Francesco Danieletto e la poetessa polacca Wislava Szymborska

Credo che il destino sia stato e sia uno dei temi più discussi dall’uomo per cercare di sciogliere il nodo quasi gordiano che l’ha afflitto e lo affligge ancora.

Dall’arte alla filosofia, dalle scienze alla religione, alla letteratura, alla poesia sempre lo stesso interrogativo.

Il percorso della vita è nelle mani di qualcuno sin dalla nascita e quindi immutabile e senza alcuna possibilità di cambiamento o l’essere umano, grazie alle sue azioni, è artefice del proprio destino e l’unico e il solo responsabile?

Io personalmente ritengo che si nasce con il destino già bello e scritto senza alcuna possibilità di alterazioni e con date di scadenza ben definite.

E in questi giorni di lockdown ancor di più la mia convinzione ha assunto il valore di certezza non per il virus ma per aver approfondito la questione e aver trovato la maggior parte delle risorse culturali che si sono succedute nel corso del tempo della mia stessa idea.

Ne cito una per tutte, la grande poetessa polacca Wislava Szymborska, Premio Nobel per la letteratura nel 1996, quando afferma in una intervista di Javier Rodrìguez Marcos  apparsa su Babelia, inserto culturale de El Pais il 5 dicembre 20o9:

“Per me la vita è un’avventura con la data di scadenza. Quando andavo a scuola morì una maestra ed ebbi coscienza della morte come qualcosa di naturale”. 

L’occasione di questo incontro apre il varco al desiderio di “viaggiare in tecnologico” e far parlare un cultore, uno studioso della poetessa polacca.

Ed eccomi giungere a Sambruson di Dolo, nel Veneto, bussare alla porta di casa di Francesco Danieletto, accomodarmi sul divano del suo soggiorno e ascoltarlo in religioso silenzio mentre disserta:

“Quando vince il Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, in Italia non si sa quasi nulla della poetessa polacca Wisława Szymborska (1923 – 2012). In poco tempo, però, i suoi versi conquistano grande popolarità, grazie a uno stile semplice e ironico, a un linguaggio colloquiale e insolito, ma soprattutto grazie alla capacità di rappresentare le piccole cose quotidiane in modo stupefacente.

E quando il Premio Nobel per la Letteratura le viene assegnato sono ancora in pochi a conoscerla: in Italia è considerata addirittura una sconosciuta. 

Del resto non c’è da stupirsi: in quegli anni, nelle librerie italiane, era presente solo la raccolta di poesie Gente sul ponte (1986), edita da Scheiwiller, anche perché in generale la letteratura polacca non godeva certo di grande popolarità.

Era raro trovare volumi di autori come Tadeusz Różewicz, pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1964, nella collana dello Specchio o Czeslaw Milosz, anche lui vincitore del premio Nobel nel 1980, pubblicato da Adelphi nel 1985.

Eppure questa donna, questa poetessa polacca, di cui nessuno sembra sapere nulla, vince il Premio Nobel per la Letteratura, e in pochi anni la sua fortuna cambia radicalmente.

Tutte le opere di Wisława Szymborska vengono tradotte, stampate e ristampate di continuo, e non solo in Italia.

È possibile cogliere riferimenti ai suoi versi praticamente ovunque: dalle riviste, alle pubblicità, alle canzoni, ai film, alle trasmissioni tv. 

Ozpeteck, nel suo Cuore Sacro, inserisce una scena in cui a un personaggio del film scivola dalla borsetta un libro di poesie della Szymborska, mentre Roberto Saviano, nella trasmissione Che tempo che fa, ne parla definendola “una poetessa che rimette al mondo le parole, le ricrea, le rigenera”.

Io stesso, incuriosito, sempre nel 1996, acquisto un poderoso libro di quasi 800 pagine contenente tutte le sue opere con testo in polacco e traduzione in italiano a lato.

“Gioia di scrivere” era il titolo, un’edizione Adelphi, casa sempre attenta alle nuove voci che si presentano sul panorama letterario mondiale.

Mi rendo subito conto fin dalle prime pagine che il personaggio in questione non era per niente facile da leggere, anzi era agli antipodi del consolidato stile poetico corrente, oltre a essere in quei tempi una personalità piuttosto oscura nel panorama letterario nostrano.

Per noi italiani popolo di santi, poeti e navigatori decifrare le sue “rime” voleva dire rompere una scuola di poesia consolidata nel tempo, con i nostri Leopardi, Montale, Carducci e tanti altri.

Sconosciuta ai più, la sua fama era limitata alla sola Polonia, sua terra natia, anche se lentamente, grazie anche alle recensioni di alcuni poeti russi che la conoscevano bene, iniziava un suo riconoscimento internazionale.

