L’infibulazione è un tentativo di conferire alle donne
uno status di inferiorità, marchiandole con un segno
che le svaluta ed è un continuo ricordar loro che sono
solo donne, inferiori agli uomini, che non hanno alcun
diritto sui propri corpi o ad una realizzazione
fisica o della persona“.
Thomas Sankara

Fiore del deserto” è il film che manderà in onda stasera Canale 5.

Film tratto da un libro biografia di Waris Dirie modella famosa negli anni ’90.

È una testimonianza straordinaria quella di Waris Dirie.

La sua vita piena momenti dolorosi ma anche di successi, l’ha portata dai deserti africani al mondo delle top model.

E il film racconta la sua vita.

È nata in un villaggio della Somalia, e nessuno, nella sua famiglia annotò la data al momento della nascita.

Quando aveva all’incirca cinque anni, suo padre decise che era giunto il tempo di infibularla.

E aveva appena tredici anni quando suo padre la vendette per cinque cammelli a un uomo di sessant’anni.

Ma Waris non accettò quel destino, fuggì da una zia a Mogadiscio e poi a Londra, nella residenza di uno zio ambasciatore, come cameriera a lavorare.

Quando lo zio tornò in Somalia, decise di restare in Inghilterra.

Era da sola, per guadagnarsi da vivere lavava i pavimenti da McDonald’s.

Si iscrisse a una scuola serale.

Un giorno un fotografo la convinse a posare.

E all’improvviso, il suo destino cambiò.

Iniziò una fortunatissima carriera di fotomodella che la portò sul Calendario Pirelli e nelle campagne della Revlon.

Dopo il successo, è arrivata anche la felicità, oggi è madre felice del piccolo Aleeke.

Tuttavia Waris Dirie non ha mai dimenticato le sofferenze che ha patito e quelle che hanno patito e patiscono milioni di donne in tutto il mondo.

Al culmine del successo, ha trovato il coraggio di raccontare la propria storia, il suo segreto più intimo.

Con un”intervista è iniziata la battaglia che sta ancora combattendo con grandissimo impegno e coraggio, in difesa di tutte le donne che hanno vissuto e vivranno la sua esperienza.

Oggi Waris Dirie è il portavoce ufficiale di Face to Face, la campagna dell’ONU per eliminare le mutilazioni femminili.

In Africa dicono: «Come una colomba… ».

È la vulva delle donne infibulate. Cucita, liscia e piatta. Con due piccoli buchi: uno per l’urina e uno per il sangue mestruale. Più i buchi sono piccoli, maggiore è la purezza della donna.

Il termine “infibulazione” deriva dal latino fibula, la spilla usata per tenere fermo il mantello.

Ad essere tenuti fermi non sono però due lembi di tessuto.

La spilla si aggancia da carne a carne: è la cucitura dei genitali, più precisamente della vulva, praticata sulle donne, da bambine.

Al momento del matrimonio la cicatrice sarà tagliata, per permettere il rapporto sessuale e il parto.

Dopo ogni parto, una nuova infibulazione,” i monconi delle grandi labbra vengono ricuciti”.

È un’amputazione della femminilità i cui resti vengono abbandonati al suolo, divorati poi dagli uccelli, come a eliminare totalmente il suo essere donna, il suo io.

Lo scopo dell’infibulazione è quella di evitare rapporti sessuali prima del matrimonio.

Alle bambine in tenera età vengono quindi esportati totalmente o parzialmente i genitali esterni e vengono cuciti i due lati della vulva con punti di sutura o, in alcuni casi, con delle spine, lasciando solo un piccolo foro per l’urina e le mestruazioni.

La prima notte di nozze, il marito ha il diritto di scucire la donna.

Si tratta di una pratica tipica di alcuni stati africani che ha percentuali altissime in paesi come la Somalia (circa il 98% delle ragazze sono mutilate) e l’Egitto (85% circa).

Questa tradizione non si basa esclusivamente sulla religione, il Corano infatti non la nomina mai, ma è necessaria per sposarsi e per continuare a fare parte della società. L’infibulazione è quindi vista come un segno di purezza, di virtù, è un nobilitare la donna oltre il mero piacere sessuale.

Al di là delle convinzioni religiose e personali, di fatto la circoncisione femminile è particolarmente pericolosa: molte bambine muoiono dissanguate durante l’operazione, oltre all’alto rischio di infezioni, malattie e problematiche varie durante il parto.

Inoltre, i rapporti sessuali diventano dolorosi e il piacere della donna cala nettamente.

Una tradizione quindi che mostra come la sessualità maschile e quella femminile siano percepite in modo molto diverso e noi occidentali, pur distanti dalle mutilazioni, non possiamo vantare una grande apertura sul tema e come il piacere possa essere naturale o innaturale a seconda del sesso della persona in questione.

Negli ultimi anni molti paesi hanno dichiarato reato l’infibulazione, come l’Eritrea, l’Egitto, il Burkina Faso e, da poco, la Somalia, ma l’ Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ancora 3 milioni di bambine siano a rischio ogni anno.

Fiore del deserto” lancia quindi un messaggio importante e cerca di far conoscere al pubblico una pratica ancora troppo comune. Waris dà così l’esempio di una ribellione che deve partire da dentro, dalle dirette interessate, da chi quella pratica l’ha vissuta sul proprio corpo. Solo quelle donne possono davvero comprendere, solo loro possono davvero fare qualcosa.

L’infibulazione è una mutilazione genitale praticata in 40 paesi del mondo.

E non riguarda solo poche donne che vivono in sperduti villaggi, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) riporta che sono più di cento milioni di donne a subirla. Anche quelle che abitano nelle grandi metropoli in Europa e America.

E’ un battesimo del dolore che causa nella donna devastazioni che porterà con sé per tutta la vita…È bastata una scena del film per capire cosa subiscono 200 milioni di donne…

Simona Bagnato

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