A “Libri, Arte e quant’altro arricchisca l’Anima” la scrittrice Monica Zaulovic

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Se pensate di credere solo a ciò che vedete,

almeno guardate Guardate bene…

Non permettiamoci di fare un ritratto

 a colui al quale non vogliamo dare un volto.

Monica Zaulovic

 

 

Benvenuti agli amici di ScrepMagazine!  Quest’oggi apro questo spazio con un argomento che personalmente mi sta molto a cuore, essendo mamma di figli “Speciali”. Oggi parlerò di Disabilità e lo farò in compagnia della scrittrice, Monica Zaulovic, e del suo Saggio “Io voglio Capire…”.

Conosciamola meglio

Monica Zaulovic scrittrice, giornalista, docente ed educatrice Ideatrice di una nuova forma poetica il Quadrittico Letterario che l’ha portata a essere finalista al concorso letterario internazionale “La bellezza” con il patrocinio di UNICEF e Unione Europea di quest’anno. Nell’anno 2020 ha ricevuto un riconoscimento di merito a un concorso insignito della Medaglia Premio di rappresentanza del Presidente del Senato della Repubblica Italiana e con l’alto patrocinio del Parlamento Europeo. L’autrice affronta temi sociali, prevalentemente incentrati sul mondo dei giovani come, ad esempio, il rapporto con il web, la disabilità e l’integrazione sociale con diversi stili. Ha all’attivo più di trenta pubblicazioni tra cui Un diamante in mezzo al cuore (Tindari Patti, 2012 ), Io…voglio capire ( Prima edizione Ferrari,2012), Face (Amazon, 2014), Il metodo di studio in parole semplici ( Amazon,2016). Ha curato la pubblicazione di Evol- versi che raccoglie i vissuti dei Protagonisti dell’associazione Oltre Quella Sedia.

Conosco Monica da qualche tempo, l’amore per i suoi alunni è grande! In lei ho sentito subito quell’energia di chi vuole lasciare un messaggio tangibile ai suoi lettori, e lo fa con tutta la passione e il sacrificio che ciò comporta.

Sono molto felice di iniziare questa mia nuova rubrica insieme a te. Da dove nasce l’idea di questo Saggio? “Io voglio capire…” perché questo titolo?  

Carissima Monica, sono onorata che tu abbia scelto me per iniziare questa nuova rubrica. Per me è un grande riconoscimento e ne sono fiera anche perché, nella nostra conoscenza che sta evolvendo, sento sempre di più quanto abbiamo un pensiero comune, quanto ci sia la condivisione di determinate idee e questa tua scelta mi sta facendo sentire la tua collaborazione nella ricerca di ciò che si può fare in questo ambito. Detto questo, ti spiego come nasce “Io… voglio capire”. L’idea di questo saggio nasce da una raccolta di riflessioni avvenuta in molti anni della mia esperienza, nello specifico tredici anni fa, ho pensato di mettere per iscritto alcune considerazioni, alcune osservazioni, alcuni pensieri. In tale occasione mi sono confrontata con una persona, che per di più era del settore, e questa persona mi ha -ad oggi posso dire- “regalato una grande delusione” rispondendomi che “…tanto la gente non avrebbe capito”.  In quel contesto mi sono voltata e ho trovato un murales con scritto “Tanto non capireste” e qualcun altro sotto aveva aggiunto “Io… voglio capire”. Può sembrare una sciocchezza, ma io l’ho vissuto, per certi aspetti, come un segno e quando dico mi è stata “regalata una delusione”, lo dico perché ciò mi ha spronato ancora di più nel portare a compimento il mio progetto.

L’essere umano prova nell’atipicità di un corpo, di un volto e persino di un pensiero che non comprende, timore. Paura per ciò che mette in discussione la propria idea di normalità. Perché si ha ancora così paura della Disabilità?

A mio parere si ha paura della disabilità perché la disabilità viene associata a limiti e a debolezza e ne siamo restii. In questa società bisogna essere sempre Forti, regna l’immagine del Forte. È un gioco di parole ma, molto spesso, non si ha la Forza di manifestare i propri punti deboli, le proprie fragilità, le proprie debolezze.

Il tuo Saggio, che ho avuto piacere di leggere, è suddiviso in diversi capitoli in cui riporti la tua esperienza e i tuoi studi. Nel primo capitolo parli di “Canali Speciali”, puoi spiegarci cosa intendi e quali sono?

 I canali speciali sono semplicemente linguaggi diversi. Il linguaggio è formato da segni in una struttura di segni e il canale speciale è questo: un linguaggio. Dobbiamo essere pronti a scoprire linguaggi diversi all’interno della nostra stessa cultura per capire il messaggio che il mittente ci vuole dare perché è sempre una grandissima risorsa. Solitamente abbiamo la presunzione di dover attendere e di dover lavorare per far sì che l’altro utilizzi sempre solo ed esclusivamente il nostro linguaggio. Ma così non è. Dobbiamo essere pronti ad accogliere, a conoscere, interpretare e tradurre. Lo dobbiamo innanzitutto a noi stessi perché, a volte, ciò che viene condiviso con noi può essere veramente significativo.

Tra i tanti capitoli presenti mi soffermo su “Liberalizzate il coraggio di guardare” Due parole a tal proposito.

