Clint Eastwood e la ribellione contro il tempo

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Tenere fuori il “vecchio” è l’unico vero antidoto all’apatia

Se a novantasei anni suonati continuate a dirigere film, cavalcare nei canyon e guardare il mondo con quel briciolo di carisma che polverizza metà delle star di Hollywood, le cose sono due: o avete trovato l’elisir di lunga vita, o vi chiamate Clint Eastwood. Mentre la scienza si affanna a studiare i benefici della dieta mediterranea o dei centrifugati di cetriolo, il vecchio Clint liquida la pratica con una ricetta molto più economica e decisamente più spietata:

«Bisogna rimanere attivi, vivi, felici, forti, capaci. È dentro di noi, nella nostra intelligenza, nel nostro atteggiamento e nella nostra mentalità. Siamo giovani a prescindere dalla nostra carta d’identità. Bisogna imparare a lottare per tenere fuori il vecchio. Quel vecchio che ci aspetta, fermo e stanco sul ciglio della strada, pronto a scoraggiarci».

Questa è una logica che non solo condivido in pieno, ma che ritengo dovrebbe essere stampata sui muri delle scuole e degli uffici, un vero e proprio manifesto universale per chiunque rifiuti di arrendersi all’inerzia e all’apatia di una vita vissuta con il freno a mano tirato.

Oggi, d’altronde, viviamo nell’era degli eufemismi e del politicamente corretto, dove pur di non urtare la sensibilità di nessuno ci si arrampica sugli specchi con definizioni come “diversamente giovani” o “membri della terza età”. A me, invece, piace chiamare le cose con il loro nome: parliamo di vecchi. La vecchiaia non è una colpa da espiare o un tabù da nascondere dietro un velo di ipocrisia, ma una condizione biologica che può essere fiera, creativa e incredibilmente piena di scopo.

Il vero colpo di genio di Eastwood, però, sta nel ricordarci che il “vecchio” non è un dato anagrafico iscritto all’anagrafe, ma uno stato della mente, un inquilino abusivo che tenta di occupare il nostro cervello. È quell’essere brontolone, ostile e invidioso che si nutre di rimpianti, che si stringe nelle spalle davanti alle novità e che scruta il passato solo per legarci a vecchi traumi e ondate di dolore. La parte più tragica di questa dinamica è che questo spirito tossico, se è pericoloso per chi ha molti anni alle spalle, diventa letale quando contagia le nuove generazioni.

Capita sempre più spesso, infatti, di incrociare ventenni che sono biologicamente precoci ma spiritualmente già in pensione, intrappolati nel limbo di uno smartphone, spenti dal cinismo o terrorizzati da un domani che non si curano nemmeno di costruire. È soprattutto a loro che dovrebbe arrivare il monito del regista di Gran Torino: invecchiare può essere piacevole e persino divertente se si sa come usare il tempo e se si mantiene intatto l’entusiasmo. Non importa quale sia la cifra impressa sul vostro documento d’identità: l’imperativo esistenziale resta lo stesso per tutti. Bisogna progettare, creare, avere la curiosità di guardare oltre la prossima curva. L’alternativa è sedersi su quel famoso ciglio della strada e dichiararsi sconfitti ben prima che lo decida la biologia.

Dopotutto, questa ostinata ribellione contro la gravità dell’anima non è un’invenzione moderna.

Il filosofo Friedrich Nietzsche, nella sua critica feroce allo “spirito di gravità” e al risentimento, esortava l’essere umano a non farsi schiacciare dal passato e a diventare un creatore continuo, capace di dire un “sì” monumentale alla vita attraverso l’azione e il costante superamento di sé. Non c’è spazio per le lamentele o per i rimproveri sterili nel pensiero nietzschiano, esattamente come non c’è spazio per il vecchio brontolone nella casa di Eastwood.

Questa urgenza vitale si ritrova intatta anche nella letteratura, per esempio nei versi immortali che il poeta Alfred Tennyson fa pronunciare al suo Ulisse. Un re ormai anziano che rifiuta la comodità del trono e la noia della routine per rimettersi in viaggio sul mare, ricordandoci che la vecchiaia ha ancora il suo onore e la sua fatica, e che non è mai troppo tardi per cercare un mondo più nuovo.

In fin dei conti, mantenere la mente aperta, flessibile e affamata di progetti è l’unico vero antidoto a un’esistenza opaca. Chi smette di rischiare, di imparare e di guardare al futuro con onestà intellettuale si sta già spegnendo, anche se ha la pelle liscia e il metabolismo di un adolescente. Al contrario, chi continua a scommettere sul domani rimane giovane, anche se il tempo ha deciso di lasciare vistosi segni sul suo volto.

Vale la pena, allora, stringere i denti e sprangare la porta di casa. Lasciamo pure che il vecchio brontolone resti fuori a protestare sul ciglio della strada, mentre noi, con un pizzico di sana ironia e un bel po’ di coraggio, continuiamo a camminare.

Letizia Caiazzo

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