La mia prima sigaretta? Alla menta

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✍️ La mia prima sigaretta era alla menta

La campanella non era ancora suonata, ma la scuola già respirava quel miscuglio di umidità, gesso e foglie marce che solo le mattine d’autunno del ’78 sapevano creare. Il cielo era un grigio metallico, e sembrava schiacciarsi sui tetti del quartiere.
Le sei amiche arrivarono una alla volta, come sempre.
Non c’erano messaggi all’epoca per coordinarsi, solo l’abitudine, la certezza che a quell’ora, davanti la scuola, si sarebbero trovate tutte.
Elvira arrivò per prima, con il suo cappotto troppo grande ereditato dalla sorella .
Poi Sara, con i capelli lunghi raccolti in una coda alta che oscillava come un metronomo. Francesca che portava sempre un libro sotto il braccio.
Rosetta, la più decisa, quella che parlava poco ma osservava molto.
Isabella, che si mordeva il labbro ogni volta che era nervosa.
E infine Giusy, la più piccola, con un entusiasmo che sembrava non conoscere freni.
Quella mattina, però, c’era qualcosa di diverso.
Un’energia sospesa, un misto di eccitazione e timore.
«Allora… quanto abbiamo?» chiese Elvira, tirando fuori dalla tasca un mucchietto di lire di metallo.
Le altre fecero lo stesso.
Banconote da cento, da duecento, qualche moneta da cinquanta lire che tintinnava come una promessa.
«Sembra il bottino di un salvadanaio rotto» rise Sara.
«Basta che sia abbastanza» disse Giusy, con un’aria quasi solenne.
Era buffo pensare che quelle monete quasi potessero aprire la porta a un gesto che per loro aveva il sapore del proibito.
Il tabacchino all’angolo apriva sempre alle sette e dieci.
Il signor Francesco baffi folti e camicia sempre sbottonata di un bottone di troppo, non era tipo da fare domande. Non perché fosse complice, ma perché sembrava vivere in un mondo dove i ragazzi erano solo rumore di fondo. Entrarono in due: Elvira e Francesca.
Le altre rimasero fuori, fingendo di guardare la vetrina. Dentro, l’odore era un miscuglio di carta, inchiostro e tabacco.
Un odore che, per chi era giovane, aveva qualcosa di misterioso.
«Un pacchetto di… quelle alla menta» disse Elvira, con una voce che voleva essere ferma ma tremava appena.
Il signor Francesco annuì, prese il pacchetto di sigarette alla menta e lo appoggiò sul bancone.
Le lire scivolarono via dalle mani delle ragazze come se avessero fretta di sparire.
Quando uscirono, le altre trattennero il fiato.
Il pacchetto era lì, reale, pesante di significato.
Tornarono dietro il giardino, il loro rifugio.
Il muro era umido, la vernice scrostata, e una pozzanghera rifletteva un pezzo di cielo grigio.
Elvira prese il pacchetto.
Lo guardò come si guarda un oggetto sacro.
«Siamo sicure?» chiese Francesca, anche se sapeva già la risposta.
«Non è per fare le grandi» disse Rosetta, con una maturità improvvisa. «È solo… per capire.»
Era quello il punto.
Capire cosa significasse crescere.
Capire perché gli adulti sembravano sempre così complicati.
Capire se quel gesto avrebbe cambiato qualcosa o se sarebbe rimasto solo un ricordo da ridere anni dopo.
Non descriverò il gesto in sé, ma tutto ciò che lo circondò:
le mani che tremavano,
le risate soffocate,
gli sguardi complici,
la sensazione di essere sul bordo di qualcosa di nuovo.
Non durò molto.
Non fu affatto come se lo aspettavano.
Tossirono, si guardarono, e scoppiarono a ridere così forte che un piccione spaventato volò via dal tetto della casa difronte.
«Siamo delle sceme» disse Sara, asciugandosi gli occhi dal troppo ridere.
«Siamo noi» rispose Isabella, con un sorriso che diceva tutto.
E in quel momento capirono che non era il gesto proibito a rendere speciale quella mattina.
Era loro sei.
Il loro cerchio imperfetto.
Il loro modo di affrontare il mondo insieme, inciampando, ridendo, crescendo.
Quando la campanella suonò, si incamminarono verso l’ingresso.
Il cielo era ancora grigio, ma sembrava meno pesante.
«Non so se siamo diventate grandi» disse Elvira, «ma qualcosa è cambiato.»
Aveva ragione.
Non era la sigaretta.
Era il momento.
Era l’amicizia che, come un profumo di menta nell’aria fredda, rimaneva anche quando tutto il resto svaniva. Ci furono altri pacchetti di sigarette comprati con la colletta mattutina o sigarette sottratte ai papà dal pacchetto convinte non se ne accorgessero. Dopo tanti anni ci dissero che lo sapevano eccome, e proprio per questo in giro non ne lasciavano più. Qualcuna continuò col vizio del fumo, alcune smisero ma ciò che non finì è la nostra amicizia.
Angela Amendola

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