“a tu per tu con”… la medievista Gabriella Piccinni e le strade medievali

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La medievista Gabriella Piccinni e le strade medievali

Una strada comunale di campagna, la mia auto e il sole che picchia duro con i suoi 36 gradi e la sua umidità… 39 gradi percepiti.
Il mio viaggio si svolge ad andatura molto lenta, a passo quasi di tartaruga, e per godermi lo spettacolo offertomi dal verde degli ulivi e dai mandorli che, per il troppo carico, sembrano salici piangenti e anche per scansare qualche sasso e alcune buche di cui la strada è disseminata.
Ma si sa… quando tutto sembra filare liscio, allora qualcosa si mette di traverso.
In questo caso, una bella pietra appuntita che mi squarcia la gomma posteriore sinistra.
E ora, che faccio?, dico tra me e me cercando di non disturbare il frinire delle cicale…
Ma il mio interrogativo e il canto delle cicale vengono interrotti da una voce.

Amico mio, buongiorno… di cosa ti meravigli?

E’ vero che siamo nel 2021, ma abbiamo strade rurali e sentieri che nulla hanno da invidiare al disagio della viabilità del Medioevo.


E al riguardo mi piace citarti la similitudine utilizzata in “Viaggiare nel Medioevo: percorsi, luoghi, segni e strumenti” da Cosimo Damiano Fonseca, quando esorta a mettere in moto la fantasia e percorrere, quasi in una sorta di flashback, i sentieri medievali di campagna e di montagna.

Solo in queste condizioni, quando si cammina su strade polverose, piene di buche e cosparse di sassi, su strade che, d’autunno, si coprono di fango, nel quale si sprofonda fino alle caviglie, e che, d’inverno, solcate dai veicoli, gelano, rendendo il percorrerle un’avventura per l’uomo e ancor più per gli animali, che rischiano continuamente di rompersi una zampa, ebbene solo allora si sperimentano i disagi provati dai contadini in tempi lontani, quando volevano raggiungere i loro campi, o le difficoltà dei pellegrini, dei mercanti e di ogni altro tipo di viaggiatori del Medioevo. Solo così si comprende appieno la funzione basilare delle strade”.

E io, caro signore, ti sono grato perché con questa tua provocazione medievale mi hai dato il là per chiamare la medievista Gabriella Piccinni e chiederle ulteriori riflessioni su alcuni interessanti pezzi scritti per culture.globalist.it, che hanno come tema “il viaggetto estivo lungo le strade medievali”.

E dove potrò leggerle?

Sul blog ScrepMagazine.com tra qualche giorno…

Grazie, ma ora cambiamo la ruota così tu potrai rientrare a casa e io potrò raggiungere i miei che, non vedendomi rientrare, potrebbero preoccuparsi…

Fiore – Nel Medioevo, cara Gabriella, come tu mi insegni, periodo storico che abbraccia circa mille anni e tutt’altro che epoca buia, i viaggi e gli spostamenti erano più frequenti di ciò che si possa immaginare.
Viaggiare era un fatto di massa: dai pellegrinaggi verso santuari e luoghi per l’espiazione dei propri peccati, ai lunghi tragitti dei mercanti che si spostavano di città in città per i loro traffici commerciali.
E ancora gruppi eterogenei di persone che animavano le vie di collegamento, dai soldati ai nobili, ai contadini, ai diseredati.
Eppure le strade lasciavano molto a desiderare. Come mai?

Piccinni – Con la disgregazione della rete stradale romana, percorrere gli itinerari di terra era diventato disagevole, lento, pericoloso e anche costoso. Lungo le antiche consolari, la cui lastricatura difettava da tempo di adeguata manutenzione e sulle quali era di nuovo cresciuta la vegetazione, i signori esigevano pedaggi, i boschi nascondevano ladri e banditi, lupi ed orsi. Si sapeva quando si partiva ma non sempre quando, e se, si sarebbe fatto ritorno.
Tuttavia, a poco a poco, dal disastro qualcosa era risorto.
I re, i signori, le città avevano cominciato a porsi il problema dei collegamenti e una nuova rete di strade in terra battuta aveva unito tra loro i centri più importanti.

Fiore – Tanto da abbattere le differenze con l’epoca romana?

Piccinni – Assolutamente no! Le differenze con il mondo romano rimanevano grandi. Le città si erano venute collegando l’una all’altra non più con una singola strada maestra ma con un gran numero di stradicciole locali, alle quali mancava un disegno generale.
Il risultato fu che nessuna strada medievale – nemmeno dell’importanza della Francigena che univa Roma al Mar del Nord, secondo la via più breve – era vincolata ad un tracciato unico, come sono le ferrovie o le autostrade moderne: si trattava piuttosto di fasci paralleli di percorsi che consentivano al viaggiatore di regolarsi secondo le contingenze del momento, politiche o climatiche che fossero, di scegliere il tracciato meno avventuroso, o di cercare di evitare i territori controllati dai grandi e piccoli potentati locali con i quali doveva fare i conti continuamente nel suo andare, o i luoghi che sapeva infestati dai briganti, talvolta riuniti in bande.

