L’Epifania tutte le feste si porta via. Così recita il detto che tutti conosciamo ma per molti, le feste sono già finite da qualche giorno, per la precisione, subito dopo Capodanno.
Li avete visti gli occhi delle mamme calabresi, senza nulla togliere alle mamme pugliesi, siciliane, lucane, campane? Lo avete mai visto quel dolore malcelato nello sguardo, mentre si asciugano dignitosamente gli occhi? La gioia, l’emozione dell’attesa, il struggente desiderio di riabbracciare i figli e i nipoti, quei nipoti vissuti a goccia a goccia, diventa questo: lo strappo di un saluto!
E cosa dire delle case dei nonni ormai disabitate? Lasciate in eredità a quei figli che, ad andar bene, le vivranno solo una volta all’anno? Da quelle finestre dai vetri rotti e le tende strappate, spesso si vede l’abbandono più totale e non appaiono più volti affacciati e non escono più gli odori buoni della cucina semplice di casa.
I paesi si svuotano, nulla possono contro la morte e l’emigrazione. Sono sparite le donne sedute davanti alla porta di casa, a chiacchierare e ricamare.
I piccoli centri sono quelli che risentono di più di questa piaga che è l’emigrazione!
Fino a qualche anno fa, un rumore di passi non incuteva timore perché si trattava sicuramente di un compaesano, ben conosciuto. Adesso il rumore di passi, non si sente più. I paesi sono avvolti dal silenzio più assordante che possa esistere. Il silenzio poggia pesantemente su chi ha deciso di restare, a chi ha deciso caparbiamente di non abbandonare la propria terra, per cercare fortuna altrove.
Le piccole attività commerciali erano anche punto di sfogo, un luogo dove raccontare i propri guai, quasi non esistono più, segno che il commercio soffre la mancanza di acquirenti.
La distruzione del tessuto sociale ha minato seriamente le relazioni che tenevano in vita gli eventi, le nostre tradizioni, i legami familiari. Resta solo il vuoto, dentro e fuori!
Se non si pensa di poter cambiare le cose, non si arriva da nessuna parte, la rassegnazione dovrebbe diventare speranza. E voglia di lottare! Alla Calabria non mancherebbe niente per emergere ma stranamente, finisce sempre più in basso.
I muri, invece di diventare prigioni, bisognerebbe abbatterli, non lasciare ai pochi il potere di decidere del nostro futuro. Dobbiamo avere il diritto di decidere se restare o partire e non l’obbligo per ottenere cure, uno stipendio, il benessere. Non abbiamo strade, e quelle che ci sono, spesso ci rubano la vita, non abbiamo treni superveloci. Abbiamo un paesaggio da sogno, è vero, ma con quello non si mangia e ci si può permettere un tetto sulla testa. Tocca a noi decidere!
Anch’io sono stata un’emigrata ma ho barattato i servizi e la sicurezza, con la mia voglia di cambiare le cose.
Io ho deciso di tornare e di restare!






