“a tu per tu con…” il pianista Claudio Stea

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Il mio “a tu per tu con…” di oggi è con il pianista Claudio Stea, nato nel 1980 a Bari dove risiede.

Fiore – Caro Claudio, com’è avvenuto il tuo ingresso nel mondo del pianoforte e della musica in generale? Quando e come hai deciso che le note del pianoforte sarebbero state le migliori tue compagne di vita?

Stea –  Quando ero bambino il pianoforte mi sedusse un po’ alla volta, come una musa prudente; cominciò con qualche mormorio fioco, poi divenne automatismo e  piano piano acquistò la franchezza di un linguaggio che, per quanto elementare, era comunque il mio. Lentamente scoprii che, se mi avvicinavo ad un pianoforte, lo suonavo bene, e stupivo gli altri più che con un trattato di matematica. Sin dai primi anni di vita mio padre iniziò a farmi ascoltare musica attraverso il suono di un pianoforte a coda posizionato nel salotto di casa; sono cresciuto ascoltandolo suonare prevalentemente Bach, e poi ho iniziato a suonarlo con le mie dita.

Fiore – Perché la tua scelta musicale sul pianoforte, che da quanto ne so è uno degli strumenti più difficili da suonare?

Stea –  Considero la musica per pianoforte un biglietto mandato a se stessi fatto passare sotto la porta del proprio sentimento, qualche volta c’è al di là qualcuno che lo riceve. Se tutti gli 88 tasti potessero raccontare la notte che ci sovrasta, alla fine l’oscurità  sarebbe più lucente del solito e noi avremmo meno paura. Sono periodi difficili per la musica questi. Stiamo vivendo una sorta di oscurantismo musicale che sta facendo precipitare la nostra società in derive inquietanti… eppure la musica non è argomento da sottovalutare e nemmeno da minimizzare, perché da essa può dipendere l’emancipazione sociale di un bambino. Noi siamo governati, le nostre menti vengono plasmate, i nostri gusti vengono formati, le nostre idee sonore sono quasi totalmente influenzate da canzoni orrende. La civiltà musicale attuale nasconde dietro un apparente splendore, uno stato di vero e proprio decadimento testuale. In ogni ambito stilistico sembra si siano perdute le nozioni essenziali del concetto musicale. Il nostro errore più grave è quello di cercare di destare in ciascuno proprio quelle qualità che non possiede, trascurando di coltivare quelle che ha.

Fiore – Accanto allo studio didattico hai effettuato un percorso musicale assolutamente autonomo. Ha vinto il tuo istinto musicale su tutto e tutti?

Stea – Nella mia veste di compositore per pianoforte mi sono sempre sentito a mio agio osservando regole e consuetudini non scritte, al contrario provo sempre disagio dovendo osservare leggi codificate. Ho sempre rifiutato ordini impartiti dall’alto, lasciando al mio estro sonoro la decisione di emergere o affogare. In trent’anni solamente due maestri sono riusciti a domare l’istinto musicale che è in me, gli altri mi hanno fatto solo scappare. La vera libertà consiste nell’essere padroni di se stessi, nell’avere il controllo dei  propri pensieri, ispirazioni e desideri e poi nell’agire in conformità ai propri principi morali.

Fiore – Quali le esperienze miliari che hanno caratterizzato il tuo percorso formativo? Quando e perché?

Stea –  Mi sono formato lentamente, mai del tutto, anzi, credo proprio di non essermi mai formato: io sono così e basta, senza regole e discipline; ho solo seguito le mie emozioni sonore, producendo musica per trent’anni senza pretendere nulla in cambio. Io comporrò e suonerò sempre a modo mio, senza regole e senza obblighi, in nome di una giustizia sonora che fa fatica a prevalere sui poteri forti, sui soprusi, sulle ipocrisie   della   musica   moderna,   ma   soprattutto   suonerò   per   dar   speranza   ai sentimenti martoriati dalla gente che non sa provare più alcuna emozione.

