Chi sarà la prossima? Basta!!!

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Non passa giorno senza che una donna venga spenta, strappata alla sua vita, alla sua casa, ai suoi sogni.
Ogni mattina ci svegliamo con un nome nuovo da ricordare e una ferita vecchia che non smette di pulsare.
È come vivere in un lutto continuo, un dolore che non ha il tempo di guarire perché un altro lo sostituisce subito.
C’è un momento, ogni volta che leggiamo l’ennesima notizia, in cui il cuore si ferma.
Un nome.
Un volto.
Una storia che si spezza.
E subito dopo, un pensiero che fa male: poteva essere una di noi.
Una sorella.
Una figlia.
Una collega.
Una donna qualunque, in un giorno qualunque, nella sua vita qualunque.
È questo che lacera: la normalità con cui la violenza entra nelle nostre case, nelle nostre relazioni, nelle nostre giornate. La normalità con cui ci abituiamo a convivere con la paura. Non è una guerra, ma a volte sembra di viverci dentro
Non ci sono trincee, non ci sono divise.
Eppure ci sono cadute.
Ci sono vittime.
Ci sono donne che non torneranno più.
La chiamano “emergenza”, ma l’emergenza è qualcosa che arriva all’improvviso.
Questa, invece, è una ferita che pulsa da anni.
Una ferita che abbiamo imparato a nascondere sotto strati di abitudini:
il messaggio “scrivimi quando arrivi”;
le chiavi strette tra le dita quando camminiamo sole;
Il passo accelerato;
il sorriso forzato per non “provocare”;
la voce che si abbassa, la schiena che si curva, la libertà che si restringe.
Non è vita.
È resistenza.
“Ci stanno uccidendo tutte” non è un’esagerazione: è un grido.
È il grido di chi non vuole più leggere nomi, ma vuole leggere cambiamenti.
È il grido di chi non vuole più sentirsi dire “era geloso”, “era un raptus”, “era un bravo ragazzo”.
È il grido di chi non vuole più essere trasformata in un titolo di giornale.
Ogni donna che cade lascia un vuoto che non si riempie.
Lascia una domanda che brucia: quante ancora?
Non vogliamo una guerra: vogliamo vivere
Non chiediamo vendetta.
Non chiediamo privilegi.
Chiediamo di poter respirare senza paura.
Chiediamo che la nostra libertà non sia un rischio.
Chiediamo che la nostra voce non venga zittita, che il nostro corpo non venga controllato, che la nostra vita non venga trattata come un oggetto da possedere. Chiediamo che gli uomini che non fanno del male parlino, si espongano, rompano il silenzio.
Perché il silenzio è il terreno su cui la violenza cresce.  La rivoluzione comincia da qui: dal dire basta con tutto il fiato che abbiamo.
Basta normalizzare.
Basta minimizzare.
Basta aspettare la prossima vittima.
Ogni donna che vive libera è un atto di resistenza.
Ogni donna che dice “no” è un atto politico.
Ogni donna che sopravvive è un atto di coraggio.
E ogni donna che non c’è più è un monito che non possiamo ignorare.
Non vogliamo combattere.
Vogliamo esistere.
Vogliamo restare vive.

Angela Amendola

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