La Calabria che grida

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La Calabria che grida, per quanto tace. Nera, così nera, che anche i pidocchi parlano! Mi guardo le unghie laccate e mi vengono in mente le unghie sporche e non curate delle contadine curve a lavorare una terra avara.

E poi il mio pensiero corre alle brigantesse di Calabria, quelle donne forti come le rocce. Abituate a tutto. Una in particolare attira la mia attenzione:

“Sono giovane e sono bella, i giovanotti mi guardano ma nessuno osa avvicinarsi perché i miei fratelli sono intorno a me, come guardiani. Uno che mi piace in realtà c’è. Mi fa battere il cuore ma deve essere lui a fare il primo passo, come vuole la tradizione. Ho saputo da alcune voci che si chiama Pietro Monaco. Ci scambiamo sguardi languidi e sfuggenti, perché bisogna salvare le apparenze. Una notte si sente uno strano rumore davanti alla porta di casa e nessuno esce per controllare. La paura dei bersaglieri è tanta e allora, qualsiasi cosa accada, fingiamo di non vedere e non sentire. Al mattino seguente, mio padre si veste per andare a lavorare nei campi, è ancora l’alba. Apre la porta con prudenza e sorpresa, trova sull’ingresso “u zzuccu”. Mio padre non immagina chi possa averlo lasciato ma ha due figlie da maritare e così prende u zuccu e se lo porta in casa. Sposare una figlia, significa avere una bocca in meno da sfamare e liberarsi di una responsabilità. Maritare le femmine, significa anche dare la libertà ai figli maschi di scegliere una giovane e formare a loro volta una famiglia. Mia sorella ed io, ci chiediamo per chi possa essere la richiesta di fidanzamento, in cuor mio, spero che sia per me e che sia Pietro. La curiosità ci prende ma dobbiamo aspettare la sera, per saperne qualcosa. E finalmente, al calar del sole, mio padre torna a casa stanco, sudato come sempre ma con una luce buona nello sguardo. Teresa ed io non stiamo nella pelle per la curiosità ma fingiamo indifferenza con nostro padre, lanciandoci però, sguardi complici tra di noi. Qualcuno bussa alla porta e pare quasi che bussi al nostro cuore. Sappiamo chi sta bussando e quindi non tocca a noi aprire. Lo fa nostro padre e prima di farlo, indossa una maschera da burbero, per far capire al giovane di buone speranze che a casa nostra, c’è poco da scherzare. Invita il giovanotto, arrivato con i genitori al seguito per dimostrare la serietà delle sue intenzioni, ad entrare. Mia sorella ed io sentiamo il parlottare degli uomini ma non so se si tratta di Pietro, non ho mai parlato con lui e non potrei riconoscere la sua voce. Nostro padre smette di parlare, il giovane a quanto pare, non conosce il nome di quella di noi di cui si è invaghito, quindi ci sentiamo chiamare: “Maria, Teresa… veniti ‘cca!” Timorose e con gli occhi bassi, accorriamo alla chiamata. Abbiamo le guance infuocate e il cuore in subbuglio, mentre nostro padre, indicandoci col dito chiede: “A cu voi, a chista o a chista?”

È Pietro, sono certa che indicherà me! Infatti mi guarda, escludendo Teresa che ci rimane male, e dice che è me che vuole. Mio padre accetta e pure io, anche se nessuno ha chiesto il mio parere. Non importa, lui è l’uomo dei miei sogni.

Il rosso dalle guance di Teresa, scompare mentre su di me è diventato un fuoco che brucia fino alle orecchie. Ora c’è la discussione tra i genitori di lui e i miei, la divisione di eventuali spese per le nozze e la dote che ognuno di noi porterà. Io ascolto e taccio, mentre ogni tanto, sfioro con lo sguardo gli occhi di lui. Nella stessa serata si decide anche la data delle nozze.

