dell’aggiornamento quotidiano dei dati del contagio e dei decessi da virus.

Insomma una situazione complicata anche se le notizie di ieri sulla diminuzione dei decessi e dei contagiati lasciano intravedere un minuscolo raggio di sole.

Speriamo e preghiamo…

E intanto noi abbiamo continuato ad ascoltare e a registrare opinioni, testimonianze, riflessioni, a volte drammatiche, in giro per l’Italia per avere il polso della situazione e il “sentiment” del Paese.

Barbara Iurilli di Ruvo di Puglia, anni 54

Ti tuffi nella quotidianità per non fare i conti con te stessa…e rimandi certi bilanci nascondendoti nei ritmi frenetici delle tue lunghe giornate.

Ma lo sai che è solo un alibi per rimandare il più possibile quel guardarti dentro che spaventa.

Poi un giorno all’improvviso tutto rallenta fino a fermarsi e cala il silenzio, per cui l’unica voce che puoi sentire è quella dei ricordi, di un passato che ti urla dentro, che hai solo provato a non ascoltare, che adesso ti dice:

”Fermati! Dobbiamo sciogliere quei nodi, dobbiamo chiarire…”

Usciremo da questa situazione ma molti di noi ne usciranno cambiati.

Lucia Rizzo di Palermo, anni 55 

Il 2020 è sicuramente un anno che difficilmente dimenticheremo!

Correvamo incauti e trafelati con nella testa i soliti pensieri, molti dei quali inutili e banali.

D’improvviso il mondo ha spento i motori e ci ha fatto fermare, ma non è un caso che ciò sia avvenuto!

Eravamo divenuti freddi, insensibili ed incapaci di volgere lo sguardo su altre realtà che ci stavano vicine ma che volontariamente avevamo ignorate.

Ma adesso tutti fermi a guardarci intorno e a scoprire cosa ci circondava.

Forse troppo tardi siamo corsi ai ripari, sarebbe servito fare di più, un di più che è in primis il senso di dovere e responsabilità verso il prossimo. 

Di questi giorni vissuti tra i sorrisi e lo sgomento, tra le canzoni urlate a squarciagola sui balconi e i saluti scambiati da lontano, ci ricorderemo del dolore per chi non ce l’ha fatta e della gioia per chi invece ha vinto; dell’abnegazione di medici, infermieri e operatori sanitari che non si sono risparmiati mettendo in pericolo la loro stessa vita, attingendo fino all’ultimo residuo di energia che avevano nel corpo e nell’anima insegnandoci, con il loro esempio, che la sofferenza può unire rendendoci migliori.

Alla fine di tutto ciò, forse comprenderemo che la libertà è una conquista, che spesso diamo per scontata, e che prendere un caffè al bar è una consuetudine preziosa finora vissuta nella normalità di una quotidianità caotica e pressappochista.

E capiremo che non siamo invincibili e che, tutti in egual misura, possiamo essere sconfitti da un esserino invisibile ai nostri occhi al quale non possiamo neanche dare un ceffone per farlo stramazzare a terra.

Di questo tempo ci porteremo dentro ogni singolo secondo scandito sulla nostra pelle e la voglia di farlo scorrere veloce per ricominciare da dove ci eravamo fermati.

Torneremo a vivere all’aperto, a dare valore ad ogni singolo abbraccio, ad ogni singolo sorriso e a ogni carezza che ci scambieremo non a un metro di distanza ma a un millimetro di respiro.

Sì, ci ricorderemo di tutto questo ma lo dimenticheremo in fretta perché la memoria dell’arroganza umana prenderà il sopravvento sulla memoria dei sentimenti.

Lucia Boncompagno di Bologna, anni 68

Un contagio rapido e letale è in atto nel nostro Paese, e non soltanto, come ora è divenuto evidente dal suo trasformarsi in pandemia, per la colpevole sottovalutazione dell’allarme dato dagli scienziati.

