Il mistero di Fara Sabina

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C’è un mistero da più di 400 anni, in un monastero, quello delle Clarisse di Fara Sabina, è lì che si trovano 17 monache i cui corpi sono stati rinvenuti intatti a distanza di secoli.

Tutta la zona viene definita Valle Santa, perché San Francesco d’Assisi vi soggiornò più volte.

Il mistero delle monache mummificate inizia nel 1806 dopo la promulgazione dell’editto napoleonico di Saint Cloud, esteso nel Regno d’Italia.

Con questo editto si stabilì che le sepolture dovevano avvenire fuori dalle mura cittadine, in luoghi ventilati e soleggiati.

Anche perché, secondo gli studi medici dell’epoca, le tombe all’interno della città provocavano epidemie.

Si stabiliva inoltre che tutte le tombe e le lapidi dovevano essere uguali, per evitare discriminazioni tra le salme.

Per le persone illustri c’era una commissione di magistrati, che decideva le frasi da scrivere sulle lapidi.

Seguendo l’editto di Saint Cloud, le Clarisse di Fara Sabina si videro costrette a disseppellire i corpi delle consorelle dal loro cimitero privato e a trasferirli fuori città.

Fu allora che, con grande sorpresa, si trovarono di fronte a 17 corpi intatti, con parti muscolari integre.

Decisero di non consegnare quei corpi al cimitero fuori dal paese e di custodirli all’interno di una parete del monastero dove rimasero per oltre due secoli.

Alla fine della seconda guerra mondiale, una parte del monastero venne bombardata dagli americani.

Negli anni ’70 iniziò la ricostruzione.

Durante i lavori riapparvero dalla muratura i 17 corpi delle monache, ancora “intatti”, con la cartilagine sopra gli occhi, uno con la lingua, ciascuno con organi molli presenti.

I tecnici specialisti attestarono che non vi fosse alcuna traccia di sostanze chimiche usate per imbalsamare.

Le monache decisero di far esaminare quei corpi con il Carbonio 14 che stabilì risalissero alla metà del 1600… proprio agli anni della fondazione del monastero.

17 era il numero delle prime monache che vi entrarono.

Quindi, con ogni probabilità, quei corpi erano proprio quelli delle prime Clarisse di Fara in Sabina.

Le monache rivestirono quei corpi con l’abito dell’ordine e rimasero stupefatte quando, mentre spostavano gli arti, si accorgevano che essi rimanevano attaccati al resto del corpo; ciò era possibile solo se all’interno vi fossero ancora legamenti e muscoli.

Collocarono le monache dietro un vetro in una stanza del convento. La scienza sostiene che questa conservazione collettiva sia inspiegabile.

Le monache sostengono si tratti di un miracolo. Forse lo è…

Mistero è anche quello che si trova nella città di Urbania, chiamata così in onore di Papa Urbano VIII.

Sempre per l’editto di Napoleone, iniziò una lunga operazione di trasferimento di tutti i corpi in fosse comuni, di chiese e cappelle private situate all’interno delle mura della città.

All’epoca a occuparsi gratuitamente del trasporto dei defunti era la Confraternita della buona morte, un gruppo di devoti a san Giovanni Decollato che era stato fondato nel 1567 dal sacerdote Giulio Timotei.

Oltre al trasporto dei corpi, la confraternita offriva diversi altri servizi, come l’assistenza ai malati e ai condannati o la compilazione dei registri di morte.

Uno dei cimiteri che andava “trasferito” era quello del convento di San Francesco, che si trovava in un piccolo appezzamento di terra nei pressi del centro storico, vicino a quella che allora era la cappella Cola.

Un giorno, durante la riesumazione di alcuni corpi da una fossa comune del piccolo cimitero, i confratelli furono colpiti da un’incredibile scoperta: all’interno della fossa c’erano diversi cadaveri che apparivano in perfetto stato di conservazione.

La pelle era praticamente intatta, così come i tendini, i vasi sanguigni e in alcuni casi gli organi interni e i genitali.

Stando ai registri di morte, i corpi appartenevano a persone decedute tra il XVI e il XVIII secolo e, dopo oltre duecento anni, sarebbero dovuti essere ridotti a un mucchio di ossa.

Il rinvenimento attirò in particolare l’attenzione del priore della confraternita Vincenzo Piccini, che faceva il chimico ed era il farmacista della città.

In quegli anni le conoscenze biologiche erano molto limitate e Piccini si convinse che qualcuno doveva aver prodotto un unguento in grado di essiccare i corpi e impedirne la decomposizione.

La convinzione del priore sulle cause della mummificazione si rivelò sbagliata, oggi nella chiesa dei Morti si trovano esposti diciotto corpi, di cui quindici sono ben conservati mentre tre, quelli della famiglia Piccini, sono poco più che scheletri.

La mummificazione dei quindici corpi era in realtà avvenuta in maniera naturale.

Per moltissimi anni si è ritenuto che il responsabile della mummificazione fosse un fungo, una muffa, che sarebbe stata in grado di disidratare rapidamente i corpi ed evitarne la decomposizione.

La teoria della muffa, spesso associata anche ad altri casi di mummie naturali è stata però smentita dai più recenti studi, perché la causa della mummificazione si trova in una combinazione di fattori climatici e ambientali.

Gli studi, insieme ai controlli sui registri di morte e all’osservazione diretta sui corpi, offrono una descrizione di come quelle persone siano vissute e di come siano morte.

Alcuni corpi portano i segni di malattie, come il ragazzo affetto dalla sindrome di Down.

Altri testimoniano una morte violenta.

Angela Amendola

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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