Non a caso Iosif Brodskij, poeta russo, nel primo salone del libro di Torino del 1988, segnala l’alto livello della produzione poetica polacca del Novecento nel contesto mondiale, indicando nella Szimborska una delle sue maggiori voci.

Lo stesso Brodskij nel 1993 pubblica sul Times Literary Supplement la sua traduzione in inglese di una poesia della scrittrice polacca:

“La fine e l’inizio”, da lui ritenuta una delle migliori cento poesie del secolo. 

Le opere di Wisława si potrebbero descrivere come riflessioni poetiche di una società, la sua, dove è nata ed è vissuta fino alla morte.

Travalicano i soliti canoni della poesia tradizionale spesso ristretti, spaziando in luoghi oscuri e quasi mai esplorati.

Non c’è passione, gioia, amore, felicità, nelle sue poesie solo una realtà a volte naturale, ironica, irriverente, priva di sconti.

La sua capacità di vedere nel quotidiano vivere comune, nella gestione ordinaria delle cose, qualcosa di perennemente eccezionale o insolito si riversa sul soggetto sempre presente nei suoi scritti, per poi tradursi nella compassione per gli altri e ritornare all’uomo come aspetto costante.

Citavo prima la poesia “La fine e l’inizio”.

È da leggere attentamente per gustarne ogni sfumatura visto che con poche parole e con i suoi riferimenti alla vita quotidiana riesce a descrivere la desolazione lasciata dall’occupazione tedesca alla fine della guerra.

Il bisogno di ripulire e sistemare strade, case, oggetti e quanto possa fare riferimento a quella spaventosa tragedia.

Riportare alla luce tutto un mondo sommerso, evaporato da tempo, scomparso nel nulla dell’orrore e dell’angoscia di quegli anni.

Rimettere in funzione il cervello, l’Io annebbiato e spento suo malgrado.

L’invito che faccio anche a te che ti stai affacciando da poco sulla sua poesia, grazie alla tua idea testarda che si nasce già con un destino incollato sulle spalle, è di entrare nella sua mente, capire la sua semplicità, l’analisi che fa degli uomini e della società anche se il primo impatto ti potrà apparire indecifrabile.

È l’unico modo per apprezzare questa strana poetessa, schiva e quasi anonima, poi affermatasi in tutto il mondo”.

Fiore: E ora dopo questa bella cavalcata nel mondo di Wisława Szymborska che mi riservo al mio rientro in Puglia di studiarmela e approfondirla una domanda…

Anche per te la poesia “la fine e l’inizio” è la più bella?

Danieletto: Assolutamente sì, anche per la sua attualità. Ora te la leggo nella traduzione di Pietro Marchesani.

LA FINE E L’INIZIO
Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.
C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.
C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.
C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.
Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.
Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.
C’è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.
C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.
Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.
Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.
KONIEC I POCZĄTEK
Po każdej wojnie
ktoś musi posprzątać.
Jaki taki porządek
sam się przecież nie zrobi.
Ktoś musi zepchnąć gruzy
na pobocza dróg,
żeby mogły przejechać
wozy pełne trupów.
Ktoś musi grzęznąć
w szlamie i popiele,
sprężynach kanap,
drzazgach szkła
i krwawych szmatach.
Ktoś musi przywlec belkę
do podparcia ściany,
ktoś oszklić okno
i osadzić drzwi na zawiasach.
Fotogeniczne to nie jest
i wymaga lat.
Wszystkie kamery wyjechały już
na inną wojnę.
Mosty trzeba z powrotem
i dworce na nowo.
W strzępach będą rękawy
od zakasywania.
Ktoś z miotłą w rękach
wspomina jeszcze jak było.
Ktoś słucha
przytakując nie urwaną głową
Ale już w ich pobliżu
zaczną kręcić się tacy,
których to będzie nudzić.
Ktoś czasem jeszcze
Wykopie spod krzaka
przeżarte rdzą argumenty
i poprzenosi je na stos odpadków.
Ci, co wiedzieli
o co tutaj szło,
muszą ustąpić miejsca tym,
co wiedzą mało.
I mniej niż mało.
I wreszcie tyle co nic.
W trawie, która porosła
przyczyny i skutki,
musi ktoś sobie leżeć
z kłosem w zębach
i gapić się na chmury.

Fiore: Hai ragione, caro Francesco! Questa poesia sembra scritta oggi, nel tempo del COVID-19, e ci racconta, assurdo a dirsi, quello che sarà il compito che aspetta l’uomo, a virus sconfitto, per la ricostruzione del proprio territorio sociale, economico e psicologico, quello che aspetta i Governi per assicurare un futuro sgombero da macerie e da rifiuti e libero da “schegge di vetro e da stracci insanguinati” e far sì che il tutto torni “fotogenico”.

  … a cura di Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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