Monica, ho apprezzato molto che tu abbia scelto come citazione iniziale un pezzo tratto da questo capitolo. Riprendiamo la questione di prima rispetto al concetto di debolezza- forza. La società ci richiede questa apparenza e questo va a incidere nel nostro tempo, facendoci vivere in un modo superficiale e costantemente di fretta. Per questi motivi si vede, ma non ci si sofferma a guardare e si sente, ma non ci si sofferma ad ascoltare. Ci vuole coraggio per scegliere di spaccare queste dinamiche e fermarsi a Guardare.

Nel tuo lavoro di educatrice e insegnante di sostegno hai avuto modo di rapportarti con tanti bambini disabili e con le loro famiglie. Spesso noi genitori, e ne parlo per esperienza diretta, tendiamo ad essere iperprotettivi e non sempre questo è un bene per i nostri figli. Cosa ti senti di consigliare ad una famiglia che affronta l’inizio del percorso scolastico del suo bambino affetto da disabilità?

La mia esperienza diretta con le famiglie mi ha fatto capire tante cose. Mi sento di consigliare ad una famiglia che affronta l’inizio del percorso scolastico con un bambino affetto di disabilità di ricordarsi che davanti a sé ha un bambino, un bambino con tutte le sue caratteristiche, un bambino che necessita di fare il suo percorso evolutivo con la sua personalità e il suo carattere. Molto spesso l’iperprotettività è la conseguenza della paura della disabilità intesa nel “vedo prima la disabilità e poi la persona”. Questo si collega al concetto anche di ostentato buonismo riportato all’interno del libro. Avviene frequentemente e accade in diversi contesti. Ma ritornando alle famiglie fermiamoci a riflettere prendendo in considerazione un esempio banale: quante volte avviene che un bambino ad esempio, ad una certa età, non disegna. Quante paure si possono scatenare fino al rendersi conto che, magari, a quel bambino non piace il disegno e semplicemente non piace disegnare. È un aspetto del suo carattere e della sua personalità nel suo percorso evolutivo. Questo mi sento di consigliare fortemente alle famiglie e anche a chi opera in tale contesto: ricordarsi che in primis abbiamo davanti a noi un bambino, una persona.

Parlando del famoso “Dopo di noi…” Cosa si può fare di concreto per una migliore integrazione di tutti quei ragazzi con disabilità, ma sufficientemente autonomi per vivere e lavorare?

Le cose che si possono fare sono veramente tante. Si può o forse si deve iniziare già dalle piccole cose quotidiane per poi arrivare a un ragionamento completo e olistico rispetto al famoso “Dopo di noi”. Bisogna attivare un serio lavoro di rete che va a inglobare diverse realtà: quelle istituzionali, quelle di aziende grandi e molto ancora. Alla base di tutto questo però, secondo me, c’è una seria necessità: c’è bisogno di avere una formazione profonda e adeguata per guidare questi ragazzi con disabilità in un’integrazione lavorativa e nei loro percorsi di autonomia personale e collettiva. Non ci si può improvvisare e spesso purtroppo accade. Il passaggio è fondamentale e allo stesso momento delicato ma in questo contesto non si può sbagliare. Ci sono tantissime realtà lavorative parlo ad esempio di grandi aziende che stentano ad effettuare l’assunzione di un ragazzo disabile in quanto manca la figura di mezzo, la figura che in quel contesto possa guidare il ragazzo nell’inizio del percorso lavorativo. Queste sono le figure che servono e queste figure devono essere assolutamente formate e preparate in un modo completo.

Hai da poco presentato il tuo Saggio all’ Accademia navale di Trieste in collaborazione con l’associazione “Oltre quella sedia” Cosa ti è rimasto di questa esperienza?

L’ultima presentazione che è avvenuta alla Lega Navale di Trieste in collaborazione con l’associazione “Oltre quella sedia” mi ha fatto capire quanto in realtà ci sia la necessità e il bisogno di affrontare questo argomento. Ne hanno bisogno le famiglie, ne hanno bisogno i ragazzi, ne hanno bisogno gli educatori che operano in tale contesto. Riprendendo anche il quesito precedente, c’è bisogno di formazione e di confronto. A seguito dell’uscita del mio saggio la richiesta che ho avuto da molte realtà è stata decisamente considerevole. Sono assolutamente disponibile e compiaciuta di questo perché mi è stato manifestato un considerevole interesse e questo interesse manifesta voglia di capire e di agire, agire concretamente

I tuoi progetti futuri?

Nel mio futuro ci sono molti progetti. Voglio rispondere alla necessità che mi è stata manifestata divulgando il mio saggio e facendo formazione. Vorrei implementare il mio capire conoscendo diverse realtà, anche all’estero, per integrare le nostre risorse. Voglio continuare a capire e fare capire.

E giungo alla mia ultima domanda: quale messaggio vuoi lasciare ai tuoi lettori con questo Saggio?

… E voi cosa vorreste capire?

Ringraziando Monica Zaulovic, ricordo agli amici e lettori di ScrepMagazine che il suo Saggio è disponibile sia in formato cartaceo che in ebook, gratuito per gli abbonanti a Kindleunilimited

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Intervista a cura di Monica Pasero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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