Quando si è piccoli, non si ha consapevolezza della morte, del suo significato e del suo valore.
Dinnanzi a un evento luttuoso la reazione naturale è il pianto, la disperazione, quel senso di impotenza per un ineludibile destino.
Tutti abbiamo vissuto perdite di amici, conoscenti e familiari stretti.
Io non ho mai dimenticato il vuoto che mi prese il cuore quando passò a miglior vita il mio nonno paterno che abitava con me e a cui ero molto legata.
Aveva un nome importante (così lui diceva) di cui andava fiero.
Si chiamava Ferdinando.
Io gli rassomigliavo molto nei tratti somatici: gli stessi occhi cerulei, capelli biondi, la pelle bianca, ma caratterialmente eravamo diversi in quanto lui era piuttosto riservato io, invece, estroversa.
I suoi nobili natali non lo avevano mai entusiasmato più di tanto perché quando io cercavo di avere notizie più dettagliate sulla sua infanzia, si chiudeva nel silenzio.
Per lui la nobiltà non aveva alcun valore.
Nonostante io condividessi il suo pensiero, cercavo di cogliere quelle sue origini altolocate nel suo modo di essere, nelle buone maniere, nella compostezza dei gesti, nel modo garbato in cui si rivolgeva a tutti, ma soprattutto nella dolcezza con cui si relazionava con me.
Non era mai stato mio compagno di giochi proprio a causa della sua riservatezza, ma mi lasciavo incantare dalla sua saggezza e dai suoi racconti che lo portavano lontano nel tempo e che, tante volte, lo rattristavano.
C’erano i ricordi amari della prigionia in guerra e il dolore per la perdita di tanti cari amici.
La guerra lo aveva segnato.
Ci sono abitudini che rimangono immutate nel tempo. Lui sedeva a capotavola ed io sempre alla sua destra. Ancora adesso quello è rimasto il mio posto.
I suoi occhi di mare mi cercarono anche negli ultimi istanti prima di perdere la loro luce: credeva fossi il suo angelo.
Fu l’ultima volta che il nostro sguardo si incontrò.
Poi, in tutta fretta, mi allontanai per i tre giorni di lutto che allora “si teneva” in casa.
Questo verbo che ho volutamente adoperato, spiega bene come si vivesse la perdita di una persona cara.
La casa si vestiva a lutto. Ricordo che dovetti prendere le distanze da quel dolore.
Se ci rifletto, mi rendo conto che quella sofferenza è rimasta sempre con me.
Quando rimisi piede in casa, dopo tre giorni, era tutto finito, ma apparentemente.
Mia nonna aveva voluto subito togliere il suo talamo nuziale scegliendo una soluzione meno dolorosa.
Aveva deciso di dormire da sola in un piccolo lettino.
La sua camera da letto aveva perso la sua identità.
Basta davvero un attimo per perdere ciò che arricchisce e dà senso alla nostra esistenza.
Mia nonna si vestì di nero con il capo coperto e non tolse mai più questo colore dalla sua vita fino a che non raggiunse il buon Dio.
Mi sono sempre pentita di non essere rimasta accanto a mio nonno sul letto di morte. Ma forse è giusto che ciascuno di noi cerchi di difendersi, di proteggersi dal dolore.
C’è chi vuole attraversarlo, chi lo fugge e chi, invece, lo vuole sempre accanto a sé come un segreto da custodire nel profondo cuore.
Piera Messinese
Si ringrazia Giuseppe Torcasio per il materiale fotografico.
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