“a tu per tu con…” Dante Marmone e Tiziana Schiavarelli

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Dante Marmone e Tiziana Schiavarelli
ovvero

la brillante, sorridente e originale comicità barese

Dante Marmone fa teatro dal 1974, anno in cui inventa, con altri attori e musicisti, la compagnia Anonima G.R. (Gruppo Ricerche), lancia la proposta di una teatralità popolare e surreale e scombina l’idea del teatro popolare, portandolo con grandi risultati da un fatto tradizionale ad un evento di ricerca e di avanguardia.

Si voleva “una teatralità popolare che non guardasse più alle storie di Bari vecchia, ma puntasse l’attenzione ai nuovi quartieri popolari: Il San Paolo, Japigia e parlasse della vita in questi quartieri, dove la vita popolare si era trasformata in realtà industriale, spingendo i pescatori e gli artigiani a diventare operai”.

Verso la fine degli anni Novanta incomincia a calcare anche set cinematografici e televisivi e si impone come autore di programmi televisivi che gli assicurano una indiscussa popolarità.

La comicità di Marmone e della Anonima G.R. è la pietra miliare dell’innovazione e della rottura nella tradizionale e stanca comicità barese e racconta la vita della gente semplice dei quartieri, sempre in tensione per come sbarcare il lunario e alla continua ricerca di una vita migliore e di una nuova identità, dove l’ironia diventa un momento liberatorio.

Il primo spettacolo realizzato “La Bbedda chembagnì”, La Bella compagnia, scritto, diretto e musicato dal Collettivo, riscuote un successo straordinario e  richiama l’attenzione di grandi critici e personalità della cultura, come Italo Moscati, Nicola Garrone, Dacia Maraini, Angelo Maria Ripellino, Cesare Zavattini.

Dacia Maraini, in una recensione su Panorama,  scrive:“…ma non si creda che questo sia uno spettacolo spontaneo, perché, al contrario, è mediato intellettualmente”.

Nella seconda metà degli anni settanta il trasferimento a Roma dell’Anonima G.R. nel teatro Alberico, spazio di punta del teatro sperimentale e di ricerca.

Sono gli anni della rivoluzione culturale e delle frenetiche e accese lotte politiche in cui Dante Marmone avvia una comicità caratterizzata da una particolare satira politica e di costume e affronta temi sociali particolarmente scottanti portando i propri spettacoli nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università occupate, nei comitati di quartiere.

Nel 1986 l’incontro con il regista Nanni Loy, mattone formidabile nella costruzione della esperienza di attore di Dante Marmone.

Loy, colpito dalle sue qualità e dalla progettualità artistico-sociale dell’Anonima G.R., realizza uno spettacolo teatrale dal titoloDolce o amaro?” tratto da un suo film, Cafè Express e dopo il grande successo di questo spettacolo, dirige ancora il nostro Dante Marmone ne L’osso sacro”, spettacolo ambientato nel medioevo e che descrive la famosa vicenda della traslazione delle sacre ossa di San Nicola da Mira a Bari.

E dal teatro Dante passa al cinema.

Alla fine degli anni novanta viene scelto da Alessandro Piva per un ruolo di primo piano ne LaCapaGira, girato in barese stretto, presentato al Festival di Berlino e vincitore del David di Donatello.

Seguono una serie film che lo vedono protagonista e coprotagonista.

Come attore ed autore realizza sit-com di successo per emittenti televisive: Il Festival di San Romolo”, “Aimam” e “Aldilà”, dove interpreta il simpatico personaggio di Diavolicchio, custode e gestore dell’inferno

In coppia con Tiziana Schiavarelli, collega e compagna di vita, è protagonista e autore della fortunata sitcom Catene.

A ottobre del 2012 pubblica la sua quarta produzione discografica: “La luna all’ammerse”, un cd di canzoni popolari in cui prosegue, anche attraverso la musica, la sua ricerca di un popolare metropolitano distante da quei luoghi comuni che vogliono le canzoni baresi sempliciotte e allegre a tutti i costi.