Fiore – L’errore che non vorresti aver commesso e se ti sia stato d’insegnamento…

Stea – Aver regalato un mio brano al pianoforte ad un noto pianista torinese, che lo ha inserito nel suo disco senza neanche chiedermi il permesso. Ovviamente il deposito in SIAE risulta a mio nome molto tempo prima del suo, ma ho deciso di non combattere per questa causa, perché non ho bisogno di vincere nulla. Ho vinto comunque perché so bene che quel brano è mio e lo sarà sempre anche se qualcuno si è arricchito grazie alla mia idea musicale. Io penso che la vera vittoria non è riuscire a far successo e neanche avere la  comprensione di un collega pianista: si vince nel momento stesso in cui si riesce a far scivolare di dosso ogni preconcetto, assioma, dimostrazione che nessuno può essere migliore di te se ci credi veramente e alle volte… dipende tutto dal proprio istinto.

Fiore – Qual è il primo ricordo legato alla musica che ti viene in mente?

Stea – La mia prima esibizione in pubblico. Fu emozionante vedere la gente commossa per una mia creazione. Io credo che le mie composizioni, come qualsiasi altra espressione artistica, debbano necessariamente contenere nella melodia centrale uno spirito poetico. L’arte musicale nasce grazie alla poesia. Sul fatto, poi, che le mie musiche possano riuscire in qualche maniera ad arrivare  sempre al centro del sentimento pubblico, ho i miei dubbi. Credo che alcune mie composizioni incidano in maniera molto superficiale a livello epidermico, altre toccano le corde più nascoste dell’anima umana. La maggior parte dei miei brani sono specchio di alcune memorie giunte già distorte, quindi, proprio come le volevo. Solo chi crea e soltanto chi libera i pori della creatività è capace di esprimersi  veramente. L’uomo migliore non è colui che ha meno bisogni, bensì colui che, per mezzo di ciò di cui ha bisogno, si esprime nel modo più giusto.

Fiore – Il momento più emozionante della tua carriera musicale?

Stea – Sono cresciuto guardando il teatro Petruzzelli di Bari e immaginando di suonare all’interno di esso. Ci sono riuscito all’età di 39 anni, realizzando il sogno più bello che avevo.

Fiore – Le decisioni prese, lungo il tuo cammino musicale, saranno state molte. Chi, cosa ti ha aiutato a prendere quelle giuste?

Stea – Io son sempre stato un musicista atipico, nel senso che non ho mai avuto un produttore, né una corte dei miracoli che mi tutelasse; ho sempre fatto e deciso tutto   da   solo. Un’autonomia   selvaggia   alla   quale   non   potrei   mai   rinunciare. Pubblicavo   e   pubblico   musica   quando   sento   di   avere   qualche   emozione   da trasmettere, suono in pubblico se mi va, (in questi ultimi mesi ad esempio, non mi va), e soprattutto godo tuttora di grande credibilità, anche immeritata. Questa vita da libertini anarchico si è rivelata vincente anche senza inutili presenzialismi televisivi. Mai nessuno mi ha indicato la strada, anzi, in tanti hanno provato a farmi uscire dai binari, ma son sempre andato avanti per la mia via, in direzione ostinata e   contraria,   ho   sempre   preso   decisioni   autonomamente, seguendo il mio istinto e le mie emozioni.

Fiore – Il pianoforte oggi è uno strumento molto popolare. Moltissime persone suonano questo strumento. Quali le ragioni di questo successo?

Stea – Il pianoforte è uno strumento completo, imponente, regale. Penso che negli ultimi vent’anni Giovanni Allevi, il mio amico Giovanni, abbia fatto tantissimo per avvicinare il suono di questo strumento al pubblico italiano,  soprattutto nei confronti dei bambini. A lui va solo un grazie.

Fiore – Cosa rappresenta per te il pianoforte?

Stea – Un compagno di vita. Lo considero il mio miglior confidente. Tutti i miei brani nascono al pianoforte esclusivamente per soddisfare i miei istinti  più nascosti, poi, se voglio, li condivido con altri. Continuo a credere fermamente di essere un musico senza briglie, uno di quelli che procede senza regole precise e soprattutto senza secondi fini. Il pubblico oramai è abituato ad aspettarsi da un musicista concerti e promozione, e io non faccio nulla di tutto questo. Non più. In fondo devo ammettere che questa situazione mi fa comodo, perché evita di  logorarmi con un’attività stressante. Conosco colleghi che hanno l’esaurimento  nervoso permanente, perché trascorrono la vita correndo da un posto all’altro,  facendo in continuazione serate per pochi euro. Io, il mio cammino musicale, preferisco gestirlo in altro modo, magari frequentando e ascoltando i consigli del mio maestro, suonando per me e per chi apprezza i miei brani, dedicando alla musica tutto ciò che posso, ma sempre entro limiti ragionevoli. Sinceramente non mi va più di fare il girovago. L’ho fatto per trent’anni. Musicalmente son contento di tutto quello che ho fatto, sono appagato, non ho rimpianti perché non ho avuto sconti, non ho avuto protezioni dall’alto e tutto quello che ho ottenuto l’ho raggiunto da solo, solo col mio pianoforte.

