La storia non è “magistra” di nulla che ci riguardi

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<< La Storia >> scriveva Montale <<non è magistra di nulla che ci riguardi>>

Nella poesia La storia, il poeta usa due figure retoriche: la litote che consiste nel dire una cosa negando il suo contrario e l’anafora che è la ripetizione della stessa parola all’inizio di versi successivi.

L’uso di queste forme serve per demolire le cosiddette “teorie della storia” che avevano cercato di ricostruire una sequenza temporale che Montale non riconosce; non crede inoltre che la storia punisca i malvagi per premiare i buoni, non rispetta le regole che l’uomo impone, quindi la Provvidenza non esiste e soprattutto, come ho scritto all’inizio, la storia non insegna nulla. Questa prima parte può per le sue caratteristiche definirsi destruens.

La storia, però, ha anche qualche aspetto positivo infatti lascia che qualche uomo le sfugga di mano. Per Montale, è una fortuna l’anonimato, il non essere citato in libri e documenti. Spesso la storia che è una rete a strascico, trascina con sé anche chi vorrebbe non esserci e i pochi che le sfuggono, vengono disprezzati da coloro che, dall’interno della rete li considerano “nessuno”, persone che passeranno senza lasciare traccia di sé nel mondo.

Soprattutto oggi, nella società bisogna emergere, apparire, far sì che si parli di sé, anche quando non è il caso. È meglio essere riservati, nascondersi, non entrare nella storia visto che la storia non ha significato per l’uomo che con essa non può né interagire né lottare. Di ciò Montale non si compiace ma pensa che l’essere della storia non possa essere cambiato <<Accorgersene non serve / a farla più vera e più giusta>>. Il poeta oscilla tra il nihilismo della prima parte e uno spazio che sembra aprirsi in questa seconda parte che potremmo definire costruens.

La polemica di Montale è probabilmente rivolta allo storicismo crociano ma credo possa essere estesa ad ogni forma di storicismo che nella storia del pensiero ha avuto caratteri comuni e diversi.

La prima teoria sulla storia è quella di Agostino che immaginò un cammino dell’umanità verso la città celeste, la città di Dio.

Molti secoli dopo, Hegel formulò uno storicismo tendente al trionfo della ragione assoluta, e Marx immaginò un’epopea vittoriosa del proletariato.

La forma di riflessione sulla storia che mi torna in mente in questi giorni è, per vari motivi, quella di Giovambattista Vico (1668 – 1744), filosofo napoletano che visse in isolamento la sua attività di studioso per non aver aderito ad alcuni temi centrali della cultura del suo tempo, soprattutto gli studi scientifici da lui considerati incapaci di comprendere ciò che lo interessava di più: il mondo dell’uomo. Nel ‘900 fu studiato e rivalutato da Benedetto Croce che lo fece conoscere ad un pubblico più vasto.

Indagando il mondo dell’uomo, Vico incontra nella storiografia tradizionale due principi interpretativi devianti che egli chiama << la boria delle nazioni>> e << la boria dei dotti>>.

La << boria delle nazioni >> consiste nell’interpretare come gloriosa la storia della propria nazione e nel cercare nel passato ogni fatto che possa confermare tale pregiudizio derivato dalle credenze, dai valori e dalle norme che appartengono e guidano chi ricerca e interpreta i fatti.

La << boria dei dotti >> consiste nella interpretazione dei fatti secondo modi di pensare che appartengono a società molto posteriori a quelle che l’hanno prodotta. È questo un “anacronismo concettuale” prodotto da scarso senso del condizionamento storico, sia dall’esaltazione della ragione che ritiene di dover operare in ogni epoca storica allo stesso modo.

Per fare un esempio ricorre ai greci di cui si lodava <<l’incomparabile saggezza degli antichi >>. Per Vico la saggezza di oggi non è come quella di ieri e i termini hanno significati diversi. La parola popolo degli antichi designava i soli patrizi e il regno non era altro che tirannide.

Per i limiti che ritrova nella storiografia tradizionale decide di scrivere Scienza Nuova, un’opera in cui fisserà i principi per una corretta analisi storica; la scienza nuova per Vico è proprio la storia.

Filologia, cioè ricerca dei fatti e filosofia, cioè ricerca del vero sono i due principi che possono delineare la <<storia ideale eterna>> su cui nel tempo corrono le storie delle nazioni. Protagonista della storia è l’uomo:

<< In tal notte di tenebre ond’è coverta la prima da noi lontanissima antichità apparisce questo lume eterno, che non tramonta, questa verità la quale non si può a patto alcuno chiamar in dubbio: che questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritrovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana >>.

Nel libro, Vico affronta molti aspetti dello studio della storia e indica tre momenti attraverso i quali si va tracciando: età degli dei, età degli eroi, età degli uomini.

Nell’età degli dei, gli uomini sono bestioni stupidi e insensati, predomina il senso senza ragione, è un’età infantile in cui non si è capaci di riflettere e in questa età nasce la teologia poetica, i fulmini sono ritenuti cenni di Giove, padre degli uomini e degli dei.

Nell’età degli eroi non dominano più i sensi ma la fantasia. Si formano le prime tribù che riconoscono l’autorità dei capi, nasce il diritto ma gli uomini sono ancora rozzi e feroci, amano ancora la violenza il sangue.

Nell’età degli uomini domina la ragione e si lotta per entrare negli ordini civili delle città. Le leggi sono dettate dalla ragione e si conosce un progressivo miglioramento nelle istituzioni sociali, civili e religiose.

Gli uomini comunicano tra loro, importante in questo contesto è il linguaggio che non è, per Vico, arbitrario. Esso si è formato lentamente sotto la spinta di bisogni da risolvere e quindi è un modo privilegiato per esplorare il mondo dei primitivi e poi di ogni età della storia.

Per Vico, la storia si potrebbe ripetere e questo accade quando l’uso della ragione fa cadere nella astrattezza, nell’inaridimento del sapere; quando si perde un vero rapporto con il passato, con ciò che nutre la vita e il pensiero e i progetti per il futuro diventano egoistici e presuntuosi. Si cade quindi in una nuova barbarie che non fa ritornare alla primitiva età degli dei ma fa retrocedere i progressi compiuti, si imbarbariscono menti e comportamenti.

È forse proprio questo aspetto che mi ritorna in mente guardando le città dell’Ucraina distrutte senza una comprensibile ragione se non la boria di una nazione che ha visto nel suo passato una grandezza e uno splendore che vorrebbe ritrovare, non pensa invece che troverà l’odio delle popolazioni e città rase al suolo da ricostruire. È una nuova barbarie che si ripresenta e mostra l’uomo nella sua veste peggiore.

Per non dire di ciò che succede in Italia dove un gruppo di poche persone può mandare all’aria progetti, leggi, iniziative, riforme per interessi sicuramente egoistici, dimenticando che la politica deve essere al servizio dei cittadini e non di una parte.

È estate, non ce ne accorgeremmo nemmeno se non ci fosse tanto caldo a ricordarcelo. Beati quelli che riescono a pensare alla tintarella, ai selfie, al mare e ad amenità varie! C’è chi non riesce a dimenticare un’umanità sofferente che chiede aiuto e questo dovrebbe riguardare tutti.

Concludo con le parole di Vico:

<< Gli uomini prima sentono il necessario, di poi badano all’utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze. La natura dei popoli prima è cruda, di poi severa, quindi benigna, appresso dilicata, finalmente dissoluta >>.

Gabriella Colistra

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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