Anno 1987.

Enrico Ruggeri scrive uno di quei testi che sarebbero stati destinati ad essere annoverati all’interno della cerchia di corpose ed ingombranti pietre miliari e che avrebbero da lì a breve, di certo, fatto la grande storia della musica italiana.

Egli accolse con grande orgoglio l’unanime sentore d’essere stato nelle condizioni di intercettare la variegata stratificazione che caratterizza l’universo femminile, pur essendo un uomo, pur disconoscendo senza ombra di dubbio la maggior parte delle sfaccettature che rendono una donna ciò che è…

O ciò che affatto non è.

Fiorella Mannoia, cantante oltremodo sensibile e dalle straordinarie qualità interpretative, rese il medesimo brano, che ha per titoloQuello che le donne non dicono“, un capolavoro di immane dolcezza.

Ma siamo veramente sicure (ed in questo caso mi rivolgo esclusivamente a quello che viene da che mondo è mondo definito il regno del gentil sesso), che quell’uomo che esalto’ allo stremo la figura della donna nella sua piena e corposa totalità, c’abbia veramente azzeccato in pieno?

Consentitemi di esprimere una personalissima opinione, di manifestare una concezione che naviga sicuramente dalla parte opposta rispetto al sentire comune.

Sono una donna anch’io e come tale conosco in maniera abbastanza approfondita me stessa e, di conseguenza, ho una discreta contezza dell’indole che caratterizza la stragrande maggioranza delle tante “ragazze” che in qualche modo mi somigliano.

Perché noi donne, nel bene e nel male, ci somigliamo tutte.

Ed è proprio in virtù di una serie di riflessioni alquanto approfondite
che ho avuto modo di condurre, nel corso del mio tempo, un’analisi attenta sulla figura femminile.

Mi domando, tutt’ora, citando le parole sdolcinate dello stesso Ruggeri, ove alberghi il concetto di donna “dolcemente complicata, sempre più emozionata e delicata”.

Frase fatta, poco originale e non del tutto attinente alla concretezza del reale.

Ho sempre detestato “far di tutta l’erba un fascio”, nel bene e nel male.

Esistono donne eccezionali sotto ogni punto di vista.

Conosco delle donne meravigliose, donne che si impongono con sacrificio e con abnegazione nei riguardi di chi amano visceralmente.

Tra loro abbraccio con la mente le mie pochissime e tenere amiche, quelle che non riescono a colmare il numero delle dita di una mia sola mano.

Ma siamo sicure, mie care donne sparse lungo il sentiero terrestre, che la concezione di perfezione e di estrema sensibilità propinata da Ruggeri e decantata in magiche note dall’immensa Mannoia risponda ad un ideale incontestabile di verità?

Nulla da eccepire sull’eccesso di fantasia, di quella ne abbiamo persino da vendere.

Saremmo nelle condizioni di far sorgere il sole da ovest e di incartare chiunque ci stia a concederere la personale fiducia, rivoltando costui come un calzino inerme, a seconda del nostro bizzarro volere.

Ruggeri, nel corso dell’intero componimento, non dimentica nemmeno per un istante di incalzare con insistenza su una spiccata perfezione emotiva femminile, che a mio avviso si pone nettamente al di là di una qualsivoglia situazione che abbracci la questione veritiera.

Sembra addirittura che a tratti la donna venga dipinta come una sorta di vittima inoffensiva ed ingenua che arranca lungo i margini dei propri vissuti.

Le sofferenze, le grandi pene d’amore…

Chi è mai stato esente, da quando è in vita, da esigue o corpose batoste a fior di cuore?

Anche  un uomo lo sarà stato, perdio!

La mia verità (e che nessuno me ne voglia) è che la donna è molto spesso la più accanita nemica degli esseri umani del suo stesso sesso.

Sono stanca di stereotipate affermazioni di stampo perbenistico e borghese che seguitano ad affermare che l’essere femminile contribuisca al benessere di chicchessia.

La donna, in tutta onestà, e mi costa molto caro affermarlo, è uno degli esseri maggiormente competitivi sulla faccia della terra.

E purtroppo non sempre si tratta di competizione sana.

E ciò che si rivela più grave in assoluto è il fatto che, il desiderio di predominio sugli altri, si compia proprio nei confronti di altri esseri di sesso femminile.

Invece si dovrebbe collaborare con affetto, gioire dei piccoli o grandi successi altrui, desiderare il bene più profondo ed intriso di sincerità , fare costantemente gruppo, uno di quelli ben saldi, inscindibili, improntati sull’amore fraterno.

So perfettamente che ci sarà chi non si rispecchiera’ minimamente in questa desueta e forse spiazzante modalità di interpretazione della realtà delle cose.

A voi, che siete tanto distanti dal mio pensiero nefasto, invio le mie benedizioni più sincere.

Sì, perché se il vostro sentimento si configura in maniera diametralmente opposta rispetto al mio, vuol dire che siete state parecchio amate e benvolute da altre donne, e questo rappresenta un privilegio di inestimabile valore.

Come vi raccontai in precedenza ho delle amiche che non riescono a riempire una sola delle mie mani.

Sono proprio loro che benedico per prime.

“Portaci delle rose, nuove cose, e ti diremo ancora un altro sì”.

Certo, come se fosse sufficiente del materialismo spicciolo per cedere all’abbandono a nuove concessioni.

Non siamo così fragili, non prendiamoci in giro.

Forse bisogna imparare ad essere donne, a pretendere un rispetto smisurato, e non è vero che un cantautore abbia realmente compreso tutto:
Il cantautore non ha compreso quasi nulla o ha compreso solamente in modo parziale.

È palesemente tangibile la mia forte delusione in merito a talune relazioni con altre donne, non è vero?

Il disincanto è la tomba della fiducia, della possibilità di mutare prospettiva, è una lapide sulla quale la parola ” pochezza” si legge chiaramente, a caratteri cubitali.

E poi: che cos’è che le donne non dicono?

Ciascuna frase che è possibile auscultare nella canzone è come un rimbombo che si ripete da secoli, in maniera perentoria e quasi scontata.

“Siamo così”... Lo sappiamo come siamo, talvolta leali, talvolta nettamente meno, talvolta delle autentiche stronze.

Nonostante tutto, seppur non ne condivida appieno i contenuti, il brano “Quello che le donne non dicono” rimane un classico intramontabile che difficilmente sarà esente dall’accesso alla grande storia della musica eterna.

Signori, attraverso questa disquisizione non è stato mio intento proclamare me stessa un’integerrima Santa.

Sono una donna che ha spesso errato come tutte, anche peggio di tutte.

Non lo sono, non lo sono mai stata e non credo che lo sarò mai.

Le Sante le lascio all’interno degli angusti tabernacoli avvolti dalla penombra, dentro le Chiese dove a volte riesco a mettere agilmente piede….

Altre volte no

Maria Cristina Adragna

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

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