“A tu per tu con…” le nostre emozioni

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le nostre emozioni, quelle nel cuore dell’Italia

da Palermo, a Mazara del Vallo, a Bitonto, a Roma, a Colico

Distanziamento sociale o distanziamento fisico?

Sin da quando sono scattate le misure emergenziali per combattere il COVID-19 noi di ScrepMagazine siamo sempre stati per l’espressione “distanziamento fisico” perché dava e dà meno valore negativo al nostro dover essere distanti per evitare il contagio.

Distanti fisicamente, ma non socialmente “grazie alla tecnologia avanzata”, che, come afferma l’epidemiologa dell’OMS Maria Van Kerkhove, “ ci ha permesso e ci permette  di rimanere in contatto in molti modi, senza essere fisicamente nella stessa stanza o nello stesso spazio con altre persone. Stiamo passando volutamente all’impiego dell’espressione “distanza fisica” perché vogliamo che le persone rimangano comunque connesse”.

Lo stesso Martin W. Bauer, professore di psicologia sociale presso la London School of Economics, parlando ad Al Jazeera ha affermato che il cambiamento da “sociale” a ”fisico” era “atteso da tempo”.

Il prof. Bauer ha spiegato perché ha accolto con favore tale cambiamento:

“Fin dall’inizio mi sono accorto che “distanziamento sociale” era un’infelice scelta linguistica, poiché quello che si intendeva veramente era “distanziamento fisico”.

Del resto quando noi di ScrepMagazine ci siamo inventati gli “a tu per tu con…” cosa abbiamo fatto?

Abbiamo superato la distanza fisica mantenendo la vicinanza sociale.

E oggi piace prenderci questo riconoscimento merito perché non sono i centimetri o i metri o i chilometri che ci fanno essere distanti…ma i confini sociali.

Quei confini sociali che non hanno distanza geografica come abbiamo avuto modo di dimostrare nel raccogliere le emozioni, i sentimenti, i pensieri del cuore della nostra Italia e di altri Paesi.

Il tutto è dovuto al nostro essere cittadini digitali, al nostro essere dotati di una doppia residenza, quella del nostro Comune o della nostra Città e quella del nostro “pianeta digitale” dove la parola distanza non esiste.

Ed è grazie a questa assenza di distanza geografica e fisica che oggi abbiamo potuto essere a Palermo, a Mazara del Vallo, a Bitonto, a Roma, a Colico sul Lago di Como.

Paola Campanella di Palermo, 54 anni, insegnante

Il cielo da dietro una finestra assume una estensione diversa. Sembra meno lontano. Cambia solamente colore.

Appare costante come una quinta teatrale, è il panorama che ci è dato di vedere. 

Il suono, che prima costituiva un sottofondo perenne di voci e di motori, di  rumori  e sirene  e  di  schiocchi  e rintocchi, e  di  calci  a  un pallone,  adesso  rivela  una  base  inedita  per  la  mia  città. 

Il silenzio. Non ho mai udito il suono del silenzio a Palermo, se non in qualche assolato pomeriggio di una domenica d’agosto, quando tutti sono al mare…

Il balcone, che prima era una inutile estensione della casa, ha preso nuova vita.

È diventato lo spazio della relazione, il filtro tra dentro e fuori.  

Ma se ti affacci, non vedi che poca gente a passeggio con il cane, poche  persone  che  trascinano in  fretta i loro sacchetti della spesa, con i guanti blu e le mascherine bianche, quasi che tutte le strade si fossero trasformate in corsie d’ospedale.        

E la TV, che prima guardavi, sì, come si può guardare un quadro appeso nel soggiorno già troppe volte visto, è diventata una compagna che ti opprime con la conta dei morti e che ti mostra, di volta in volta, una diversa verità.  

Il mare io non lo vedo  dal  mio  balcone.

Non mi arriva neanche il suo odore. Non mi arriva il suo rumore  e mi manca.

Come mi manca l’odore della terra  bagnata  dopo  una  pioggia, come  mi  manca  l’allegro  chiacchierare spensierato  con  la  gente, che si incontra per strada.   

Ma adesso, se scendi ti devi stampare una autocertificazione, e non puoi certo dire che scendi per futili motivi come quello di  incontrarsi.

E poi, anche se  tu  vincessi  la  paura  e decidessi di rischiare, per sentire nuovamente la forza  e il piacere di vivere dal vivo i rapporti umani, l’altro come potrebbe accoglierti?