Arriva il giorno delle nozze e il mio abito, acquistato dallo sposo, è bellissimo. I preparativi fervono e per l’occasione, mio padre, ha ucciso il maiale migliore, perché dice che con gli ospiti bisogna sempre fare bella figura, mai “scumpariri”.

Finalmente, dopo la cerimonia nuziale, siamo marito e moglie e possiamo scambiarci il primo timido bacio. Temo il momento in cui resteremo da soli, nella nostra camera da letto, ma questo fa parte della vita coniugale

Dopo di me, anche mia sorella si sposa e in poco tempo, mette al mondo tre figli, anch’io vorrei diventare madre, ma forse Dio ancora non ha deciso per me. Passa il tempo e si può dire che siamo una coppia felice ma ho qualche sospetto. Noto tra mia sorella e mio marito, degli strani sguardi d’intesa. Ma forse mi sbaglio.

Potrebbe mai mia sorella attentare alla mia felicità coniugale? Fingerò di non essermene accorta e vediamo cosa succede, magari la mia gelosia mi fa vedere cose che non esistono. Nel frattempo, Pietro, decide di arruolarsi con i garibaldini. Io accetto tutto quello che fa, in fondo lui è un uomo, è lui a decidere.  Pietro non ha un buon carattere e ultimamente scatta per un nonnulla, io lascio correre ma i miei sospetti sono sempre più forti, così una sera, decido di affrontarlo.

Lui nega, nega fino alla fine ma io non gli credo. Confido tutto alla mia amica del cuore che dopo tentennamenti, mi dice che tra Teresa e Pietro, c’era una relazione ancora prima del matrimonio. Non so cosa fare, non posso affrontarli, devo pazientare, lui tornerà da me, ne sono certa.

Nel frattempo Pietro decide di disertare e si nasconde tra i monti insieme ai briganti. Pare che lui stesso ne sia il capo, viene a trovarmi solo col favore delle tenebre ogni tanto, ma non mi basta. Qualcuno mi bisbiglia che Pietro, va a trovare spesso mia sorella, si nascondono nel granaio per consumare quel lurido amplesso. Non mi sta bene! Io qui da sola ad aspettarlo e lui se la spassa con Teresa! Devo fare qualcosa.

Così decido di invitare mia sorella a casa mia e quando lei arriva, l’affronto, lei nega ma quel mezzo sorriso sulle sue labbra, conferma tutto.  Così, arrabbiata, accecata dalla gelosia, afferro un coltello e la colpisco, una due, dieci volte. Non conto i colpi, affondo solo la lama in quel corpo che non è più il mio sangue e la mia carne. Lei tenta di difendersi ma la mia furia è più forte. Le mie mani ed il mio viso, sono sporchi di sangue. Le pareti sono piene di schizzi rossi ma non provo nessun rimorso per quella ladra d’amore. Voglio solo che scompaia dalla faccia della terra.

Quando anche l’ultimo anelito di vita svanisce, abbandono quel corpo. Non provo dolore o rimorso, finalmente mi sento libera. La dolce e timida Maria non esiste più, ora sono un’altra donna. Con il sangue di Teresa ancora tra le dita, mi spoglio dei miei abiti, trovo un paio di calzoni, li indosso, una camicia, una cintura dove vi infilo il mio pugnale. Non ho bisogno di altro, salgo in groppa al mio asino e vado a cercare l’uomo mio. Adesso Maria non c’è più, adesso sono solo Ciccilla”.

U zuccu, altro non era se non un tronco d’albero che durante la notte, o al mattino presto, i giovani lasciavano davanti alla porta per manifestare l’intenzione di maritarsi con la signorina che viveva in quella casa. Se il capofamiglia portava dentro il tronco, significava che accettava di incontrare la persona che lo aveva posto. prenderlo a calci e spingerlo oltre l’uscio, significava il contrario e cioè che non aveva intenzione di maritare la figlia. Magari non in quel momento, magari non considerava degno lo sposo, che per vie traverse, spesso si sapeva già chi fosse.

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