Nel 2013 pubblica il suo primo romanzo: “La Stirpe Stravagante”, un racconto che parte dal Neolitico per descrivere le origini e la stravaganza del popolo barese, già all’epoca una tribù strafottente e allergica al rispetto delle regole.

Ad aprile 2015 lo vediamo come coprotagonista nel film-commedia Ameluk di Mimmo Mancini insieme a Tiziana Schiavarelli.

E non poteva essere diversamente.

Tiziana Schiavarelli è un’attrice e autrice barese.

Inizia la sua carriera d’attrice teatrale all’età di quindici anni, debuttando con la Compagnia “Anonima G.R.”.

Coautrice di molti testi delle produzioni teatrali con l’Anonima G.R., si è distinta per aver dato vita a diversi personaggi femminili, spesso con forte connotazione barese.

Anche lei è stata diretta dal regista Nanni Loy nei due spettacoli teatrali: Dolce o amaro? e L’Osso Sacro.

Molto impegnata anche musicalmente, è interprete di diverse canzoni composte Dante Marmone ed è autrice di alcune canzoni comiche.

Inoltre è autrice del volume Io, la seconda figlia – Storia semiseria di una primadonna, storia della sua vita di bambina terribile, adolescente ribelle e poi moglie e madre fuori dagli schemi.

Da questo suo libro autobiografico ha tratto un monologo che ha portato in scena in diversi teatri italiani.

Tra i diversi film a cui ha preso parte Focaccia blues  al fianco di Dante Marmone, Lino Banfi e Renzo Arbore, e sempre al fianco di Lino Banfi, nel film tv Il padre delle spose e il commissario Zagaria.

Fiore:  Il filosofo francese Henri Bergson nel suo saggio Il riso. Saggio sul significato del comico afferma che  “non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano” e sottolinea la grande funzione sociale della comicità che aggrega e aiuta a sciogliere come neve al sole le tensioni e le ostilità.

Concordate con Bergson? Cos’altro è per voi la comicità?

Schiavarelli–Marmone: Non sappiamo se essere pienamente d’accordo con Bergson. Per esempio, quando vediamo giocare i gatti, ci accorgiamo che sviluppano una grande comicità che ci diverte e ci fa ridere.

Noi andremmo più nel profondo, dicendo che la comicità è un istinto che hanno tutti gli esseri viventi e che ognuno la esprime nel proprio modo.

Per gli umani il ragionamento è diverso perché noi abbiamo fatto della comicità uno strumento di piacere per gli altri e di interesse per chi la esercita professionalmente. La comicità universale è un mezzo che serve a farsi accettare per la simpatia, a sfogare la rabbia sdrammatizzando un cattivo evento, per conquistare un partner e così via.

Fiore: Qual è il quid che fa ridere?

Schiavarelli–Marmone: Le comicità sono tante e diverse tra loro: e il tutto dipende dalla mente di ognuno di noi. La comicità è prendersi in giro, perché questo fa ridere gli altri e anche  perché col prendere in giro sé stessi si prendono in giro gli altri.

Non esiste un unico quid: ci sono persone che ridono per una cosa e altre che non ridono per la stessa cosa.

Fiore: Freud  scrive che “l’uomo, ridendo, si libera da inibizioni e rimozioni, mette temporaneamente a tacere l’istanza della censura, offre una valvola di sfogo all’aggressività”.

In altri termini la comicità è un atto creativo con cui ci si libera da cariche psichiche scomode.

Schiavarelli – Marmone: “Una risata vi seppellirà” è un motto rivoluzionario molto antico. A fronte di un potere dispotico, reagendo con l’ironia e la satira, il popolo esercita un’azione demolitoria, sbeffeggiando il potere e la sua aureola di intoccabilità, mettendo a nudo le sue debolezze.

Fiore: L’ironia è l’affermazione di un qualcosa che significa il suo contrario e ha come base e scopo il comico, il riso e può finire nel sarcasmo. Vero?

Marmone: Più semplicemente direi che l’ironia è una reazione psicologica che si scarica in quel momento attraverso parole che hanno in sé sarcasmo e sfottò.

Fiore:  Comico e Umoristico sono sinonimi? 