Nel caso Italia temo che il disdicevole teatrino tra tutti i partiti di governo e di opposizione, su temi di scarso rilievo collettivo, abbia distolto e ritardato l’attenzione dal diffondersi rapidissimo dell’epidemia in Cina.

Senza però dimenticare la grave colpa della Cina che addirittura tenne nascosta al mondo la gravità del fenomeno che stava dilagando a Wuhan e nella regione di Hubei.

La pandemia finirà, ci vorrà tempo, sicuramente mesi, ma finirà.

Le conseguenze saranno molte, non tutte al momento prevedibili, ma certamente pesanti per le economie mondiali.

Dalla chiusura di molte aziende alla conseguente perdita di posti di lavoro che inevitabilmente produrranno disoccupazione e aumento della povertà.

Spero che questa indubitabile catastrofe dalle dimensioni e dal carattere epocale possa essere occasione di profondo ripensamento delle nostre abitudini e di importante globale riflessione a livello politico e sociale sul problema della sopravvivenza del Pianeta Terra, messa oggi fortemente in crisi dalla sottostima dei problemi ambientali e climatici che stanno minacciando come un virus la nostra vita e il nostro futuro.

Ora compito di noi cittadini comuni è quello di seguire le indicazioni che ci vengono fornite dalla scienza come l’obbligo categorico di STARE A CASA!

Maria Piovesan di Cene, provincia di Bergamo, anni 63

Qui la situazione è molto brutta.

Ieri non circolava neanche una macchina.

Ora un po’ di movimento c’è.

Saranno gli ultimi che lavorano…

Io abito a Cene, nei pressi Nembro e Alzano, la zona tristemente famosa per il contagio da virus!

Dicono che ai tanti morti che ci sono stati in ospedale non avevano fatto il tampone per verificare la positività o meno!

Un fatto è certo: tutti i parenti ne sono usciti stati contagiati.

Speriamo finisca al più presto questa brutta epidemia…

Angela Rignanese di Foggia, anni 59

Sento la necessità di riferire il mio vissuto, che non è solo mio, in quanto mi confronto quotidianamente con altri colleghi e amici rispetto alla didattica a distanza.

Partita come volontaria prestazione di insegnamento da casa, a scuole chiuse, in quanto non c’era garanzia di connessioni a breve o lungo termine per numero di giga disponibili e per disponibilità di dispositivi, etc. in modo da continuare ad avere un rapporto con i propri studenti, per non farli sentire soli, per confortarli in questo momento terribile, pian piano la DAD si è trasformata in obbligo di servizio, in richiesta sempre più pressante di lezioni live, come da orario scolastico, in circolari lunghe come lenzuola, con indicazioni su come svolgere le lezioni e, soprattutto, fare in modo che i ragazzi producano materiale per poter dare voti, la famosa valutazione, andare avanti con il programma e riprendere il controllo sui docenti che non si attivano  o non lo hanno fatto da subito.

E poi i Consigli di Classe on line, i collegi online, come se fosse normale e possibile per tutti.

Si erogano addirittura fondi da destinare a questa “emergenza” la “DAD”, mentre muoiono quotidianamente centinaia di esseri umani per il virus e per mancanza di assistenza negli ospedali saturi e in casa.

Muoiono da soli, anche nel proprio domicilio, e i cadaveri restano lì a lungo perché nessuno li assiste o può intervenire tempestivamente.

Per non parlare della devastazione che ne seguirà per le economie e le difficoltà della ripresa.

Io faccio il mio dovere quotidiano, e lo faccio volentieri, registro video lezioni, assegno qualche compito, spiego, mi collego, comunico con i miei alunni, come mi sento e mi viene richiesto di fare, ma non posso far finta che sia normale, perché la mia fragilità di essere umano viene fuori, la mia paura e la preoccupazione spesso non mi danno la lucidità per concentrarmi sulla didattica formale in un momento così critico, in cui c’è in gioco la nostra pelle e dei nostri cari.

Quindi dirigenti, ministri, siate comprensivi, e non pressate in questo senso, lasciate respirare anche chi sta lavorando come meglio può, nonostante il peso del dolore nel cuore e la nebbia nella mente che si schiarirà solo quando questo incubo mondiale avrà fine.

