Femminicidi in Italia: la Strage che non fa notizia
Mentre gridiamo “libertà” per popoli lontani, ignoriamo le donne che muoiono ogni giorno nel nostro Paese.
Ogni volta che una donna viene uccisa in Italia, il copione è sempre lo stesso: un trafiletto sui giornali, qualche post indignato, i talk televisivi e poi il silenzio. Nessuna marcia nazionale. Nessuna prima pagina. Nessun minuto di silenzio in Parlamento. Eppure, siamo di fronte a una vera e propria emergenza.
L’Italia ha un problema. Ma preferisce guardare altrove.
Ci indigniamo per la Palestina, per l’Ucraina, per ogni ingiustizia nel mondo. E va bene.
Ma indignarsi selettivamente è comodo. È facile sventolare una bandiera. È più difficile guardare in faccia la violenza che ci abita.
Quella che si consuma nei salotti, nei corridoi dei tribunali, nei silenzi delle istituzioni.
Ogni volta che giustifichiamo, minimizziamo, ignoriamo, stiamo contribuendo. Ogni volta che diciamo “era un bravo ragazzo”, “lei lo aveva lasciato”, “forse lo provocava”, stiamo mettendo un altro mattone nel muro dell’omertà.
E quel muro è macchiato di sangue. Non possiamo più permetterci di trattare i femminicidi come notizie di cronaca nera. Sono atti politici. Sono il sintomo di una cultura che odia le donne. Che le vuole sottomesse, silenziose, disponibili.
E quando non lo sono, le punisce. Se davvero vogliamo parlare di emergenze, iniziamo da qui. Perché finché una donna verrà uccisa per il solo fatto di essere donna, nessuno di noi sarà al sicuro.
Basta. Basta davvero.
Ogni donna uccisa è un grido che non abbiamo ascoltato, un allarme ignorato, una vita strappata con ferocia. E la rabbia monta, perché non è più possibile parlare di “casi isolati”, di “raptus”, di “amori malati”. Non è amore, è dominio.
È possesso.
È cultura patriarcale che ancora oggi giustifica, minimizza, normalizza la violenza.
Negli ultimi mesi, i femminicidi si sono susseguiti con una frequenza insopportabile. Donne uccise in casa, per strada, davanti ai figli, dopo denunce inascoltate, dopo richieste d’aiuto rimaste nel vuoto. E ogni volta ci indigniamo, piangiamo, promettiamo cambiamenti.
Ma poi? Poi tutto si spegne, fino alla prossima vittima.
La rabbia è per ogni “te la sei cercata”, “l’amava in modo esagerato”, per ogni silenzio complice. È per le istituzioni che non proteggono abbastanza, per una giustizia lenta, per una società che ancora educa alla sottomissione invece che al rispetto.
Questa rabbia non deve bruciare invano.
Deve diventare voce, lotta, rivoluzione culturale. Perché nessuna donna debba più morire per mano di chi diceva di amarla. Perché la paura non sia più la compagna silenziosa di troppe vite.
Non un’altra. Mai più.
Angela Amendola