Schiavarelli:  L’umorismo è come farsi una birrozza, la comicità è talmente invadente che coinvolge mente e corpo di chi l’assimila.

Fiore: La comicità è un ramo di una materia più grande, che è la Recitazione. Pertanto far ridere un gruppo di amici con le proprie battute non fa di una persona un attore comico. Ne convenite?

Schiavarelli – Marmone:  C’è la comicità spontanea, che è quella esercitata tra amici per passare una bella serata. Poi c’è la comicità che mira a raggiungere degli obiettivi, che vanno al di là della simpatia e rientrano nell’ordine del mestiere. Ciò non toglie che anche l’amico simpatico e battutaro può essere un potenziale buon attore.

Fiore: Quindi è assolutamente diverso far ridere degli amici in un ristorante dal divertire un’intera platea in teatro, formata da spettatori che non ti conoscono e che certamente non ti sono amici.

Schiavarelli – Marmone: Far ridere è comunque un dono che un individuo ha e che utilizza per far divertire gli amici o pubblico. La diversità consiste tra chi lo fa per mestiere e chi per divertimento personale. E’ ovvio che il pubblico pagante non si accontenta delle battute da cena in pizzeria, ed ecco che ci sono i professionisti, che hanno il compito di divertire e ammaliare, con la loro arte, la gente che assiste alla performance.

Poi c’è il personaggio-maschera, quello che non è solo un buon comico, ma uno che ha inventato un nuovo linguaggio, una linea ironica diversa dal solito.

E quello o quella è il divo con tutto il suo fascino.

Fiore: L’attore comico, a mio avviso, è innanzitutto un attento osservatore della realtà, che, con la sua intelligenza acuta e raffinata, la viviseziona e ne mette in luce il lato più comico che anche un fatto tragico nasconde. Il vostro parere?

Schiavarelli – Marmone:  Verissimo. L’osservazione, per uno che nasce attore, è un fatto scontato, che fa sin da bambino, magari senza accorgersene. 

Naturalmente non è detto che tutti gli “osservatori” diventino attori.

Alle volte basta prendere una semplice smorfia che si è vista fare da un tizio per dare vita ad un personaggio e creare un gag.

Per quanto riguarda il comico, che è fondamentalmente drammatico, dipende dall’attore o attrice, ma anche dal repertorio.

Dire barzellette non ha certo un fondo drammatico, così come non ce l’ha quel genere di comicità più estetica che umorale e, se vogliamo, anche un po’ introspettiva.

Totò aveva una comicità esasperata, drammatica, perché raccontava le vite delle persone, i loro sentimenti, le loro stravaganze e lui reinventava tutto attraverso la sua ironia.

Fiore:  Possiamo, quindi, tranquillamente dire che “comicità è cultura” riprendendo lo slogan dell’Associazione socio-politico-culturale Noci2020 lanciato in occasione dell’inaugurazione della rassegna teatrale del 2014 avutasi, caro Dante, con il tuo romanzo “La stirpe stravagante”.

Marmone: Certo che è cultura. Ma non bisogna fare di tutte le erbe un fascio.

La comicità è cultura se essa deriva da un serio lavori di ricerca, di approfondimento delle tematiche sociali, se prende spunto dalle tribolazioni della vita quotidiana e quindi racconta le vicissitudini di chi deve sbarcare il lunario.

Oggi la comicità, o la presunta tale, è messa nelle mani di trasmissioni televisive che vogliono far divertire e basta, per fare audience.

Questa non è cultura, è la negazione di essa.

Fiore: E ora, caro Dante, non puoi esimerti dall’illustrare ai lettori di ScrepMagazine il tuo romanzo che per me è la caricatura della baresità.

Marmone: Più che caricatura è un puntare l’attenzione su chi siamo e cosa possiamo fare per migliorarci. Sappiamo che noi pugliesi siamo alquanto menefreghisti e poco inclini a rispettare le regole di buona convivenza.

Con il romanzo: “La Stirpe stravagante” ho voluto mettere a nudo i nostri limiti, per farci scoprire quanto abbiamo ancora da fare per diventare migliori.