Fiore – Un vero disastro…

Piccinni – E non poteva essere diversamente! Infatti con il rarefarsi della popolazione e degli scambi via terra e il contemporaneo avanzare del bosco e dell’incolto, si era fortemente deteriorata gran parte della sapiente rete di 5.000 km di strade che la civiltà romana aveva costruito e che faceva perno sul miliarum aureum del foro romano.
Addirittura, quelle strade che per tanto tempo avevano tenuto insieme l’Europa – rettilinee e pianeggianti, larghe e lastricate, segnate da cippi miliari che indicavano le distanze, bordate di pietre, a brevi intervalli, per consentire di montare in sella senza bisogno di aiuto – in certe zone di frontiera erano state lasciate andare in rovina deliberatamente, perché non favorissero l’irruzione dei popoli nemici, utilizzate tutt’al più come comode cave di pietra già lavorata.


Fiore – Quindi si è in presenza di modesti sentieri, serpeggianti, tortuosi e assolutamente complicati…

Piccinni – Senza alcun dubbio!
Una rete così fatta era più flessibile e complessa, ma anche tanto meno solida e più lenta da percorrere di quella delle grandi vie consolari romane.
Così, le strade che collegavano città e paesi nel medioevo, quando non riutilizzavano le antiche e i loro materiali, non erano riuscite mai a competere con quelle romane: si trattava di modesti sentieri, spesso serpeggianti, tortuosi e in pendenza, di larghezza solitamente non superiore ai tre metri, selciati in maniera rudimentale, che potevano essere nuovamente ricoperti di vegetazione se non venivano utilizzati anche per breve tempo.

Fiore – E i ponti?

Piccinni – L’uso dei ponti non era generalizzato.
Si trattava comunque di ponti stretti, con spallette molto basse, fragili ed esposti ai danni delle piene: quelli di pietra erano rari, costoso com’era sia costruirli che garantirne la manutenzione.

Fiore – In tutto questo bailamme di sentieri, di viottoli di campagna, non lastricati, e con scarsa manutenzione dovuta soprattutto all’instabilità politica che regnava in quel periodo come ci si orientava? Esistevano mappe sia pure approssimative?

Piccinni – Non sono un’esperta di cartografia e dunque non voglio arrischiarmi su
terreni sui quali non sono competente, ma certo non esistevano mappe stradali come adesso le intendiamo, da portare in tasca. Anche l’unica carta itineraria romana che è pervenuta alla nostra epoca, quella famosissima nota con il nome di Tavola peutingeriana, è un rotolo di ben 12 fogli di pergamena incollati l’uno sull’altro per oltre 7 metri di lunghezza! E comunque il mondo che ricaviamo da itinerari di questo genere è sostanzialmente solo una successione di nomi di luoghi abitati commentati a volte con riferimenti a manufatti o fenomeni geografici che fossero utili a determinare la posizione del viaggiatore lungo un dato percorso. Sicuramente esistevano, ad uso dei viaggiatori, elenchi di luoghi da raggiungere lungo un itinerario.
E poi ci si passavano le informazioni, magari facendo pezzi di strada insieme.
Per chi navigava si avevano carte nautiche e elenchi di porti ai quali attraccare, ma la vera esplosione della cartografia è intorno al XV secolo, dunque abbastanza tardi.

Fiore – Quindi, per tutte queste difficoltà, la velocità dei viaggi era quasi ridotta a zero?

Piccinni – Sì, senza alcun dubbio.
Rispetto all’antichità, la velocità dei viaggi per terra era diminuita, rimanendo per secoli molto lenta: “Napoleone si muove con la stessa lentezza di Cesare”, avrebbe osservato Paul Valery.
Il viaggiatore si spostava soprattutto a piedi, come del resto, non potendo fare altrimenti, la maggior parte della gente ha fatto fino al XX secolo. Per i pellegrini, in particolare, che in buon numero attraversarono le vie d’Europa, camminare era considerato il modo più virtuoso per avvicinarsi alla meta.
Sebbene sia probabile che qualcuno di loro usasse una vera cavalcatura, che in genere chiamavano “il nostro mulo” ed era il lungo e saldo bastone dalla punta ferrata al quale si appoggiavano, unico e rudimentale mezzo per spostarsi (bordone, da burdo, mulo).


Fiore – Ma il cavallo o mulo da soma o cammello, secondo la latitudine, di chi era prerogativa?

Piccinni – Era prerogativa soprattutto dei mercanti per il trasporto delle merci o di qualche personaggio di riguardo, e i veicoli a ruote erano da tempo divenuti rari: gli stessi i mercanti viaggiavano lentamente, con il ritmo degli animali da soma carichi di merci.
Così, con il rarefarsi della popolazione e degli scambi via terra e il contemporaneo avanzare del bosco e dell’incolto, si era fortemente deteriorata gran parte della rete sapiente di 5.000 km di strade che la civiltà romana aveva costruito e che faceva perno sul miliarum aureum del foro romano. Addirittura, quelle strade che per tanto tempo avevano tenuto insieme l’Europa – rettilinee e pianeggianti, larghe e lastricate, segnate da cippi miliari che indicavano le distanze, bordate di pietre, a brevi intervalli, per consentire di montare in sella senza bisogno di aiuto – in certe zone di frontiera erano state lasciate andare in rovina deliberatamente, perché non favorissero l’irruzione dei popoli nemici, utilizzate tutt’al più come comode cave di pietra già lavorata.