Speriamo tutti al più presto.

Rocco Baccelliere di Bari, anni 59

Vorrei condividere la lettera di Domenico Marcello Gerbasi al suo amico fraterno Vincenzo…

“Ciao, noi in famiglia per ora stiamo bene.

I bambini: Francesca li fa correre e giocare in giardino ma solo se non piove.

Sono disorientati e nervosi.

Ieri un mio carissimo amico l’hanno ricoverato a Monza, ha dimenticato il cellulare e non ho più sue notizie e nemmeno la famiglia.

Domenica è morto Gennaro 51 anni, sano, buono come il pane, un altro mio carissimo amico.

Già cremato senza funerale.

Ho pianto. Ho gridato.

Ha lasciato una figlia di 17 anni che adorava.

La paura e l’istinto di sopravvivenza ti fa diventare egoista e ti chiudi in te stesso, ma io egoista proprio no, non lo sono mai stato e allora mi sento in colpa paradossalmente anche se cerco di proteggermi troppo…

Ora sono in ospedale e guardo tutto con sospetto per paura di infettarmi: le persone estranee, ma anche gli infermieri e i colleghi e anche le sedie e le biro che, se contaminate, potrebbero uccidere me e i miei cari.

Questa non è la guerra che io ho scelto di combattere.

Ma c’è.

Non mi sento un eroe, né tanto meno un missionario.

Il cimitero è pieno di eroi.

Ogni giorno scopro di un mio collega infetto e questo ti lascia sgomento.

Ma non posso restare con le mani in mano.

Ho scelto io di entrare in corsia COVID+, non potevo restare a guardare.

In ogni caso chi di noi medici e infermieri sopravvivrà, sarà segnato per sempre nell’animo.

Non eravamo preparati per vivere tutto questo.

Ieri pomeriggio è morto un paziente.

Dopo mezz’ora era stato spostato direttamente al cimitero perché la camera mortuaria non ha più posto…

I parenti sconvolti cui spiegare…

Dopo poco più di un’ora sul suo letto sanificato c’era un altro paziente…

Non è possibile, ti dici, ma è così.

Non hai più tempo per pensare a chi non ce l’ha fatta, DEVI pensare al nuovo paziente…

 Non è umano tutto questo.

Su venti della mia ala forse due possono sperare di farcela ma non è detto, gli altri sono già gravi e oltre i 75 anni. Non so quanti ne rivedrò al prossimo turno.
Non voglio vederli così: mi sono sforzato di immaginarli vestiti e sorridenti sul loro divano di casa a giocare coi loro nipotini che ora piangono per loro e li aspettano  forse invano.

Ma non sono così, sono ridotti a delle larve umane che neppure si lamentano, a volte urlano per il rumore assordante dell’ossigeno nelle orecchie, continuamente, è un rumore molto forte, e i più agitati dobbiamo sedarli.

A letto, sguardo fisso, non si alzano neppure per la debolezza, no libri, no tv, no visite, niente… a volte resistono 10-15 giorni. 

È una follia.

Provo perfino sollievo a pensare che i miei genitori siano morti prima di questo maledetto incubo e poi mi sento in colpa per averlo pensato.
Ma almeno non li vedrò morire così e loro non avranno paura per noi.
Spero che cali questo maxi afflusso e possiamo riprendere a curare le mie pazienti malate di cancro che purtroppo il fato ha messo da parte per l’emergenza… pazzesco.
Non finirà nemmeno con l’ultimo caso in Italia (sperando comunque che accada presto), finché il virus circolerà nel mondo.

Può finire solo con un vaccino, secondo me, forse fra un anno, dicono.

Sopravvivere, restare a casa propria e proteggere i propri cari: è l’unica legge che c’è.

Per voi.

Noi medici ne abbiamo altre, non scritte.

Vi abbraccio tutti e spero di rivedervi presto.

Bacia Emilia e abbraccia Salvatore per me.

