La famiglia Ki-Taek, padre, madre e due figli, vive in miseria, compiendo lavori occasionali e cercando una Wi-fi libera.

Per mano del destino e grazie anche ad un calcolato inganno, il figlio Ki-Woo trova un impiego come insegnante di inglese presso una ricca famiglia, i Park.

Accolto benevolmente, il ragazzo pian piano fa assumere tutti gli altri membri della famiglia, omettendo però di dire quale sia il loro legame.

Una scoperta fortuita scatenerà una serie di eventi. 

Palma d’oro a Cannes, Golden Globe come miglior film straniero, 4 premi Oscar, tra cui quello per il miglior film (il primo film non in lingua inglese a vincerlo) e ora anche il David di Donatello annunciato ieri per il film straniero, Parasite è davvero un caso cinematografico.

La pellicola coreana di Bon Joon-Ho, uscita di nuovo nelle sale dopo la vittoria agli Oscar, non smette di raccogliere consensi e, solo nell’ultimo weekend, ha superato i 200 milioni di dollari in tutto il mondo, vicino ad oltrepassare La vita è bella di Roberto Benigni tra i film in lingua straniera col più alto incasso nella storia del cinema.

Le motivazioni di un tale ampio consenso, sia da parte della critica che da parte di un  pubblico stranamente attratto da un prodotto esplicitamente “autoriale”, sono molteplici: partiamo dal considerare la regia, asciutta e diretta, volutamente cinica e priva di abbellimenti, soprattutto nel prediligere inquadrature scarne e nel mostrare senza pietà “l’opportunismo parassitario” della famiglia ospite.

Tecnicamente ineccepibile, la pellicola di Bon Joon-Ho sa mescolare inoltre vari generi:  dalla commedia al dramma il salto è rapido e continuo, sorprendendo lo spettatore con invenzioni di feroce ironia, senza mai ricorrere al facile buonismo.

Ponendo al centro il conflitto di classe, il regista organizza una sorta di messa in scena della società, ne ridicolizza le ossessioni e le dipendenze (internet, gli smartphone, oggetti di vita quotidiana trasformati in simulacri) e i sentimenti sono ridotti ad un esasperato individualismo.

Il disagio umano e l’immoralità sono gli altri tratti rappresentativi di una società capitalistica dove la rabbia del “brutto sporco e cattivo” proletariato (citando Ettore Scola) è giunta al limite e alla fine nessuno può salvarsi, né i ricchi adagiati né i poveri troppo gratuitamente incattiviti.

La maschera e la finzione hanno completamente preso il controllo dell’uomo che la indossa e il lezzo maleodorante e parassitario, ha ormai cancellato il profumo di una sana umanità.

Sandra Orlando 

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui