Cara me,
è così ardua la ricerca della felicità, tanto complessa e distante dall’ordinario da sembrare addirittura utopica.
Perseguire l’inarrivabile suscita un gran timore di fallimento e agghindarsi in maniera buffa con del coraggio circostanziale non aiuta a sperare in eventuali esiti positivi.
È più razionale tendere alla tua serenità, a quella sensazione di beata pace dell’animo che tanto persegui da quando respiri.
Ma spesso disdegni tutto quello che troppo ha a fare con la mente e con i suoi dettami oltremodo severi, e ti lasci irreparabilmente coinvolgere dalle sregolate e folli acrobazie dell’istinto incosciente.
E allora ti dimeni all’interno dei tuoi spazi angusti, sgomiti perché non ce la fai ad esalar sospiri, domandi a te stessa se, in ultima istanza , valga la pena rinunciare a quei sogni insensati che per fortuna ti tengono in vita.
Non ambire alla rimozione di questa strana e maldestra inquietudine: tu non cambierai mai.
Si viene al mondo con un graffio congenito, con uno di quei tagli che ti porterai dietro come accade con gli occhi, con le mani, con la tua voce.
Se non avessi questa particolare e desueta “conformazione cardiaca” saresti morta già da un pezzo.
Sono quelle scatenate e prepotenti aritmie che animano la tua intima essenza, sono le molteplici e singolari percezioni della realtà che ti rendono differente.
Soffri di una bellissima patologia che si chiama sensibilità.
Ti aspetti quello che parecchia gente non sarà mai in grado di offrirti, ovvero l’analoga lealtà che amabilmente dimostri e che purtroppo , di rado, ti viene resa in cambio.
No, cara me, ciò non implica che tu sia perfetta.
Hai errato molto spesso come capita a chiunque , hai tradito affetti ed aspettative, sei stata preda dei tuoi detestabili deliri d’onnipotenza, hai riversato un eccessivo livore sugli artefici delle grevi ed asperrime delusioni, ti sei discostata dal perdono.
Ma sei tornata ad amare, hai rattoppato piccoli squarci di legami, ti sei affidata alla ligia e corretta dimensione del rimedio sebbene, ancora una volta ed impietosamente, tu abbia dimenticato di perdonare te stessa.
Sei una spiga di grano in mezzo a molte altre, ondeggi in preda al vento dell’instabilita’, discorri con le frivole margherite che son cresciute nel tuo stesso campo e ti rammarichi perché loro, un po’ per colpa della natura e un po’ per via della superficialità , non hanno le caratteristiche per fare il pane.
Cara me, ti conosco da quella lontana e fredda sera di novembre, era un giovedì, non te ne puoi ricordare.
Fu in quell’occasione che respirasti per la prima volta, e quel respiro sancì definitivamente la tua altalenante relazione con la vita.
Credi che l’insorgenza di questa inspiegabile sensazione di precarietà sia attribuibile alle margherite?
Chi può dirlo.
Loro si smarriscono troppo spesso in vane e fallaci elucubrazioni del pensiero che le inducono ad emettere molte sentenze fallaci.
E se tu, malgrado quell’incorreggibile tendenza alle emozioni estreme, evitassi di prestare un’eccessiva attenzione all’immeritevole?
Ti salveresti.
Non continuare ad oltranza a focalizzarti sull’insulso.
Pensa solo a fare il pane.
Maria Cristina Adragna
Molto bello. Si percepisce uno spiccato talento. I blog hanno bisogno di gente che sappia scrivere in questo modo. Complimenti
Carlo, lei è molto gentile. La ringrazio per l’attenzione