Vincenzo, fratello mio: abbi forza e coraggio e non perdere mai la speranza, siamo forti e ce la faremo. Tu che sai cantare prendi la chitarra e fallo, non serve il balcone basta farlo in casa, dove capita: non perdiamo la bellezza della nostra umanità, non diamo questa soddisfazione a questo maledetto nemico invisibile.

Può anche ucciderci ma non dobbiamo permettergli di trasformarci.
Allora canta e suona qualcosa Vincenzo, come sai fare tu.

Fallo per tua moglie, fallo per tuo figlio Salvatore, perché capisca che la musica è bellezza… e fallo anche per te e per me.

Mauro Guardini di Belluno, residente a Borkum, Germania, di anni 62

Troppo tardi per tornare indietro.

L’ Europa e l’Italia hanno dall’inizio sottovalutato il pericolo che ci sovrasta .

Ma se si rispettano le regole allora si che potremmo farcela.

Certo non sarà un’impresa facile e non finirà domani anche se lo vorrei.

Certo ci vogliono i mezzi necessari che pare siano carenti.

Noi dovremmo essere di aiuto ad ognuno rispettando le regole.

Donato Scardigno di Bisceglie, anni 71

Dai risultati parziali della revisione delle cartelle cliniche dei deceduti, pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità, si nota come la malattia da coronavirus ha un andamento più grave, fino all’esito infausto, soprattutto in maschi caucasici di età media superiore a 80 anni, affetti da altre malattie gravi e invalidanti.

Meno frequentemente colpiti (e quasi sempre con gravi malattie coesistenti) sono le donne e le altre fasce di età.

È come se il coronavirus dia a persone già fragili il colpo di grazia.

Non sono disponibili dati riguardanti persone di altre etnie residenti in Italia.

Peraltro, si è calcolato che il virus ha contagiato un numero molto più grande di persone, valutabile attualmente nell’ordine delle centinaia di migliaia, rispetto a quello ufficialmente dichiarato: tutte queste persone, asintomatiche o con sintomi trascurabili, sono state e rimangono a lungo contagiose.

Abbiamo scoperto un discreto grado di impreparazione del Servizio Sanitario e di tutto il “sistema Italia” verso un evento che era comunque prevedibile.

Come spesso accade, il sacrificio dei singoli (soprattutto medici e infermieri) portato fino all’estremo sopperisce alle mancanze che si sono verificate.

I dispositivi di protezione individuale   vengono   prodotti   esclusivamente   all’estero   e   la   loro   reperibilità   è   affannosa, insufficiente ed esposta a scelte arbitrarie di altri Stati.

Il numero di postazioni di terapia intensiva, che era stato calcolato per un utilizzo “normale”, è circa 1/6 di quello della Germania.

È inoltre del tutto insufficiente la presenza sanitaria sul territorio, con controlli domiciliari protetti ed esecuzione di tamponi, non solo sul personale sanitario ma anche sui conviventi dei malati e sul personale dei servizi essenziali.

La maggior parte dei casi più gravi riguarda una parte importante d’Italia, ma non tutta l’Italia.

La situazione di molte aree della Lombardia è attualmente fuori controllo, con malati anche gravi chiusi in casa, che giungono in ospedale quando le loro condizioni sono peggiorate o che muoiono senza arrivare in ospedale.

In Italia meridionale si sono invece finora manifestati focolai sparsi, prontamente circoscritti dai Servizi di Igiene e Sanità Pubblica delle varie ASL.

Se non si verifichino grandi ondate legate al contagio portato nelle ultime due settimane da persone che lavoravano in Italia settentrionale e che sono tornate nel

Sud, si potrebbe affermare che, almeno al Sud, la battaglia potrà essere vinta.

Se eseguire un numero molto alto di tamponi sembra costare troppo, purtroppo senza circoscrivere i vari focolai, il costo finale – economico e in termini di mortalità – sarà molto più alto.

