“Scrissi questo testo avendo in mano una vecchia e pregiata edizione delle “Lettere a Lucilio“, chiosata da mio padre in due fasi diverse. Bella calligrafia, precise trascrizioni e pensieri di educatore che risalgono a oltre mezzo secolo fa. E poi di recente, in piena vecchiaia, incerta e più grande calligrafia con pennarello nero, linee storte e pacchiane punteggiature. Ricordo che 30 anni fa mio padre prestò questo libro a un insegnante a cui avevano ucciso il figlio, commissario di polizia. Il libro, gli disse poi quella madre afflitta, le era stato di grande conforto più degli affetti e delle preghiere. Ho ritrovato nelle sue pagine sparsi foglietti paterni con scrittura tremante, estremi tentativi di resistere alla notte. Citazioni estrapolate, esercizi fisici e mentali per non perdere la vita, la vista e la memoria e restare ancora in sè. Poi si arrese, perse di vista il suo Seneca, abbandonò il libro e visse gli ultimi anni come una mezza morte, in una lunga, lamentosa capitolazione. Fino a che se lo portò la notte. Ricordo che questo libro glorioso lo portava con sè anche al mare, e lo sottolineava seduto su uno scoglio, nello stesso posto dove ora lo sto rileggendo io”.

Marcello Veneziani

Era l’estate del 2014 quando mi capitò casualmente di leggere questo brano, tanto che decisi di acquistare subito il saggio da cui era tratto, dal titolo “Vivere non basta. Lettere a Seneca sulla felicità”. Ricordo ancora l’emozione che mi attraversò in quel momento. Mi trovavo in spiaggia con il libro fra le mani quando, prima di immergermi nella lettura, mi precipitai all’ultima pagina per rileggere quel brano che mi aveva cosí colpito. Oggi, a distanza di 6 anni, mi ritrovo seduta sotto l’ombrellone ed ho riaperto il libro, partendo proprio da quella lettura dal titolo “Veritas in extremis”.
Ci sono libri che entrano nelle nostre vite, a volte in punta di piedi, altre volte in modo irruento, ma in entrambi i casi si stabilisce una felice e duratura convivenza.

“Seneca, Maestro mio, ho pensato di scriverti da lontano nella speranza di contravvenire al detto “verba volant scripta manent”, lasciando che gli scritti prendano il volo e ti raggiungano nel tuo rifugio di campagna”.

È Lucilio, discepolo di Seneca, che risponde alle epistole del suo Maestro dopo circa 2000 anni di ritardo.
Lo scrittore Marcello Veneziani immagina che nel crollo della Casa del Moralista a Pompei, città natale di Lucilio, siano state rinvenute le sue epistole. Sono in tutto 20 le lettere in cui si affrontano diverse tematiche, la felicità, la bellezza, la morte, la vecchiaia, l’amore, la fortuna, Gesú e i falsi profeti…etc
Lucilio non si trova a Roma, ma in viaggio sul mare per la Sicilia quando viene vinto dal desiderio di scrivere a Seneca per condividere con lui i suoi pensieri e replicare alle riflessioni del Maestro.

Il mare si presta al pensiero perché suggerisce il fluire e l’eterno tornare, l’annegare e il riaffiorare, e l’acqua è il principio originario della vita, specchio del logos“.
Lucilio si è reso conto di una verità decisiva: non basta vivere, perché la vita non va solo pienamente vissuta, va anche pensata e poi dedicata“.

La vita necessita di una pienezza che sia sempre nelle condizioni di trovare nelle sue radici quell’humus naturale per superare se stessa. Solo una vita dedicata è in grado di fare tesoro di tale energia per sopravvivere ad essa stessa. Ciascuno è chiamato al proprio compito: dedicare la propria vita, non lasciarla in balia di impulsi ed occasioni. Naturalmente ogni dedizione parte da una maturata consapevolezza che cioè ogni nostra azione non va sprecata, deve lasciare un segno tangibile del suo passaggio.
Sono diversi e tutti attuali i temi trattati; sono tanti i quesiti e le argomentazioni che si sciolgono in un interessante dialogo tra discepolo e Maestro.

Cos’è la felicità per Lucilio?
“La felicità è come tuffarsi nelle acque estive del mare, un abbandonarsi ai suoi flutti, dove il corpo e la mente collimano nel piacere, e la libertà di essere, il piacere di vivere, l’euforia di vedere fanno tutt’uno con l’orizzonte, dove il cielo e il mare si sfiorano mentre il sole trionfa sovrano ma senza bruciare. Lá, in quel preciso istante, la libertà la vedi con gli occhi, la felicità la bevi con le mani, la leggerezza la tocchi col corpo.Ti perdi nel tutto spumeggiante. Quella felicità di perdersi durerà pochi istanti, poi ti resterà sul corpo e nella mente solo un velo di benessere. Quella è l’impronta che lascia la felicità”.

È impossibile toccare tutte le tematiche delle epistole dove la morale chiama in causa l’etica e, naturalmente la religione, mentre la filosofia è il sottofondo prezioso che dirige il pensiero di Lucilio.

Cos’è la felicità del saggio?
“È una felicità gentile… somiglia a un battito di ali. È felicità dell’essere, che transita certo nei corpi, negli averi, nei pensieri, ma senza mai fermarsi in nessuno di essi. Perché è la felicità di un baleno infinito, dove il sempre il mai si congiungono in un letto d’amore. Esulta la vita, ma la felicità è quel che resta quando passa l’esultanza. Anzi, la felicità è quel che resta quando passa la vita, la giovinezza, l’amore, e ogni altro piacere. La felicità non è un evento ma uno stato di grazia, e più grandeggia quanto meno dipende dai fatti, dai corpi, dai beni, dai tempi”.
“Da ragazzo pensavo che ci fosse un momento in cui la felicità si rendeva visibile. Accadeva al tramonto d’estate, dopo una giornata trascorsa sul mare. Amavo nuotare incontro al sole che scendeva sulle onde e estendeva un tappeto dorato e scintillante. Poi mi fermavo e guardarvo il sole a pelo d’acqua, mirando nella sua scia, lasciando solo gli occhi affiorare e scomporre la luce nelle gocce che scendevano delle mie ciglie. Infine mi stendevo supino sul mare e battevo i piedi sulla superficie fino a creare una cascata di spuma. Guardando nel cuore di quella cascata e nelle sue creste, vedevo rifrangersi la luce del sole. In quel tripudio d’acqua che salutava i raggi del sole, situavo la figura della felicità, spumeggiante e precaria, sull’orlo del crepuscolo. Eccola la felicità, acqua e sole, impalpabile ma prossima, nata dall’incontro tra una spuma generata dal movimento, dalla mia decisione, e raggio di sole venuto dall’alto. L’acqua principio di vita, il sole principio di luce, la sintesi è compimento. Quella mi parve, e ancora mi pare, l’espressione più pura e perfetta della felicità”.

Anch’io quando sono a tu per tu con il mare, rivivo sempre la medesima sensazione, una piccola felicità, come la risacca di un’onda schiumosa che si perde nella mia vita.
È l’emozione che, generalmente, si prova quando si sta accanto ad una persona a cui si vuole bene.
Sembra che non ci siano mai parole adeguate per esprimere il piacere di quell’incontro e che il sentimento non basti mai…
Il silenzio suggella questa intima complicità e allora si comunica con gli occhi e ci si parla col cuore.
L’amore, infatti, come accade per la felicità, non ha bisogno di parole.

Ti saluto, Seneca, con gratitudine, perché i viaggi migliori li ho compiuti con te, senza partire di casa, sul dorso della filosofia“.

Piera Messinese

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