Fiore – Ci sono tanti modi per far ridere e di riflesso tanti tipi di comicità. Possiamo dare un nome al tipo della vostra comicità?

Schiavarelli – Marmone: Quando iniziammo a fare questo lavoro fu come se avessimo piantato un seme, quello della nostra progettualità artistica.

Da quel seme nacque una piantina che abbiamo curato per farla crescere quanto più rigogliosa possibile e oggi è diventata un albero che nutriamo con la dedizione per il nostro lavoro, la ricerca, la sperimentazione di forme sempre nuove di teatralità. Oggi, a distanza di quarant’anni, siamo fieri di osservare il nostro bell’albero, prova materiale di un lungo e impegnativo lavoro intellettuale.

Fiore: La vostra comicità è una comunicazione che parla dritto all’anima delle persone. Quando l’avete scoperta?

Schiavarelli – Marmone: Non è una scoperta e neanche un caso, in quanto la nostra comicità è pilotata e voluta così. Entrare nell’anima delle persone lo si fa anche attraverso l’onestà intellettuale. La gente si accorge a pelle quando una cosa è spontanea o artefatta.

Fiore: Comici e attori per scelta o vostro malgrado?

Schiavarelli: I comici sono attori tutto tondo, perché, generalmente, un comico può interpretare anche personaggi drammatici. Un attore drammatico, generalmente, non è in grado di interpretare ruoli comici.

Fiore: Quanto vi gratificano le risate del pubblico mentre vi esibite?

Schiavarelli – Marmone: La nostra comicità, alle volte, per nostra volontà, raggiunge l’esasperazione. Dal palcoscenico vediamo il pubblico piegato in due dalle risate e quella esasperazione altro non è che la nostra esasperazione di gente sensibile che, appunto, attraverso la comicità sfoga e fa sfogare le tensioni che ci riserva il vivere quotidiano.

Fiore: Chi c’è, caro Dante e cara Tiziana, nel vostro Pantheon? Ovvero quali comici vi hanno  maggiormente  influenzato?

Schiavarelli – Marmone: E’ lunga la storia. Si parte da Plauto e si segue tutto l’arco del tempo sino ai nostri giorni. Ogni grande autore e attore ha dato del suo per contribuire a regalare alle generazioni future spunti e piattaforme sulle quale basarsi e reinventare una propria singolare comicità.

Fiore: Andiamo un attimo sul personale. Chi di voi due ha fatto il primo passo o ha lanciato il primo sguardo galeotto, responsabile della vostra unione?

Marmone: Presente, sono stato io, il maschietto innamorato.

Fiore: Quanto influisce la vostra verve comica e teatrale nella vostra vita coniugale?

Schiavarelli: Ormai non ci capiamo più nulla. Non sappiamo dove finisce la farsa e dove inizia la vita reale. Ma va bene così.

Fiore: Sono trascorsi ormai tre anni dalla scomparsa del vostro e nostro comune amico, il medievista Raffaele Licinio. Come si sono incrociate le vostre strade?

Schiavarelli – Marmone: Il professor Licinio venne per puro caso a vedere un nostro spettacolo ambientato nel medioevo e ne rimase entusiasta.

In seguito realizzammo altri spettacoli ambientati nel medioevo, cosa che gli creò grande curiosità,  e così iniziammo a frequentarci e parlare di storia e teatro. Da questo sono nati progetti straordinari che hanno coinvolto i nostri Centri storici pugliesi, ma non solo.

Indimenticabile fu una performance in piazza della Signoria, a Firenze, di fronte a dodicimila persone.

 https://www.youtube.com/watch?v=IhfAS0oUh7E

Fiore: In coppia con Tiziana sei stato, caro Dante, protagonista e autore della sitcom “Catene”, trasmessa su Telenorba, nella quale hai interpretato due ruoli: il protagonista, Natale Catacchio e sua madre, la stravagante Nonna Catacchio.

A cosa fu dovuto il grande successo tanto da far scrivere al critico televisivo, Aldo Grassi in un articolo apparso nel 2006 su Sette, il magazine del Corriere della Sera che “Catene” era “…la vera fiction all’italiana”?

