Qualche giorno fa, il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, in un discorso al Parlamento italiano, ha usato le parole doxa ed epistème ed ha, inoltre, aggiunto che un certo provvedimento è un imperativo categorico.

Queste parole poco usate nel linguaggio corrente, hanno suscitato ironia nei social, non tanto nei confronti del premier, che è indubbiamente una persona colta, quanto nei confronti di un’aula perplessa e imbarazzata dal non aver compreso appieno il significato delle parole usate.

Le parole vengono dal linguaggio filosofico formatosi in Grecia, culla della filosofia e della cultura occidentale. In particolare, la parola doxa, che significa opinione, fu usata da Parmenide, filosofo vissuto nel VI secolo a. C. nell’Italia meridionale. Egli usa il termine sia con il significato di opinione che con il significato di apparenza, in tutti e due i casi la doxa è svalutata perché fonte di errore e contrapposta alla Verità.

Platone, vissuto in Grecia nel V secolo a. C., riprende il termine doxa, però, avendo ammesso il divenire, pone la doxa a metà strada tra l’essere e il nulla. Per Platone, quindi, l’opinione che fa parte del mondo sensibile, che è il mondo del divenire, si trova tra la scienza e l’ignoranza. Sarà la scienza a stabilire se quell’opinione è vera e, se è cosi, l’opinione non sarà più opinione ma sarà diventata scienza. Il termine doxa, oggi, non è più molto usato però a Milano esiste un Istituto, che fa indagini di mercato e analizza l’opinione delle persone, che si chiama Doxa.

Il termine epistème significa scienza e Platone la contrappone alla doxa. Per Platone la scienza consiste nella conoscenza intellegibile ed ha carattere di universalità. Per molto tempo epistème indicò la scienza in generale, oggi che ci sono molte scienze si parla più spesso di epistemologia che è lo studio della validità delle scienze stesse.

Il terzo termine filosofico usato da Conte è “imperativo categorico” che ci riporta direttamente a I. Kant, filosofo del ‘700 che usò tale espressione per indicare un imperativo morale non negoziabile.

Ascoltando Conte, mi sono compiaciuta di sentire finalmente, nel contesto politico, un accenno culturale visto che da molto tempo siamo costretti ad ascoltare un linguaggio povero, sgrammaticato, quando non è volgare o scurrile; o dobbiamo ascoltare frasi ripetute a memoria da persone incapaci di dire altro. Ritengo che il linguaggio della politica dovrebbe elevarsi così come dovrebbe migliorare la qualità delle persone che decidono di dedicarsi alla politica, questo perché i politici dovrebbero rappresentarci invece spesso chiedono ai cittadini ciò che loro non sono disposti a fare, risultando così criticabili e invisi ai più.

Ricordo, quasi con tenerezza, i primi politici che, dopo l’unità d’Italia (1961), quando dovevano recarsi alle riunioni in Parlamento, viaggiavano in treno, nella terza classe di allora, per non dare, alla povera gente, l’impressione di godere di privilegi. Certo, non si vuole tornare ad un passato che aveva problemi ben più gravi di quelli di oggi, credo, però, che anche nella vita politica qualcosa debba cambiare.

Mentre così penso, da dietro i vetri, vedo un campetto pieno di papaveri rossi, segno inconfondibile di una primavera che, stando in casa, non si percepisce molto, apro i vetri e un profumo di erba e fiori entra in casa.

La natura segue il suo corso, incurante del virus che affligge il mondo, mostra chiaramente che gli ospiti della Terra siamo noi uomini e come ospiti dovremmo comportarci, con rispetto verso il mare che abbiamo riempito di plastica, verso i ghiacciai che per il riscaldamento globale si stanno sciogliendo, verso le zone che si stanno inaridendo, verso gli animali a cui abbiamo inquinato l’habitat.

