Era il sogno di Jole… questo cortometraggio di promozione territoriale “Calabria Terra mia“, scritto e diretto da  Gabriele Muccino che lei considerava il regista dell’amore.
Spero faccia innamorare tutti della Calabria“, queste sono state le  parole di Jole Santelli.

A Muccino, consapevole che lei era “tenacemente innamorata della sua terra“, aveva chiesto “di fare un viaggio d’amore all’interno della regione“.

Lo scopo, creare la voglia di venirci ad esplorarla… per raccontare lo spirito della Calabria… un cortometraggio che deve intrattenere ed emozionare.

Un lungo e caloroso applauso ha accolto il lavoro cinematografico al Festival del Cinema di Roma. Nel posto riservato a Jole c’era un mazzo di rose rosse e bianche.

Ma in questi giorni una pioggia di critiche sono piovute addosso a Muccino e al suo corto, non solo da parte dei calabresi che non lo hanno gradito affatto, accusandolo di soffrire soprattutto di stereotipi.

Mentre sullo sfondo gli agrumeti disposti a filari si presentano quale momento fondamentale di un suggestivo paesaggio bucolico, i due innamorati Raoul Bova e la sua compagna, Rocío Muñoz Morales iniziano il loro viaggio d’amore.

Tra le masserie con le tendine ricamate dove si mangia la soppressata col finocchietto, la trattoria, i vicoli dove passano gli asinelli, la piazzetta dove si incontrano gli anziani per giocare a carte e dove i giovani indossano bretelle e coppola.

La Calabria di Muccino è la terra del bergamotto, del limone, del cedro, dei fichi bianchi, delle arance.

Lunghe ore di sogno con un panorama di meravigliosi scenari incantati“, così Bernard Berenson descriveva la terra di Calabria.

Ma non è solo questo la Calabria.

Allora mi sono messa nei panni del regista ed ho capito che non avrebbe mai potuto descrivere in soli otto minuti la mia terra.

Da dove avrebbe potuto partire, trovandosi dinnanzi ad un territorio così ricco di storia, cultura, tradizioni, bellezze paesaggistiche etc…

Voglio credere che il regista sia stato coinvolto emotivamente dalle parole di Jole “Che meraviglia la mia Calabria, la sua luce, i suoi colori, la sua gente“.

E che, quindi, si sia lasciato ammaliare dai colori della nostra terra e ne sia rimasto affascinato. È vero, la Calabria è ricca di profumi e di colori.

Ma Muccino, sentendosi attaccato e replicando che le sue scelte sono state dettate dal desiderio di Jole che non voleva una cartolina della Calabria e neppure un documentario, ha difeso l’asinello e la coppola.

Ma come la mettiamo con il congiuntivo sbagliato e altri svarioni grammaticali, con l’inflessione dialettale promiscua?

E poi, come avrà fatto a dimenticare la ‘nduja di Spilinga, il peperoncino, il tonno di Pizzo, la cipolla rossa di Tropea, la merendella, l’uva sultanina, il pecorino del Monto Poro e chissà quante altre cose?

Ecco, mi sto rendendo conto che è davvero impossibile elencare le bellezze enogastronomiche, agricole e culturali di questa regione.

Forse, se il regista avesse esordito dicendo che la Calabria è il cuore della Magna Grecia, avrebbe salvato “asini e agrumi”.

Ma a gettare acqua sul fuoco ci ha pensato il mare…

E poi c’è lui, il mare. Il suono lontano della storia che lo ha attraversato. Questo mare lo sentiamo nostro perché è stato nostro da sempre. iamo ali, siamo il mare, siamo il sole, siamo la vita che ci fa sentire bene“.

Già, il mare… non un mare qualsiasi, ma le acque divine della Costa degli Dei, quel Vaticinium (Capo Vaticano) verso cui si diresse Ulisse quando riuscì a sfuggire ai mostri Scilla e Cariddi, perché voleva interrogare l’indovina Manto che prevedeva il futuro dallo scoglio di Mantineo.

È mito e leggenda, la Calabria.

E non si poteva nel modo più assoluto non menzionare l’emozione che si prova dentro,  quando si ammirano i tramonti da tante affacciate sul mare di Tropea, la perla del Tirreno, per seguire con lo sguardo il sole che bacia l’orizzonte.


È poesia, la Calabria.
Dulcis in fundo, la colonna sonora del compositore Paolo Buonvino che ha contribuito a creare un ponte tra la natura e il cuore, in un’atmosfera romantica, sognante.
Per me Calabria significa categoria morale, prima che espressione geografica. Calabrese, nella sua miglior accezione metaforica, vuol dire Rupe, cioè carattere. È la torre che non crolla giammai la cima pel soffiar dei venti“.


Faccio tesoro delle parole di Leonida Rèpaci, grande scrittore calabrese, da me molto amato, per concludere la mia passeggiata nel cuore pulsante del Mediterraneo.

Forse l’immagine più bella della Calabria la scopriamo quando ci soffermiamo non solo sulle ricchezze paesaggistiche, culturali, storiche, bensì soprattutto sul grande patrimonio umano, quello che alberga nel cuore dei suoi figli: empatia, solarità, cordialità, quell’abbraccio accogliente e solidale, dalle infinite sfumature, quella genuinità, schiettezza e sincerità di sentimenti.

Ritengo, quindi, che il sogno di Jole si sia realizzato.

Piera Messinese

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