Marmone: Credo che il successo di quella sit-com sia dovuto ad una scrittura scenica molto rigorosa, alla presenza di personaggi super credibili e alle tematiche affrontate. La differenza con le altre sit-com era che noi parlavamo dei problemi “reali” della povera gente.

Infatti Catene racconta la vita di una famiglia di Bari vecchia impegnata in quella micro criminalità, diciamo, dal volto umano, non avendo altro modo per sbarcare il lunario.

Fiore:  Io, la seconda figlia – Storia semiseria di una primadonna è, cara Tiziana, un libro che ti trasforma in scrittrice. In sintesi di cosa parli in questo volume?

Schiavarelli: “Io, la seconda figlia” è il mio racconto.

Parlo di me, della mia vita. E, con me, descrivo la mia generazione e la mia città in tutte le sue evoluzioni; dalla mia infanzia, alla mia adolescenza, alla mia maturità.

I passaggi della mia vita, condivisibile con quelli di tanta gente ed in cui molte donne si sono riconosciute, tracciano i cambiamenti storici della città e più in generale dell’Italia.

Il titolo del libro, diventato poi uno spettacolo teatrale, prende spunto oltre che dai primi anni della mia vita anche dal comportamento diverso che i genitori instaurano con i primi e con i secondi figli, e soprattutto del rapporto con mia sorella più grande, tra giochi ed emulazioni.

Fiore: Domenica scorsa è andata in onda su RAI1 la prima puntata di “Le indagini di Lolita Lobosco”, fiction giallo-rosa liberamente tratta dai romanzi di Gabriella Genisi e vista da 7 milioni 535mila spettatori con il 31,8 per cento di share.

La maggior parte dei baresi ha disapprovato l’uso dell’accento barese e del linguaggio usato dagli attori della fiction, perché a Bari non si parla così.

Che ne pensi?

Marmone: Facciamo chiarezza, con la consapevolezza che molti non mi condivideranno.

Questa è una operazione di una rete nazionale, che va dalla Valle D’Aosta alla Sicilia. Di conseguenza dobbiamo essere consapevoli che solo noi baresi ci accorgiamo delle storture legate alle nostre inflessioni dialettali.

Io stesso sto lavorando in una fiction, ambientata a Bari, che andrà in onda su Canale 5 e anch’essa avrà lo stesso “limite”.

Ci sono quelli che dicono che avrebbero dovuto lavorare attori baresi, ma questa è un’illusione, perché l’industria cinematografica ha le sue regole e le sue gerarchie. Non si tratta del film “La Capagira”, con attori quasi tutti baresi, che avevano la possibilità di parlare il nostro dialetto.

Questi sono lavori girati che anche per i veneti, i piemontesi, i lombardi, ecc.

In Puglia saranno girate diverse fiction e film, ma mettiamoci l’anima in pace e scordiamoci di certe nostre aspettative di trovarci di fronte agli autentici accenti e dialetti locali.

Dobbiamo solo giudicare le fiction per quelle che sono e non dobbiamo mai dimenticare che sono programmi nazionali che devono essere compresi da tutti i 60 milioni di italiani.

Noi baresi dobbiamo prenderne solo atto.

Fiore: Hai assolutamente ragione, anche perché, come dice il giornalista Marco Brando, “pretendere che in una fiction si parli il dialetto in modo filologicamente corretto è un’illusione, tanto più che è difficile definire in questo campo il concetto di filologicamente corretto”.

Marmone: Comunque, per dire quanto sia difficile centrare l’obiettivo senza ritrovarsi in un mare di polemiche, voglio ricordare che quando esplose, a livello internazionale, il film “La Capagira”, nel quale si parlava il vero dialetto barese, avemmo tantissime critiche dagli stessi baresi, che accusavano il film di essere un cattivo biglietto da visita per la nostra citta.

Fiore: Incredibile…

Marmone: …ma troppo verace! Noi baresi, e tu che sei di Mariotto dovresti saperlo, siamo troppo veraci.