La diffidenza è negli sguardi, ha scavato fossati e si è fatta strada.     

È diventata anche un qualcosa di giustificato: si chiamerà distanziamento sociale.        

E non lo so se poi questo nostro allontanarci potrà  tornare  nuovamente vicinanza.        

La quarantena ci sta cambiando.   

E se anche si dice o si vuol credere che ci ha cambiati in meglio, questo nostro “meglio” come lo potremo esprimere se dalla mascherina  non potrà  vedersi  un  nostro sorriso,  se  non ci potremo più abbracciare, se tutto il nostro prossimo sarà all’ improvviso solamente chi  è  in  prossimità? 

E i  bambini?

Come potranno giocare a palla senza toccarsi?

E gli studenti come faranno a non avere un compagno di banco e gli innamorati come faranno a  innamorarsi, quando ancora non si sono conosciuti? 

E i nonni?

Come  faranno senza  poter  tenere le piccole  mani  dei loro nipotini?

Infine  penso  a  tutte quelle  persone che non hanno più  visto nessuno  e a  tutte  le  infermiere  che  hanno raccolto  l’ultimo sguardo di chi è morto solo.

No, questo mondo così non mi piace più. Resto a casa. La mia casa mi conforta.

Mi guardo allo specchio, sono io, la mia faccia è senza maschera, mi riconosco. 

Elena Pistillo di Palermo, attrice

Tutto ad un tratto la vita è diventata tutto il contrario di quello che era. Tutto ad un tratto senza preparazione alcuna!

Stavamo troppo tempo fuori casa, ora troppo tempo dentro casa. C’era un traffico esagerato ora pochissime auto per strada.

I figli, i coniugi fuggivano da genitori e consorti ogni volta che la nostra incapacità di comunicare ci esasperava, ora non si può.

Uscivamo fisicamente dalle nostre maschere, ora proviamo a mascherarci per davvero.

Era un tempo veloce, ora è lento.

Era un tempo in cui era facile fingere di essere vicini, ora è difficile comunicare la mancanza tremenda che sentiamo di chi non può starci accanto.

Era un tempo in cui non pregavano, ora molti di noi sono davvero tentati di farlo a prescindere dall’essere agnostici, atei, finti praticanti.

Era un tempo in cui condannavamo i social e i dispositivi elettronici, ora li benediciamo, ma al tempo stesso ne sentiamo fortemente e finalmente i limiti e capiamo quanto il loro abuso è assurdo quando ci è possibile toccare, baciare labbra carnose, annusare chi amiamo, guardare le pupille di chi ci parla, le rondini, gli arcobaleni non sulle lenzuola o sulla carta ma nel cielo sopra di noi, dai finestrini delle automobili quando avevamo la fortuna di attraversare panorami. Viaggiavamo, ora facciamo il tour dei nostri balconi se abbiamo la fortuna di averli.

Era un tempo in cui il buco dell’ozono e la raccolta differenziata erano problemi dei radical chic, ora capiamo che sono emergenze troppo a lungo ignorate.

Era tempo di shopping griffato, ora non troviamo latte e arance come in guerra. Prima pensavamo che “l’importante è la salute” fosse una frase fatta delle nostre nonne, ora sentiamo che è l’unica verità su cui possiamo concordare tutti, al di là di ogni diversità possibile. Giravamo con le maschere, come già detto, ora con mascherine, e non sono quelle carnevalesche e nemmeno della commedia dell’arte.

Erano tempi in cui snobbavamo l’arte disertando teatri, musei e sale cinematografiche, ora ci accontentiamo dell’arte virtuale pur di sentire ancora il nostro alito vitale, la nostra anima che tenta di resistere a questa fine di un mondo in cui stavamo morendo pur sentendoci estremamente vitali!

Ignazio Mannone di Mazara del Vallo, 71 anni, pensionato

E TU MORRAI

Tu,

che porti la corona,

da dove arrivi? Chi sei?

Sei forse un reale?

Sei arrivato galoppando,

dando esempio della tua forza,

pensando che nessuno possa profligarti.

Stai facendo razzia di gente anziana,

contagi i giovani portatori di altre patologie;

pensi proprio di essere così forte da procurare tanta paura?

Ci hai messo tutti in quarantena,

c’è anche il coprifuoco

non possiamo più abbracciarci,

stringere una mano amica.

Abbiamo bisogno dei nostri spazi,

del nostro sole,

la nostra aria, anche se inquinata.