​Ho registrato 5 dischi, ho fondato una società musicale, ho creato un’etichetta discografica, ho collaborato con tantissimi musicisti, mi sono esibito su più di 400 palchi e soprattutto ho suonato la musica che piaceva a me. Non so se meritavo qualcosa in più o qualcosa in meno, ma sono soddisfatto della mia carriera musicale perché l’ho vissuta in maniera anarchica, libero di fare quello che ho sempre voluto. Nel mondo della musica ho incontrato persone per bene e altre meno per bene, ma di una cosa sono certo: ho sempre fatto quello che volevo.

Fiore – Quali gli artisti a cui ti sei ispirato?

Stea – Ennio Morricone. Il maestro dei maestri. Conosco ogni singola nota del suo immenso repertorio. Ho avuto il piacere di dialogare con lui per ben tre volte.

Fiore – La tua vena compositiva ti ha sempre spinto con grande facilità a creare musica inedita. Cosa ti ispira maggiormente?

Stea – La notte è mia amica, la maggior parte delle mie creazioni sonore più interessanti sono nate in momenti di luna piena. Compongo prevalentemente nel mio studio musicale, un mondo a parte, dove mi  rifugio ed esprimo la parte più artistica del mio essere. Nel conflitto tra istinto e principi morali, tra ego e mondo esterno, l’organismo è  costretto a corazzarsi tanto contro l’istinto quanto contro il mondo circostante;  mi ispira il silenzio notturno, la meditazione, la memoria.

Fiore – La voce è un altro strumento musicale… che ruolo svolge nelle tue esibizioni?

Stea – Durante la frequentazione scolastica mi piaceva scrivere canzoni e dedicarle alle ragazze, era un ottimo modo per conquistare i cuori delle mie compagne di classe, soprattutto durante le feste, poi però ho smesso di giocare con la mia propensione   artistica   perché   non   avevo   una   bella   voce   e   perché   volevo   solo comporre brani strumentali.

Fiore – Mi stai dicendo che la tua voce e il tuo pianoforte sono  due strumenti che suonano e cantano all’unisono?

Stea – No, sono intonato ma non canto mai. Però in passato ho accompagnato ai cori tanti bravi cantautori.

Fiore – Ci sono stati momenti in cui avresti voluto scrollarti di dosso tutto e cambiare rotta?

Stea – Mai. La musica non sarà mai abbandonata da me, però devo ammetterlo, negli ultimi anni  non  mi interessa più il consenso. Sono sincero, ho perso quella voglia intrinseca di piacere. Certe volte ciò che per pochi può sembrare nobiltà d’animo appare alla gente comune come incomprensibile, e la gente comune finisce per snobbare ciò che non comprende. La sottrazione è un’operazione a cui io tengo parecchio, forse in controtendenza con la contemporaneità che invece vede l’addizione come obiettivo di tutti noi, come se l’arricchimento fosse aggiungere.

Fiore – Da uno a cento quanto la musica è un elemento fondamentale della tua vita e ti aiuta ad essere una persona migliore?

Stea – Io, sentii, fin da subito, che il mio impegno sonoro doveva camminare su due binari: la volontà di esprimere un sentimento reale e l’illusione di poter partecipare a un cambiamento esistenziale dell’ascoltatore. Quest’ultima si è sbriciolata presto, la prima, invece, rimane. Comporre musica sta diventando una responsabilità sociale, ma se ne sono accorti in pochi. Le musiche entrano a far parte del patrimonio culturale di un popolo quando diventano parte della coscienza. Il mio pensiero, per lo più debole, è sempre stato oscurato dalla forza dei miei  brani al pianoforte. Ognuno percorre la propria strada, vive la propria storia, procede sul proprio binario e penso che nessuno dovrebbe mai impedire di sviluppare le proprie propensioni; ognuno di noi dovrebbe sempre svegliarsi al mattino credendo di poter realizzare un proprio sogno.

Fiore – Quanto lavoro c’è dietro una composizione?