Pensiamo tanto, in questi giorni? Pensiamo a queste cose e domandiamoci se possiamo fare qualcosa, a cominciare da noi, nel nostro piccolo. E poi, chiediamo alla politica che nel riorganizzare la vita dopo il periodo d’isolamento, abbia più attenzione alla qualità della stessa e sentiamoci fortunati perché di qualità della vita si parla solo nei paesi con un’economia avanzata, ci sono persone, in alcune zone del mondo, che ancora lottano per la sopravvivenza; pensiamo anche questo e chiediamo alla politica di inseguire meno il profitto e più la giustizia sociale. Speriamo che l’Italia da questa prova esca più unita e non divisa da ridicoli campanilismi ed egoismi locali.

 Concludo con le parole di Epicuro sempre preziose, a volte consolatorie:

<<Non dunque le libagioni e le feste ininterrotte, né il godersi fanciulli e donne, né il mangiare pesci e tutto il resto che una ricca mensa può offrire è fonte di vita felice; ma quel sobrio ragionare che scruta al fondo le cause di ogni atto di scelta o di rifiuto, e che scaccia le false opinioni, per via delle quali grande turbamento si impadronisce dell’anima”. Epicuro, Lettera a Meneceo 

Un altro pensiero, dalle Sentenze vaticane, probabilmente non di Epicuro ma della sua scuola:

<<Siamo nati una sola volta, e non potremo essere nati una seconda volta; dovremo non essere più per l’eternità. Ma tu, benché non abbia padronanza del domani, stai rinviando la tua felicità. La vita si perde nei rinvii, ed ognuno di noi muore senza aver goduto una sola giornata>>.            

Gabriella Colistra         

3 Commenti

  1. La Sua riflessione (poetica e pensosa/meditata), prof. Gabriella, sul linguaggio parlamentare, mi riporta ai tempi in cui ventinovenne fui catapultato fra i seggi d’un parlamentino…, oggi – forse – ponderei anch’io le tante ciance d’un tempo!
    Mi torna in mente la copertina d’un quaderno di Linus: una bimba, con un vestitino di color rosso porpora (già il colore è tutto un programma) e due cerotti in faccia, oltre al braccio destro con sospensore al collo…insomma era stata ben conciata, per aver detto la sua verità; infatti, con il braccio sinistro, indenne, e la sua manina sosteneva una bella pianta di color viola, ergersi su una pedana con una scritta inconfondibile ed a caratteri cubitali
    “”V E R I T A’ “” (mathémata)/opinione.
    Allora m’ero divertito a chiosare la vignetta, così: Ecco (scrissi sul caschetto che le copriva la testolina) come sono conciata per la MIA opinione (scritte sul suo visino, mal concio); sul retro, della copertina del quaderno, avevo proseguito: ORA basta! / Dopo il giorno dopo/dopodomani
    “lu misi di MAI” (giocando, con la traslitterazione nel mio dialetto siciliano, per dire “alle calende greche”).
    All’interno della copertina del quaderno (o mùthos delòi… la favola insegna, finiscono sempre le favole, con la morale!): mathémata, cos’è la verità, chiese un certo Pilato a quell’unica Verità in persona, che…, come la bellezza dell’Idiota di Dostojevskij, ci salverà anche dai “buzzurri” di tutti i tempi!
    Chi ha orecchie da intendere intenda.
    Ad meliora cotidie.
    Michele DI GIUSEPPE

  2. Che cos’è la verità? In filosofia, i filosofi moderni non se lo chiedono più. Ne parlavano gli antichi, ne parlava Parmenide e per lui era alètheia, disvelamento. Che posso dirle? Beati quelli che pensano di possedere la Verità che salverà il mondo, penso che non ci salverà nemmeno la bellezza di cui dice Dostojevschij, se ci salveremo, dai “buzzurri” e da altri mali ci salveremo con le nostre forze. Ci basterebbe.
    Le faccio i complimenti per il simpatico racconto che lei ha proposto in modo godibile, le rinnovo stima e simpatia,
    Gabriella Colistra

  3. La Sua squisita simpatia, a mio modesto parere, è parte integrante della Bellezza divinata da
    Dostojevschij.
    Vorrei ( potessi ) indicarLe non solo la Via, bensì aprire la porta di questo Regno edenico: gratuitamente ho avuto ed allo stesso modo desidero condividere.
    Con rispetto e discrezione, Michele DI GIUSEPPE

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