Ricorda:

anche nei giorni più bui,

nei momenti più tristi della vita

ci sarà una fioca luce,

un barlume in fondo al tunnel

che ci darà la speranza,

quella brillerà sempre dentro di noi e tu morrai!

Tiziana D’Alessandro di Palermo, Agente di Polizia Municipale

Affinché tutto rimanga com’è, occorre che tutto cambi.

Anche stavolta temo che la legge del gattopardo scriverà la storia del tempo post lockdown. Viviamo un’epoca di grandi cambiamenti a cui il coronavirus ha dato una profonda e inaspettata accelerazione eppure, anche se la società post 4 maggio me l’aspetto diversa, l’uomo, invece, temo resterà uguale a sempre.

Potrebbe sembrare un paradosso visto che la società è fatta di uomini ma in realtà a cambiare, più per necessità che per scelta, saranno consuetudini e regole, distanze e rapporti sociali.

Il tempo della condivisione sarà più che mai digitale con poche concessioni ad abbracci e baci.

Una roba alla quale non siamo abituati ma che diventerà la nuova regola anche quando il virus diventerà un ricordo.

Dagli uomini però non mi aspetto grandi salti di qualità.

Il lockdown ci ha consegnato una terra depurata e più sostenibile ma se dipendesse da noi probabilmente, entro un mese, tornerebbe a puzzare di smog più di prima.

L’isolamento è stato un momento difficile da tanti punti di vista ma poco si è parlato dell’aspetto umano del problema: ha isolato maggiormente chi già era solo e ha resettato il vivere quotidiano in famiglia.

I social abbondavano di foto di pane, pizze, focacce e dolci fatti in casa.

 Un quadro di ritrovata unità familiare intorno al focolare.

L’immagine, tuttavia,  era più frutto di un input esterno, come l’emergenza, che di un input interno, come il ritorno alla semplicità.

Il disagio sociale ha esasperato situazioni di precarietà che non possiamo far finta di dire che non conoscevamo e che nell’emergenza è diventato scontro aperto.

La questione vera, la riflessione opportuna che dovremmo fare, al netto della politica e dell’economia, è su noi stessi.

Il distanziamento sociale, il disinfettante, la mascherina e i guanti non possono essere la soluzione. Io credo che ci rialzeremo come abbiamo sempre fatto ma il punto è come stavolta potremmo farlo diversamente dal passato.

Se misureremo la ripresa solo guardando il PIL e il debito pubblico credo che sarà solo una tregua. Io personalmente auspico invece un lungo periodo di pace partendo dalle cose migliori come la solidarietà, l’inclusione e lo spirito di sacrificio.

Tutte cose reali e spontanee.

Ecco, da questo dobbiamo ricominciare.

Serafina Muzio di Bitonto, 52 anni, insegnante

Questa pandemia provocata dal coronavirus ha sconvolto la vita di tutti.

Nulla più sarà come prima e mai riusciremo a recuperare gli abbracci persi… il contatto con l’altro e la gioia di stare insieme.

Per i giovani è un vero dramma… abituati a stringersi…ad abbracciarsi.

Per fortuna la tecnologia è riuscita a mantenere vivi i contatti…

Sono aumentate a dismisura le videochiamate che permettono di mantenere in vita il filo dei contatti.
Un grazie immenso ai nostri dottori, ai nostri infermieri, a tutto il personale sanitario: i nostri eroi.

Fulvio Amadori di Roma, 69 anni, medico

Da 41 anni esercita la professione di Medico di Medicina Generale e da circa 20 anni si dedica all’esercizio delle medicine COMPLEMENTARI.

Da 15 anni lavora come Omeopata e usa l’omeopatia come ausilio alla quotidiana attività di medico di famiglia. 

Da 20 anni esercita la funzione di Tutor nel Tirocinio abilitante dei neolaureati in Medicina per l’Università La Sapienza di Roma.

Da 5 anni si occupa di “Medicina Narrativa”.

Da tre anni partecipa ad un progetto universitario, presso la Sapienza di Roma ideato dal Prof. Guglielmo Tellan, chiamato “Il Cammino col paziente” e destinato agli studenti del II anno di Medicina e Chirurgia per avviarli negli studi professionali e tenerli in contatto, anche a domicilio del paziente, con il lato umano della loro futura professione.

In questi giorni non si fa altro che parlare e scrivere, anche a sproposito, di fase 2.