Stea – Quando suono il pianoforte io divento un mezzo attraverso il quale la melodia si realizza. Le mie composizioni hanno una loro vita, sono ispirazioni che appartengono soprattutto a loro stesse; io c’entro pochissimo, solo quel tanto che serve per esprimerle;  alle volte ci vogliono pochi minuti, soprattutto quando l’emozione provata è recente, altre di più. Non esiste una regola precisa, alcune composizioni sono nate davvero in pochi istanti e spesso ho notato che le mie dita si muovevano sulla tastiera spinte da una forza universale.

Fiore – Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento?

Stea – Sì, molte. Sono un creativo, in tutte le forme possibili. Amo scrivere. Scrivo tantissime parole notturne e alle volte non riesco a fermarmi, sento il bisogno di prendere la penna e buttar giù tutto ciò che mi passa per la testa.

Fiore – Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Stea – Ascolto molto Domenico Modugno, conosco ogni sua canzone a memoria e ritengo sia stato un genio assoluto. Ascolto Freddie Mercury e John Lennon ma tutti gli artisti del ‘900 fanno parte del mio “background” musicale. Ultimamente mi hanno proposto di dare lezioni di musica contemporanea in una scuola privata. Forse accetterò.

Fiore – Dopo una lunga serie di collaborazioni, nel 2009 hai prodotto il tuo primo disco solista di musica inedita intitolato “Composizioni al pianoforte”. Me ne vuoi parlare?

Stea – E’ stata una prima prova andata bene. Ho raccolto all’interno di questo primo lavoro discografico tutte le composizioni al pianoforte realizzate nel corso della mia infanzia. Feci produrre 200 copie e andarono tutte vendute. Fu quella la prima spinta ad andare avanti discograficamente.

Fiore –  Leggo su alcune tue note biografiche che dal 2010 in poi hai dato inizio a una lunga serie di esibizioni al pianoforte con risultati molto sorprendenti. Me ne citi qualcuna?

Stea – Beh sì, ho suonato in molti locali e auditorium, sia da solo che con altri musicisti facendo il turnista. Sono stati anni molto intensi.

Fiore – E siamo al 12.12.2012, giorno di uscita del tuo secondo disco di composizioni al pianoforte intitolato “K r i s e l i d e”, la cui produzione consacra una tua vena artistica del tutto inedita e ti offre la possibilità di organizzare il primo tour promozionale a tuo nome. Racconta…

Stea – Sì, ho iniziato a farmi seguire da un manager truffatore che mi spingeva a suonare un po’ ovunque, purtroppo intascandosi il 70% del mio cachet. Non ricordo con piacere quel periodo.

Fiore – Il brano “Nuvole su Fatima”, inserito all’interno di K r i s e l i d e”, rappresenta il fiore all’occhiello della tua intera produzione compositiva. Perché? Quale sensibilità anima il brano e ti ispirò?

Stea – “Nuvole su Fatima” è il mio brano più conosciuto, nato sull’aereo che mi riportava a Bari dal Portogallo. Quel giorno ero stato a Fatima e l’ispirazione iniziale nacque proprio lì, poi, qualche ora dopo, l’aereo decollato da Lisbona, sorvolò sorprendentemente il Santuario e io riuscì a intravederlo tra le nuvole. La melodia di questo brano entrò nella mia testa come una campana. La sera, appena tornai a casa, la incisi.

Fiore – Dopo l’uscita del tuo secondo disco hai cominciato a riscuotere gli apprezzamenti di grandi compositori quali Giovanni Allevi, Louis Bakalov, Paolo Fresu, Maurizio Pollini, Uto Ughi, Ezio Bosso, Stefano Bollani, Nicola Piovani ed Ennio Morricone. Cosa hanno significato per te questi apprezzamenti?

Stea – Ho avuto l’onore e il piacere di conoscere tutti questi grandi artisti. Col maestro Morricone ho dialogato su alcuni passaggi importanti dell’ispirazione sonora, gli altri mi hanno aiutato a capire come crescere in questo mondo così complesso, in cui c’è tanto da imparare, soprattutto dai più grandi. Il maestro Bakalov mi disse che nel mondo della musica solo cadendo mi sarei rialzato, Bosso mi invitò a credere sempre nella forza intrinseca di ogni melodia, Giovanni Allevi invece… no, non riesco a raccontarlo, soprattutto ora che lotta per la sua vita.

