Il mio Natale è sempre stato felice perché era la festa della famiglia, l’incontro con gli zii, i cugini, i nonni, tutti insieme a presenziare durante le festività natalizie.
Era il Natale delle lunghe tavolate imbandite e colorate di rosso che sembrava non finissero mai, dove i due capotavola potevano incontrarsi solo con un saluto da lontano.
Era un rumore di stoviglie, era un vociare confuso, un carosello di pietanze, dalla carne al pesce, dalle noci ai turduni, dalla pignolata alle crucette, alla frutta secca e, dulcis in fundo, la fetta di panettone con lo spumante.
Si intrecciavano i dialoghi fra i commensali, tra risa e schiamazzi. E non poteva mancare la tombolata con le bucce di mandarino per coprire le cartelle e i giochi con le carte napoletane fino alle prime luci dell’alba.
Non ci si muoveva dalla tavola perché si mangiava in continuazione.
La vigilia di Natale era la notte più magica dell’anno.
C’era un piccolo albero di Natale sotto cui si trovavano i doni per i più piccoli e allo scoccare della mezzanotte iniziava la processione verso il Presepe per rendere omaggio alla nascita del Re dell’Universo e deporre il Bambinello nella sua umile dimora, mentre tutti intonavamo un canto e ci si abbandonava ad un silenzioso pianto.
Era la zia più grande che ci invitava a stringerci attorno alla nascita di Gesù che nasceva nelle nostre vite e nel mondo intero.
Un momento toccante che aspettavamo con ansia e che rappresentava per i bambini anche una condivisione goliardica.
E poi ci cercavamo tutti con gli sguardi e ci abbracciavamo.
Eravamo in tanti e il momento dell’abbraccio era interminabile ed emozionante.
E la strenna natalizia e i canti e i balli della tradizione calabrese… e la festa non finiva mai.
Era un Natale odoroso di semplicità, di genuinità.
Col tempo si perdono tante cose per strada e si maturano nuove consapevolezze.
In questi ultimi due anni forse abbiamo imparato che la ricchezza della nostra vita è racchiusa nella famiglia.
Sarebbe meraviglioso se il bagliore della cometa creasse un lunghissimo ponte che attraversasse il mondo e trattenesse sotto il suo mantello luminoso tutte quelle solitudini dimenticate, quelle vite spezzate, umiliate, mortificate, vite costrette a sopravvivere alla fame, alla guerra, ai soprusi, vite in perenne viaggio alla ricerca della terra promessa, vite tormentate nel corpo e nell’anima, vite a cui basterebbe una carezza, una parola di conforto.
Perché esiste troppo dolore nel mondo!
Forse è arrivato davvero il momento di fermarci un attimo e di lasciarci contagiare da questa speranza di luce.
Piera Messinese







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