Si ha fretta di riprendere la vita quotidiana e i ritmi lavorativi quotidiani in nome dell’economia, del lavoro e dell’occupazione.

In realtà chi ha fretta, in maggior misura, sono le industrie, i commercianti, le fabbriche del Nord, il Nord produttivo per una sorta di competizione con gli altri Paesi, soprattutto europei.

Confindustria preme, e pare, almeno da certe dichiarazioni, che addirittura si è già iniziato a produrre: ma la domanda è questa: ”Siamo sicuri che le fabbriche di tutto il Paese garantiscano le procedure di prevenzione in maniera scrupolosa?”

“In aggiunta”, e qui parlo da medico, “siamo sicuri di sapere tutto sul Coronavirus D-19?”

A livello scientifico su scala internazionale ancora non si hanno certezze epidemiologiche ed immunologiche sui processi di trasmissione, di immunità permanente, temporanea, sul perché persone con tampone negativo si ammalano o, peggio, trasmettono la malattia.

Ho visto reportage, nei giorni scorsi, di fabbriche che hanno iniziato a produrre e nessuno all’entrata faceva controlli della temperatura o domande sullo stato di salute o, meglio, richiedeva la cosiddetta patente di immunità.

A proposito vorrei fare una domanda ai nostri soloni quotidiani che parlano dall’alto del loro reame senza contatti con la vita di tutti i giorni: ”Chi darà la patente di immunità? E, se mi si consente, quali sono i parametri di immunità se ancora non abbiamo chiaro il meccanismo di infezione, di trasmissione, di guarigione dal CoviD-19?”

E parlo in termini retrospettivi perché penso che, per procedere verso il futuro, bisogna esaminare bene il passato, meditare sugli eventi e sugli errori commessi più o meno scientemente; la criticità che si è vissuta, soprattutto nei primi giorni di epidemia da Covid-19, ci ha colti di sorpresa relativamente perché dovevamo aspettarcelo. Andavano chiuse le frontiere e gli aeroporti e tutti i voli non solo quelli da Pechino.

Altro errore è stato cincischiare sulla dichiarazione di zona rossa di tutto il territorio nazionale e farlo con tre settimane di ritardo e a scaglioni.

I Paesi che sono in condizioni migliori sono quelli che hanno giocato sulla precocità e sull’isolamento e bonifica dei territori e poi sul tampone su larga scala.

L’epidemia da Virus Ebola ci insegna che, quando non si è in grado di conoscere il Virus e soprattutto non si hanno armi per combatterlo, uno dei primi interventi è isolare i contagiati e trattarli come si può, ma, soprattutto, isolare le persone sane e per primi i più fragili, bonificare e cercare i portatori attraverso tamponi e strumenti diagnostici.

Per fare questo c’è bisogno di legami stretti sul territorio, conoscere il territorio e prevenire i contagi, cosa che è mancata soprattutto in Lombardia e Piemonte, in parte in Veneto ed Emilia Romagna.

Per il Sud la situazione è ben diversa; intanto c’è sicuramente meno inquinamento atmosferico, meno movimento commerciale e ci sono meno rapporti internazionali rispetto alle regioni del Nord.

C’è anche da dire che, ad eccezione del Lazio, le Regioni meridionali, chi più chi meno, hanno mantenuto grazie alla rete sanitaria della medicina territoriale e alla minore densità abitativa.

Uno dei primi interventi da che intraprendere doveva essere la messa in opera delle cosiddette USCAR (Unità Speciali di Continuità Assistenziale Regionale) di cui parla insistentemente e che sono state istituite tardivamente solo nella ASL di Novara Nord, Udine, Piacenza con alcune indispensabili garanzie strumentali ( DPI idonei, a norma e in quantità sufficiente ) e con un minimo necessario di logistica (mezzi di trasporto, individuazione di locali dedicati da sottoporre a frequente sanificazione ecc. ).

Le USCAR vanno attivate sul tutto il territorio nazionale e dotate di adeguati mezzi e attrezzature mediche adeguate (da non limitare solo ai termo scanner, al saturimetro e al teleconsulto) per effettuare controlli medici, che non siano farse.

Vi è la necessità e l’urgenza di fare cure adeguate alla malattia che combattiamo, non è più tempo di pressapochismi e di proclami fastidiosi.