Fiore – 29 luglio 2015: ecco il tuo nuovo lavoro discografico intitolato “e v o L”, quale terzo disco di composizioni al pianoforte. Su quale concetto è incentrato?

Stea – Il disco “evoL” è incentrato sul concetto di evoluzione esistenziale, musicale e sentimentale. ​Ho analizzato in musica tre valori che abbracciano il cuore di ogni anima. È stato molto interessante portare in auge questi concetti filosofici e personali.

Fiore – 8 agosto 2018: a tre anni di distanza dal tuo lavoro precedente hai pubblicato il quarto disco di composizioni al pianoforte intitolato “Raggi Di Luna”, un’opera che rappresenta il coronamento della tua maturità artistica, il punto d’arrivo di un viaggio musicale molto lungo e articolato, iniziato all’età di sette anni e giunto ad un momento di svolta. A te la parola…

Stea – Il disco “Raggi di luna” mi ha regalato grandissime emozioni. Sono arrivato a suonarlo addirittura in Giappone. È stato un progetto musicale davvero importante per me. Ho prodotto ben 1200 copie del cd e ora me ne sono rimaste 10. Non pensavo di poter arrivare a tanto.

Fiore – Mi parli della nascita della società musicale di nome SamomusicProductions  che vede coinvolti artisti di alto profilo professionale?

Stea –  La   creazione   di   questa   società   ha   rappresentato   uno   dei   punti   più importanti del mio cammino professionale. Ho fondato una società di produzione musicale contro tutto e tutti, investendo i guadagni musicali di una vita. Ho   realizzato   un   altro   sogno:   far   nascere   una   casa   discografica   con   la   quale costruire e tutelare ogni mia produzione musicale. Con la mia etichetta ho prodotto dischi con molti artisti di livello internazionale: ora, ad esempio, sto producendo un cantautore giovanissimo. Credo in lui, anche se l’acqua in cui vuole nuotare è piena di squali. Oggi nel mondo musicale tutto è diventato business, ogni cosa deve funzionare ed  essere utilizzabile. Non esiste un sentimento di identità, esiste un vuoto interiore;  non si hanno convinzioni, né scopi autentici. Il carattere mercantile è l’essere umano completamente alienato, privo di qualunque altro interesse che non sia quello di manipolare e funzionare. È proprio questo il tipo di umano conforme ai bisogni sociali. Si può dire che la maggior parte dei musicisti diventano come la casa discografica desidera che essi siano per avere successo. Le società musicali fabbricano musicisti e cantautori così come una fabbrica tipi di scarpe o di vestiti o di automobili: merci di cui esiste una domanda.

E già da bambino l’uomo impara quale sia il tipo più richiesto. Il concetto artistico che io porto in auge è del tutto diverso. ​L’Arte, intendendo il termine per indicare collettivamente poesia e musica, per me è la mediatrice e riconciliatrice di natura e uomo. È dunque il potere di umanizzare la natura, di infondere i pensieri e le passioni dell’uomo in tutto ciò che è l’oggetto della sua contemplazione.

Fiore – Uno dei successi più importanti della tua carriera musicale è l’evento svoltosi nel Politecnico di Bari a luglio del 2019, allorquando hai intrattenuto un pubblico di circa 2400 persone sotto una mega riproduzione lunare e hai presentato nella tua amata città “Raggi di Luna”. Racconta le tue emozioni e le tue sensazioni…

Stea – Vuoi che ti racconti la storia del più bel concerto della mia vita? Va bene, ma sarò breve: al termine dell’esibizione durata due ore e mezzo, il pubblico non voleva andar via. Vedevo tanti bambini incantati che mi osservavano suonare come se fossi un extraterrestre; poi, quando sono sceso dal palco tutti si sono avvicinati a me come se fossi un astronauta, chiedendomi foto e selfie. Mai, dico mai, ho ricevuto un affetto così grande. È stata una serata indimenticabile.

Fiore – Alla luce dei tuoi successi, delle tue esperienze, del tuo viaggio musicale quale vuole essere il tuo primario intento? Forse quello di  privilegiare tutte le forme d’arte che si avvalgono della musica per pianoforte? E in particolare quale?

Stea – La cinematografia. Le mie musiche descrivono immagini videografiche e io oggi vorrei solo produrre musiche per film. Le mie composizioni si completano con immagini videografiche. Amo la cinematografica e ho capito che le miei melodie si associano alle immagini come stelle nel cielo.