Ecco perché ci distinguiamo!!!

https://www.youtube.com/watch?v=NYxXxSbjb5E

Fiore: Siamo quasi alla fine di questa lunga chiacchierata. Tu, Tiziana, mi dici un difetto di Dante?

Schiavarelli: Sono troppi! Ma se non li avesse non sarebbe “lui” ed è proprio “lui” che mi piace da una vita e con cui ne vivrei un’altra ancora.

Fiore: E tu, Dante, mi dici un pregio di Tiziana?

Marmone: Come tutti, ha pregi e difetti. Ma i suoi pregi e l’amore fanno dimenticare i suoi difetti.

https://www.youtube.com/watch?v=llVwqnpHAfE

… a cura di Vincenzo Fiore

PS immagini, link e informazioni fornite da Dante Marmone e Tiziana Schiavarelli

“a tu per tu con…” Elena Pistillo, il suo teatro, il suo cinema

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

2 COMMENTS

  1. Leggo Vincenzo Fiore e, ancora una volta, devo, con piacere, recensire le sue qualità, non solo di scrittore, ma di psicologo analista che riesce a far emergere dai personaggi scelti a soggetti delle sue interviste, le loro piu intime caratteristiche umane e professionali.
    Con Dante Marrone e Tiziana Schiavarelli, risaltano le doti di attori e scrittori che hanno avuto la possibilità di esternare e mettere a frutto le inclinazioni naturali in loro insite da sempre, emerse dalla loro caparbia volontà e qualità d’essere mediatori tra loro ed il pubblico, nella narrazione recitativa delle difficolta di alcuni ambienti poco felici della città, delle caratteristiche umoristiche baresi, ignote al grande pubblico italiano, se non in alcune forti rappresentazioni filmiche che non hanno reso giustizia a Bari ed ai suoi cittadini, alterandone la sua vera natura, lasciandola sempre grande sconosciuta d’Italia, pur seconda città continentale del Meridione per bellezza, cultura, Storia ed insediamenti industriali.
    Bari è crogiolo di Storia, d’ironia, di comicità spontanea, di solidarietà tra consimili, specie tra gli abitanti del Centro Storico, definito Bari Vecchia. Una definizione anomala, come anomala è tutta la storia della Città. Bari è unica anche in questo, nei nomi, nelle definizioni, nelle tradizioni tramandate attraverso i secoli.
    Bari, “l’Innominata”, anche dopo l’esplosione turistica nell’ultimo decennio.
    Svedesi, tedeschi … Lapponi, persino, conoscono lo splendido Salento, ma non sanno dove sia Bari. Perché? Domandiamocelo, troveremo la risposta.
    Allora, onore al merito di Dante e Tiziana che, raggiunta con merito la notorietà nazionale, spesso negata alla “baresita”, hanno saputo essere traduttori per gli “altri” italiani, di quanto sentivano di esternare riguardo le sacche di sofferenza sociale di quartieri periferici che non sarebbero mai dovuti sorgere e che sono divenuti ed hanno costituito elementi di sofferenza urbana. Altrettanto dicasi per la città antica, un’enclave, solo da poco tempo emancipatasi da questo clichè, per diventare palcoscenico di Storia, turismo e Architettura Secolare.
    Fiore riesce ad estrapolare l’anima dei due attori – scrittori che vanno encomiati per le loro doti sempre in continua evoluzione.
    Complimenti per quanto viene fatto emergere della natura dei due personaggi che con le loro doti interpretative e sceniche portano il nome di Bari a farsi conoscere nel Mondo e per il retroterra che traspare in controluce attraverso le figure dei Nostri.
    Una considerazione finale fuori dalle righe: Bari sarebbe dovuta rimanere quella della prima metà del novecento, circoscritta al quartiere storico ed alla Città Umbertina, sarebbe stata certamente piu piccola, ma con il pregio della vivibilità e della piu facile gestione del territorio, senza le perversioni che l’anno caratterizzata a partire dagli anni ’70 in poi.
    La sua anima rimane quella di città amabile, fatta di gente onesta, laboriosa seppure stanca e disincantata, che traspare ancora dagli edifici “a specchio dell’Adriatico mare” che possiamo ammirare nelle nostalgiche.

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