Dobbiamo riabilitare il territorio da sempre sotto finanziato e sottostimato, dotandolo di ciò che è necessario per fare diagnosi e terapie al fine di garantire un’assistenza sanitaria degna di questo nome e non una commedia pericolosa per gli operatori della sanità e soprattutto per i cittadini.

Mi riferisco, per essere più chiari, ad equipe capaci di curare a casa i pazienti come ci insegna l’esperienza di alcune realtà (vedi il modello Piacenza o Novara Nord).

La fase 1 in corsia, la fase 2 a domicilio, perché la battaglia contro il coronavirus si combatte in corsia ma la guerra si vince sul territorio.

Una medicina territoriale capace e pronta a seguire dai casi più semplici ai casi con pluripatologie, a fare diagnosi (tamponi e test sierologici perché il virus se non lo cerchi non lo trovi) e terapia, da espletarsi con i protocolli già sperimentati, direttamente a domicilio come più volte noi medici abbiamo chiesto.

La Medicina si giova dei principi di solidarietà, di equità, di gestione pubblica ma non privata.

La Lombardia ha fallito pienamente con la politica privatistica della Sanità, che ha fatto abbondantemente acqua sul piano dell’emergenza dimostrando di essere solo una sanità d’élite.

Pensare di chiudere ospedali senza ampliare, fortificare, organizzare, finanziare il territorio ha portato al disastro che è sotto gli occhi di tutti.

Possiamo correggere questa stortura, ci sono ancora i tempi per farlo, ma bisogna abbandonare l’idea che basti un decreto o una delibera dell’uomo solo al comando.

Per  farlo occorrono invece ascolto, confronto, disponibilità a cambiamenti radicali.

Fernanda Ioli di Colico, lago di Como, 65 anni

Le emozioni non hanno voci, ma le riflessioni si!

Sono Fernanda, 65 anni, prossima ai 66, vivo a Colico, lago di Como, lavoro ancora perché qualcuno mi ha considerata giovane per la pensione, ma ora nella prossima fase due, sono a rischio per uscire.

Bando alle polemiche, la mia riflessione è: il rispetto degli uni verso gli altri non c’era più, ci sarà ora?

Abbiamo imparato ad avere rispetto per la natura?

Questo Bastardo invisibile, come lo chiamo io ma anche tanti altri che conosco, ha insegnato a tutti qualcosa?

Con l’ uomo chiuso in casa, la terra è meno inquinata, e questo la dice lunga!

Tutti gli animali si sono rimpossessati dei loro habitat, possono uscire senza avere paura delle mani dell’uomo pronto a imbracciare un fucile e decidere delle loro vite.

Questo Bastardo chiamato COVID-19 ci ha insegnato qualcosa oppure no?

Vorrei avere una risposta verbale che mai avrò, ma basta guardare come vanno le cose per avere risposte.

Le risposte sono: egoismo tramutato in speculazioni su beni di prime necessità, disoccupazione che porta alla fame che a sua volta porta a volere o dovere riaprire tutto in fretta e a sottovalutare il Bastardo in agguato pronto a mietere nell’ imminente o nel futuro non troppo lontano altre innocenti vittime.

Secondo me a nulla sono serviti  questi giorni di quarantena e nulla hanno insegnato!

Non si è riflettuto abbastanza su che cosa è veramente la vita e il rispetto degli gli uni verso gli altri né abbiamo rivolto sufficiente pensiero al nostro pianeta che sta morendo per mano nostra.

Riusciremo ad uscire da questo periodo di incertezze e poca chiarezza?

 Riusciremo ad arrivare ad una rinascita migliore? Da chi ci dovremmo difendere?

Dal Bastardo o da noi stessi? Qual è la risposta? C’è una risposta?

Per intanto occupiamoci dell’oggi…

 Scrive un autore argentino, si dice fosse Jorge Louis Borges:

“Se potessi vivere di nuovo la mia vita prenderei poche cose sul serio…
Se potessi tornare indietro, mi rilasserei di più, correrei più rischi, sarei meno igienico.
Mangerei più gelati e meno fave,  avrei più problemi reali e meno immaginari…
Se potessi tornare indietro cercherei soltanto momenti buoni”.

… a cura di Vincenzo Fiore

 

 

 

 

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

1 COMMENT

  1. molto interessante l’argomento trattato del “distanziamento” e le sue varie sfaccettature, in questo momento di sospensione morale, fisica, di paura, di riflessione.
    Sempre bello.poter leggere questa condivisione generale su Screpmagazine.

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