Fiore – Nel frattempo, a dicembre 2019, ricevi il premio come miglior compositore per pianoforte dell’anno nel Teatro Petruzzelli di Bari e il 21 dicembre 2021, dopo tre anni e mezzo di lavoro, pubblichi il tuo ultimo lavoro discografico intitolato “Raggi di Sole”. Il tuo racconto al riguardo…

Stea – Subito dopo aver ricevuto quel premio mi son messo a lavoro per produrre il disco più importante della mia carriera musicale. “Raggi di sole” è un disco figlio di un momento eccezionale. Non credo potessi far meglio di così. Ho realizzato 14 brani tra il 2019 e il 2021 raccontando un momento storico estremamente importante per me. L’esibizione nel teatro Petruzzelli di Bari ha concluso 25 anni di concerti in giro per il mondo; da quel momento in poi ho preso la decisione di fermarmi per produrre l’opera musicale più importante della mia vita: ho aperto un cassetto e ho posizionato tutte le mie emozioni sonore vissute in 40 anni, cercando di scolpire la statua più luminosa. Attorno a me solo persone professioniste e professionali.

Piano piano il mio progetto musicale si è trasformato in un percorso esistenziale; ho realizzato un disco importantissimo, privo di regole e paure, e adesso me lo sto gustando lentamente, mese dopo mese, facendo ascoltare al mio pubblico con molta attenzione ogni brano, ogni singola nota che lo rende unico. Solo al termine della promozione di ogni composizione, il disco sarà disponibile su tutte le piattaforme sonore e in tutti i negozi di musica. Come un pranzo, come una cena a lume di candela, i miei brani inediti vengono offerti ai sentimenti in portate conseguenziali, a distanza di qualche settimana, per far gustare all’ascoltatore il sapore di ogni mia ispirazione.

Io non so esattamente che cuore devo colpire o dove finiranno le mie musiche quando creo melodie al pianoforte, perché non ci penso più ormai, penso soltanto e unicamente al fatto che quello che sento deve essere uno stimolo enorme per darmi quell’energia, quella vitalità e quella creatività di cui ho bisogno e che so che può fare la differenza nel mio percorso. Oramai, il mondo della musica non ha più regole, ecco perché penso semplicemente a fare l’arte sonora migliore di cui sono capace, il più sinceramente possibile.

Fiore – Un sogno nel cassetto? Una collaborazione che ti piacerebbe avere in futuro?

Stea – Un disco con le mie due figlie gemelle. Ora hanno solo 15 mesi ma penso proprio faranno strada nel mondo della musica.

Fiore – Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Stea – Sono ancora affascinato dal futuro, anche se in maniera diversa e più consapevole, semplicemente per il fatto che il futuro non c’è. Il futuro entra nell’animo di chi lo immagina e si prospetta sempre diverso, anche in contrapposizione alle ipotesi più prevedibili. Io sono un ottimista senza confini, ma non bisogna escludere niente, bisogna essere pronti a tutto, a qualsiasi cambiamento. Non bisognerebbe aver mai paura delle novità, non bisognerebbe mai rifiutare la realtà perché essa presenta incognite nuove e non corrisponde quasi mai a schemi tradizionali. Non bisognerebbe rinunciare mai alle proprie idee, almeno fino a quando non compaiano delle altre migliori; ad esempio non mi sto esibendo più in pubblico perché mi sto dedicando alla creazione di musica per immagini videografiche. È una mia scelta e comunque musicalmente ci sono e ci sarò sempre.

Non amo molto gestire i social, ma lo faccio per pubblicizzare le mie opere musicali. Non vivo per ricevere un “like” e non mi interessa aver successo, quello che ho già avuto mi basta e mi avanza. Ho suonato dal vivo per tanti anni e mi sono goduto ogni parte di questo percorso; a fine anno 2023 pubblicherò un disco raccolta di tutti i miei migliori brani e poi chissà, del domani non v’è mai certezza. La musica è ormai cambiata. Non ritengo di primaria importanza il numero delle copie vendute dei miei dischi o quello degli ascoltatori, ritengo importantissimo, invece, che coloro che ascoltano la mia musica siano stimolati da una maggiore attenzione al sentimento.

