Genie (Arcadia, 18 aprile 1957) è lo pseudonimo di una donna che fino all’età di tredici anni rimase imprigionata nella sua stanza senza alcun contatto con l’ambiente esterno.

È una delle bambine selvagge più famose, il suo caso è stato utilizzato per verificare l’ipotesi del periodo critico. “Genie” è il soprannome dato alla ragazza dai medici e dai terapisti che si sono prese cura di lei.

Genie è l’ultimogenita di quattro figli.

Dall’età di 20 mesi fu costretta dal padre a vivere in una stanza buia senza alcuna possibilità di movimento, perché tenuta legata con una camicia di forza.

Nessuno interagiva con lei, né il padre che peraltro la picchiava costantemente, né col fratello che era stato “istruito” dal padre sul modo di approcciarsi alla sorella.

La madre, ipovedente e in un’evidente stato di minoranza non si era accorta di questa situazione finché, nel 1970, quando la piccola Genie aveva poco più di 13 anni, denunciò tutto alle autorità competenti.

Il padre si suicidò lo stesso giorno in cui avrebbe dovuto presentarsi in tribunale.

Lasciò un biglietto con su scritto “Il mondo non capirà mai”.

La bambina passò da una clinica all’altra, diverse famiglie la adottarono ma non imparò mai a parlare.

Utilizzava il linguaggio dei gesti e riuscì ad accennare qualche sorriso.

Oggi, a 63 anni, Genie, pseudonimo di Susan Wiley, vive in una struttura che ospita persone affette da patologie psichiche gravi, nel Sud della California.

Questa credo sia una delle tante storie di maltrattamento delle donne, una delle più aberranti legate ad una condizione di ignoranza, degrado sociale e mentale di una famiglia assoggettata al potere di un uomo senza scrupoli.

A 13 anni la piccola Genie pesava soltanto 26 kg, le erano stati rubati l’infanzia, il sorriso (lei non sapeva ridere) la dignità, la vita.

Genie praticamente “morì” appena venne al mondo.

Federica Rainaldi

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