Fiore – Ecco quindi la via del mare e del fiume…

Piccinni – Già! Accadde così che, fino alla tarda età moderna, divenisse più veloce e agevole viaggiare via mare e via fiume che per terra.
Il Po, il Rodano, la Senna, il Reno, il Danubio, l’Oder si potevano percorrere seguendo il filo della corrente o risalendola a vela per ampi tratti.
In questo modo, di fiume in affluente, a parte un giorno di viaggio per terra, si navigava dal Reno fino al delta del Rodano, e si tratta di un bel tratto d’Europa.
Poi c’era il Mediterraneo, disseminato di isole – che suggerivano di navigare a contatto visivo con la terraferma – e abbastanza calmo da rendere possibile navigare sotto costa senza finire per forza sugli scogli.
Quella distesa di acqua tiepida, tra lo stretto di Gibilterra e l’istmo di Suez, era divenuta così un insieme di ‘strade di mare’ che collegavano tra sé le città della costa di tre continenti, ognuno con propri modi di pensare, di mangiare, di bere, di vivere, di credere.
Là sono confluiti per millenni i viaggiatori e con essi le bestie da soma, le merci, le navi, le idee, le religioni.
Certo, il mare poteva sempre diventare pericoloso quando ci si avventurava lontano dalla costa con navi non adeguate, maree forti turbavano la navigazione nell’Oceano Atlantico, i monsoni quello dell’Oceano Indiano, il Mar del Nord e il Baltico in inverni molto rigidi potevano gelare per ampi tratti.
Tuttavia, in mare c’era il vantaggio di non pagare pedaggi fin quando non si attraccava nei porti, e si andava spediti se si aveva audacia e competenza per utilizzare i venti favorevoli o per sfruttare la forza stessa delle maree.

Fiore – In conclusione possiamo dire che intraprendere un viaggio nel Medioevo era impresa molto pericolosa, anche se, come scrive in un’intervista apparsa sul sito Pearson.com il Prof. Franco Cardini, “per il mondo medievale, il viaggio è fondamentale come esperienza simbolico-metaforica perché è la metafora della vita: la vita è un viaggio, dalla nascita fino alla morte, dopo la quale vi è il passaggio alla vita eterna. Quindi, tutte le volte che si viaggia si ripercorre spiritualmente il viaggio dell’esistenza. Un viaggio anche piccolo è l’occasione per meditare sul grande viaggio dell’esistenza”.

Piccinni – Direi che questa dimensione del viaggio come metafora della vita non è
una prerogativa solo del mondo medievale.
Chiunque ami viaggiare lo sa, lo sperimenta ogni volta. Si vorrebbe partire subito, dopo poco si vorrebbe non partire mai, e poi si desidera tornare subito indietro, e dopo poco non tornare mai più. Si ha paura e si ha coraggio, si guarda e si chiudono gli occhi. Viaggiare significa sempre cambiare un poco.
Viaggiare è fatica, come crescere.


Fiore – Chiudo, ringraziandoti per la tua disponibilità, con una domanda.
Perché si fantastica troppo sul Medioevo?

Raffaele Licinio diceva:
«Il Medioevo non è mai esistito. Il Medioevo è una costruzione culturale; è l’unica età, nella Storia, in cui l’uomo che viveva in quel periodo non sapeva di vivere nel Medioevo. Il Medioevo nasce quando il Medioevo finisce. E tutte le varie età lo hanno interpretato in maniera diversa. L’immagine che abbiamo noi è quella che ci hanno consegnato il Romanticismo e i mezzi di comunicazione, in particolare il Cinema».
Tu cosa ne pensi?

Piccinni – Penso che, come sempre, Raffaele aveva ragione.

La medievista Gabriella Piccinni e le strade medievali

… a cura di Vincenzo Fiore

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

1 COMMENT

  1. Anche questa intervista di Vincenzo Fiore illumina l’orizzonte del cammino umano. L’Uomo non ricorda spesso il suo passato personale e storico, è utile fermare con lo scritto almeno i punti salienti della Storia. Di Roma, della Res Publica, dell’Impero si ammirano solo i poveri resti archeologici disseminati in tutta Europa, ma non viene rammentato il suo contributo dato alla vita civile anche solo comune e quotidiana come “le strade”.
    Le cose si apprezzano quando si perdono e nel Medioevo si era perso quasi tutto anche se fu epoca di ricostruzione e fondazione del futuro umanesimo.
    Quindi, ricordare, rivisitare, paragonare, comprendere il presente alla luce del passato.
    La Prof.ssa e Fiore donano un affresco di grande profondità e aiutano a ripercorrere sentieri dimenticati.

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