Si spera che il recente decreto detto “Chiudi Italia” abbia tenuto conto del fatto che una qualsiasi produzione abbia necessità di componenti che vengono prodotti altrove.

Se così non fosse, la macchina della distribuzione non tarderà a incepparsi.

E la distribuzione riguarda anche la filiera alimentare: impensierisce a questo

proposito il focolaio di Fondi, ove è presente il più grande e moderno centro italiano di concentrazione, condizionamento e smistamento di prodotti ortofrutticoli.

La cosa più inquietante è che il blocco dell’Italia (e del mondo) ha durata indeterminata.

E se, nonostante tutte le misure di distanziamento sociale via via succedutesi dal 4 marzo, non vedessimo nei prossimi dieci giorni i risultati attesi?

E quale sarà lo strascico dell’epidemia in termini di lavoro perduto, di sfilacciamento dei rapporti sociali e di peggioramento della condizione psico-fisica della popolazione generale?

Domande e riflessioni in un tempo sospeso e inquieto.

Francesca Dellorusso di Milano, anni 32

Buonasera Signor Vincenzo, ho appena finito un turno di 14 ore in un reparto covid del San Raffaele.

La situazione in Lombardia è delicata e complicata … a tratti ingestibile.

Ci si trova di fronte a pazienti con gravi stress respiratori e che di base hanno solo polmonite da covid: parlo di soggetti di 30-40-50-60 anni.

I vecchietti, purtroppo, non riescono a sopravvivere molto considerate anche le comorbidità.

E’ una situazione di sofferenza inspiegabile.

Stiamo cercando di affrontare l’emergenza rimanendo uniti e aiutandoci a vicenda. Non è per niente facile.

Questo è quello che sento di dire.

Un incubo che va avanti ormai da 1 mese ma non perdo la speranza.

Mi auguro e spero insieme di vincere insieme al senso di responsabilità questa immane battaglia.

Carmen Garone di Buonabitacolo, provincia di Salerno, anni 48

In un mondo così frenetico, sempre di corsa a raggiungere non si sa quali obiettivi, perennemente impegnati in lavori sempre più complicati, in continuo affanno pur di terminare tutto alla perfezione, alla ricerca di meriti e di riconoscimenti, anche economici, in lotta per far quadrare il ménage familiare, in costante equilibrio fra la felicità effimera e la tristezza dilagante, ci troviamo ora, soli nelle nostre abitazioni.

 Facciamo i conti con le lancette dell’orologio che girano lentamente, con la nostra mente accecata dalla paura, con i ricordi dei giorni più belli, degli abbracci ai nostri cari, dei sorrisi che potrebbero non tornare più, dei baci pieni di passione e di amore e ci rendiamo conto di quanto siamo ancora fortunati ad essere vivi e non vediamo l’ora di quando potremo tornare a respirare a pieni polmoni fuori in un bel campo di fiori o davanti ad un tramonto a picco sul mare e dire finalmente: è finito tutto!

Chiudiamo questa seconda cavalcata di opinioni e sentimenti con una riflessione del poeta Franco Arminio:

“Oggi ammalarsi fa inciampare l’intera nazione.

In un certo senso è un lusso che non possiamo permetterci.

Oggi più che mai tutti i dolori degli altri sono anche nostri.
Essere distanti non come punizione, ma come occasione per sentirci vicini più intensamente perché condividiamo lo stesso pericolo.
Non è il tempo dell’impazienza, l’impazienza in certi casi è letale.

Non dobbiamo avere fretta di tornare alla vita normale, dobbiamo sentire passione per la vita che ci capita di fare adesso, sentire che c’è una bellezza dolente anche in queste giornate di grande sconforto e disagio collettivo.

È il tempo del rigore più che del divertimento.

Il piacere in questi giorni è essere un diligente cittadino, il piacere è proteggere gli anziani e i malati.
Ciascuno di noi deve giustificare la propria salute, dobbiamo proprio sentire il dovere di stare bene, di mettere da parte il nostro sabotatore interno che ci spinge a comportamenti irresponsabili”.

… a cura di Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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