Per quanto concerne il tipo di pubblico, penso che l’interesse raccolto dal mio ultimo disco sia del tutto dettato da una voglia di credere in una rinascita. E’ evidente che la mia opera RAGGI DI SOLE sia un inno alla vita, alla luce e soprattutto alle mie due figlie gemelle appena nate. Da un punto di vista formale, può darsi che larga parte dei giovani non sia attratta da questo tipo di musica, da questo tipo di confezione sonora più complessa di tante altre. D’altra parte io ho 42 anni e, pur apprezzandola, non riesco a fare musica differente.

Personalmente mi considero una minoranza e spesso trovo nella scrittura il modo migliore, forse l’unico, per preservarmi da attacchi esterni tesi anche  inconsapevolmente a interrompere il filo dei pensieri o a distruggere le sempre più rare vertigini di qualche sogno. Ormai viviamo tutti al centro di un’immensa e dolorosa morte dei sentimenti. Trent’anni fa si poteva sperare di cambiare il mondo, oggi, purtroppo, non ci resta che la rassegnazione davanti a un mondo che semmai è cambiato in peggio. Io, in questo marasma, non mi sento un vero e proprio musicista perché altrimenti mi sarei limitato a fare solo della musica; non sono un poeta, perché in quel caso mi sarei limitato solo a scrivere, faccio un lavoro composito che ha bisogno, per arrivare a un tentativo compiuto di espressione artistica, di ambedue le componenti, quindi sia delle parole che della musica.

Alle volte offro più valore alle parole perché mi ci trovo meglio, altre mi trovo meglio a comporre melodie al pianoforte. La maggior parte delle volte sono più musicista che paroliere. ​Come ripeto, la musica per me continua a essere un tram col quale portare in giro le mie esperienze esistenziali.

Fiore – Ultime tre domande… la prima: perché Claudio Stea in arte diventa Samo?

Stea –  È una domanda a cui tengo molto: al liceo scelsi questo nome d’arte perfirmare i miei testi e le mie poesie d’amore. Con il nome “Samo” l’artista Jean Michelle Basquiat firmava le sue opere sui muried io ne fui totalmente colpito.

Fiore – Come ricordi i sette lunghi anni trascorsi accanto al cantautore, nonché mio amico, Emilio Garofalo, con il quale hai inciso gran parte del materiale inedito inserito nella raccolta “The best of Samo 2000 – 2020”?

Stea – C’è   chi   dice   che   il   compito   di   far   sognare   il   prossimo   sia   attribuito   ai suonatori, ma allora chi resta a raccontarci la realtà? Io ed Emilio non vendevamo sogni, li nascondevamo nei dischi prodotti insieme. I sentimenti narrati nelle canzoni realizzate in quegli anni per me erano lucciole alla ricerca di un prato buio dove nascondersi. Io ed Emilio siamo stati molto legati, e certamente lui non ha bisogno di leggere delle frasi importanti per sentirsi importante, ma ogni tanto è bello ricordare quello che abbiamo fatto insieme, anche in modo diverso e più raffinato, magari in un’occasione particolare come questa o semplicemente perché in quel momento vogliamo ribadire quanto sia stata importante per noi quell’esperienza vissuta. Con lui è stato un lungo viaggio; molte persone entreranno ed usciranno dalla nostra vita tante volte, ma soltanto certi legami lasceranno impronte indelebili sul nostro percorso. Ricordo che una volta gli scrissi una dedica su uno spartito:

“Non camminare dietro a me, potrei non condurti,

non camminarmi davanti, potrei non seguirti,

cammina accanto a me e andremo molto lontano”.

Fiore – Cosa rappresenta “The best of Samo 2000 – 2020”?

Stea – Penso sia stata una fotografia su un tempo durato 20 anni, in cui ho creato, vestito, svestito emozioni attorno canzoni che non hanno tempo. Esiste una forma di conoscenza che trascende il pensiero, le parole e il sentimento: la musica. L’arte musicale è diventata una sorta di filosofia universale unica nel suo genere e la bellezza sonora offre una rara forma di trascendenza. ​Oggi che tutti usano le stesse tecnologie, gli stessi software, le stesse armonie, la musica prodotta è diventata irrimediabilmente piatta, a tal punto da diventare inascoltabile; ma voglio credere che la natura prima o poi rimetterà le cose a posto.

Fiore – Grazie, caro Samo, e ad maiora semper…

Stea – Grazie a te, caro Vincenzo, e al Blog con cui collabori per avermi dato questa meravigliosa opportunità…

Vincenzo Fiore

Clicca il link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

Uno sguardo nell’anima di Aurora Padalino

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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