Morire lavorando a 25 anni

267914

La poesia come atto di memoria civile

Andrea Cricca, 25 anni, muore mercoledì sera, 21 gennaio, in una stalla di Brusasco, schiacciato da un macchinario mentre stava lavorando.

Yuleisy Cruz Lezcano, poeta e attivista civile, particolarmente colpita da questa ennesima morte sul lavoro, scrive e dedica ad Andrea la seguente poesia.

Frammenti scalzi di forma

Lo trovarono là,

tra margherite bianche e gialle,

inermi come occhi spalancati.

Il prato era un disordine

di frammenti scalzi di forma,

un lessico rotto

che il giorno non seppe tenere insieme.

Le urla inespresse

strette tra le labbra,

semi di suono non caduti,

mentre le ultime aritmie

tremavano nelle sue corde vocali.

Il ferro aveva parlato

prima del cuore, la macchina

chiudendo il gesto, inceppando

si è portato via il suo tempo.

Lontano, una madre

sentì il corpo farsi vuoto,

​un peso improvviso nel respiro:

il legame avverte sempre

quando qualcosa si spezza.

Le sirene attraversavano l’aria

come fenditure di luce,

portavano un corpo

non il ritorno.

E i giovani sogni,

sognando ancora,

tentavano di correggere il finale,

spostando le virgole del destino,

come se la vita

potesse ancora

tornare indietro.

Raggiungo telefonicamente Yuleisy e le chiedo cosa significa scrivere una poesia per chi è deceduto sul lavoro.

Ecco la sua risposta:

“Scrivere una poesia per chi è morto sul lavoro, per me che sono poeta, non è un gesto letterario astratto né un esercizio estetico ma un atto necessario.

È un modo per stare accanto a vite spezzate che rischierebbero, altrimenti, di essere ridotte a numeri, a brevi di cronaca, a statistiche destinate a scorrere via.

Da oltre due anni porto avanti questo impegno con una convinzione sempre più profonda: ogni morte sul lavoro ha un nome, un volto, una storia che chiede di essere detta.

Ho iniziato quasi in silenzio, scrivendo versi dopo l’ennesima notizia di un operaio morto.

Poi è diventato un cammino consapevole.

Non scrivo “per tutti” e non scrivo “in generale”: scrivo per qualcuno.

Ogni poesia nasce da una singola vicenda, da una persona precisa.

Per questo nelle mie poesie il nome non è un dettaglio, ma il cuore del testo.

Dare un nome significa restituire identità, rompere l’anonimato della morte industriale, sottrarre quelle vite all’oblio.

La poesia, in questo senso, diventa uno strumento di resistenza civile.

Col tempo ho compreso che la poesia, soprattutto davanti a una morte traumatica e inattesa, svolge una funzione che filosofi e studiosi del lutto hanno ben descritto. Pensatori come Emmanuel Lévinas hanno sottolineato come il volto dell’altro ci chiami a una responsabilità etica, mentre Paul Ricoeur ha scritto del potere del racconto nel dare senso all’esperienza umana, anche quando è spezzata.

La morte improvvisa interrompe la narrazione della vita; la parola poetica non la ripara, ma può accompagnare, può creare uno spazio di senso dove il dolore non è cancellato ma riconosciuto.

Dal punto di vista psicologico e sociologico, numerosi studi sul lutto traumatico spiegano come la mancanza di ritualità e di riconoscimento pubblico aumenti la sofferenza dei familiari.

In questo vuoto, la poesia può diventare una forma di presenza simbolica.

Non consola nel senso facile del termine, ma testimonia.

Dice: questa persona è esistita, ha lasciato un segno, non è morta invano nel silenzio.

Negli ultimi due anni ho ricevuto decine di messaggi, email, lettere da familiari delle vittime.

Non sono ringraziamenti formali: sono parole cariche di dolore e, insieme, di gratitudine.

Molti mi scrivono dicendo che leggere una poesia con il nome del loro caro li ha fatti sentire meno soli, meno invisibili.

Alcuni hanno scelto i miei testi per essere letti durante i funerali, altri hanno inciso singoli versi come epitaffio.

Ogni volta ne sono profondamente scossa: è una responsabilità enorme, che porto con rispetto e con la consapevolezza che quei versi non mi appartengono più, ma diventano parte di un rito di commiato.

C’è poi un aspetto che considero fondamentale: vedere la poesia accostata al volto di chi non c’è più.

Dal punto di vista empatico, quell’immagine rompe ogni distanza.

Non è più “un morto sul lavoro”, ma una persona che ci guarda.

Le neuroscienze e gli studi sull’empatia mostrano quanto il volto umano attivi una risposta emotiva immediata: la poesia, affiancata a quell’immagine, amplifica questo effetto, rende impossibile l’indifferenza.

In questo percorso non sono stata sola.

Ho trovato una collaborazione preziosa da parte di molte testate giornalistiche, radio e televisioni locali che hanno scelto di dare spazio ai miei versi non come ornamento, ma come strumento di denuncia e sensibilizzazione.

La poesia è entrata nei notiziari, nelle rubriche, nei dibattiti pubblici, dimostrando che può ancora parlare del presente, delle ferite aperte della società.

Uno dei momenti più significativi è stato quando l’attore Alessio Vasallo ha letto a Montecitorio una mia poesia dedicata a un uomo morto sul lavoro in età pensionabile.

Portare quei versi nel cuore delle istituzioni ha avuto per me un valore simbolico enorme: significava affermare che la cultura, la parola, l’arte non sono marginali rispetto alla politica, ma possono interrogarla, metterla davanti alle sue responsabilità.

Continuo a scrivere perché credo che la poesia possa essere una forma di accompagnamento, come lo intendeva la filosofia antica: stare accanto, non voltarsi dall’altra parte.

In una società che spesso normalizza la morte sul lavoro come fatalità, scegliere di nominare, di raccontare, di guardare in faccia la perdita è già un atto politico.

Io non posso restituire la vita a chi l’ha persa, ma posso fare una cosa: impedire che venga dimenticato.

E in questo, ogni poesia diventa una piccola veglia laica, un gesto di memoria e di responsabilità collettiva.

Dopo la morte di Andrea Cricca, venticinque anni appena, ho sentito arrivare la poesia prima ancora delle parole.

Non come scelta, ma come urgenza.

Quando una vita così giovane viene spezzata sul lavoro, il tempo si frantuma: resta un prima pieno di possibilità e un dopo che non riesce più a ricomporsi.

La poesia è nata così, nel silenzio che segue le notizie improvvise, quando le parole della cronaca non bastano più.

Ho pensato a sua madre, ai colleghi che lo hanno trovato, a quella normalità quotidiana che si è trasformata in tragedia.

Scrivere è stato un gesto di accompagnamento, nel senso più profondo: stare accanto a una morte traumatica senza pretendere di spiegarla, ma riconoscendola. Ancora una volta ho scelto di nominare, perché credo che il nome sia l’ultimo argine contro l’oblio”.

Emozioni, lacrime e silenzio assoluto!

Non ho nulla da aggiungere, carissima Yuleisy Cruz Lezcano…

Vincenzo Fiore

Previous articleLa mia prima sigaretta? Alla menta
Next articleChi sarà la prossima? Basta!!!
Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here