“Figli e figliastri” di Francesca Rita Bartoletta

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Eduardo de Filippo “ Figli e figliastri”

Di Francesca Rita Bartoletta

Durante il periodo prenatalizio, ho partecipato ad una rappresentazione teatrale in tre atti, di Eduardo De Filippo: “Non ti pago”, portata in scena presso l’Istituto  Penale per i Minorenni di Catanzaro, dalla Compagnia teatrale “ Veliero”. Ad invitarmi a questa manifestazione è stata una mia carissima amica Francesca Gallello, Presidente dell’Associazione “ Veliero Letteratura e Cinema”, che ancora ringrazio. La compagnia teatrale di cui regista è Rodolfo Calaminici, anch’esso mio amico, ha come obiettivo fondamentale, quello  di portare avanti l’impegno assunto in vita da Eduardo de Filippo di occuparsi dei giovani detenuti, attraverso l’arte, la recitazione, e il teatro.

Assistere allo spettacolo è stata per me un esperienza nuova, dove l’emozione forte si è alternata senza un ordine preciso a chiari turbamenti psicologici, sensi di colpa  inadeguatezza e dolore. Sono consapevole di fare  parte di una società indifferente alle sue problematiche, che non accetta  il  diverso, e  non mostra la volontà  alcuna di essere presente a se stessa, preferendo la menzogna, pur di  eludere il problema facendo finta che tutto va bene. Ma  in occasioni come queste, la noncuranza emerge e le coscienze tremano.

Alla fine dello spettacolo i giovani detenuti, che per qualche ora sono stati protagonisti di una vita normale, hanno salutato il pubblico cantando una canzone scritta da loro. Ecco alcune strofe.

“Non giudicare quando non sai niente
Vieni a conoscerci, è un mondo differente
Non siamo angeli, né diavoli né pazzi
Semplicemente siamo dei ragazzi
Viviamo spesso la tristezza in queste stanze
Sappiamo che il futuro non è solo sostanze
Possibilità ne abbiamo avute poche
Anche se la vita non è solo banconote
Ma non per questo vogliamo alibi
Dei nostri sbagli siamo noi i responsabili
Vogliamo avere l’occasione per cambiare
Vogliamo crescere, vogliamo migliorare
Anche noi sappiamo cos’è il rispetto
Anche noi abbiamo un cuore dentro il petto
Quando la nostalgia brucia e si fa fiamma
Scende una lacrima se pensi alla tua mamma..
Rit..Oggi sto soffrendo ma non mi voglio arrendere
So che ho perso tanto, ma c’è di più da prendere
L’emarginato, il carcerato lo straniero
Uscirò da qua, non scorderò chi ero.”

Figli e figliastri…

Come possiamo sperare che il mondo cambi prospettiva di vita e cresca nei valori umani, se l’umanità non partecipa attivamente a questo nobile progetto  e consente passivamente, che la deriva delle disuguaglianze, inondi indisturbata i nostri cuori. Eppure la storia ci ha forniti di esempi di uomini virtuosi, che si sono battuti per i diritti umani, e nel tempo, ne  abbiamo apprezzato l’impegno morale e le loro  conquiste , per rendere questa società più sana, più vivibile, più vera.

Uno di questi uomini  è senza dubbio Eduardo de Filippo, un uomo coerente con le sue idee, idee, che sulla scena sono diventate opere teatrali e nella vita battaglie civili. Eduardo nella sua indole drammatica, esprime la realtà, come egli la percepisce, ne racconta ogni piccola sfaccettatura, attraverso personaggi studiati, per esaltare situazioni di ogni sorta. Si pone come elemento di rottura, nella routine familiare, dove si annidano incomprensioni dovute al mancato dialogo e con la sua innata sottile ironia, fa emergere ogni stortura e vizio.

Denuncia ogni sorta d’incantesimo del sistema, che illude e tiene lontano l’individuo dalle aspettative sognate. Affronta il potere con lo stesso tenore severo che usa quando descrive le miserie umane, poiché li ritiene una conseguenza dell’altra, due facce della stessa medaglia. Paradossi, ironie sottili, colpi di scena , equivoci esilaranti, il ruolo del cattivo che alla fine si redime. In scena usa tutti gli artefici che il teatro  gli consente, gioca con  pregiudizi sul popolo napoletano, li esalta, li deride , poi li smonta e ne  dimostra la loro inesistenza, usati solo per mortificare qualcosa che non si conosce in profondità, o perché conviene che Napoli sia rappresentata sotto una luce diversa. Mette al confronto su strade parallele, il vizio e la corruzione, presente sia negli ambienti altolocati, che nei ceti bassi, dimostra che l’umanità è uguale nelle sue manifestazioni e inclinazioni, ritenerla diversa è solo fantasia.

Comunque sia, per ogni distrazione che la società si permette di fare, a pagarne le conseguenze sono spesso i minori, o perché troppo viziati da genitori distratti, o per essere nati in ambienti indigenti, dove l’eccessiva povertà è spesso cattiva consigliera, o per essere stati abbandonati alla nascita, per nascondere il guaio.

<<I bambini di Napoli erano decisi a non morire…Possedevano la vitalità dei dannati>>…

(John Burns).

La storia personale di Eduardo è la risposta al suo impegno, che egli assume nei confronti dei minori sfortunati, i quali  non hanno bisogno del sentimento di pietà per risolvere i loro problemi, ma di provvedimenti reali da parte delle istituzioni.

Eduardo de Filippo nasce il 24 maggio del 1900, ed è il secondogenito di una relazione clandestina, consumata tra Eduardo Scarpetta noto attore e  autore di commedie napoletane  e la sarta di teatro Luisa de Filippo,  nipote della moglie di Scarpetta.

Da questa relazione nascono tre figli: Titina, Eduardo e Peppino de Filippo, i quali non verranno riconosciuti del noto attore Scarpetta e né godranno di alcun beneficio giuridico futuro. Per i tre bambini, il padre altro non era che  uno zio benefattore, che di tanto in tanto provvedeva alle loro necessità. La difficile situazione familiare sicuramente non giovò sugli animi dei tre fratelli de Filippo e il sentimento che nutrivano per quella ambigua figura paterna, si rivelava rancoroso, di astio e a volte di sfida.

I tre fratelli, Titina, Eduardo e Peppino, calcano le scene del teatro ancora bambini, del padre non ricordano la tenerezza, ma il volto contrariato e duro, che cela  malamente  la severità con cui marca le differenze affettive tra i figli nati al di fuori del matrimonio e il figlio legittimo Vincenzo Scarpetta, anch’esso attore.

Quando la vita decise  di servire il conto, non ebbe premura di far scoprire ai tre ragazzi che Eduardo Scarpetta in realtà era il loro padre, e solo allora quelle continue umiliazioni presero un valore diverso, un dolore intenso, che segnò profondamente l’animo sensibile di Eduardo e forse proprio quella verità scoperta, così per caso, fece nascere nel giovane ragazzo dallo sguardo fiero e dignitoso, quella scintilla geniale, che fece di Eduardo de Filippo il grande attore e commediografo, che tutti conosciamo. Lo stesso Eduardo Scarpetta, valutando la sua bravura sulla scena disse al figlio:

 “ Non ti ho dato il cognome e tu mi hai rubato l’arte”.

Una piccola soddisfazione per Eduardo, il quale nonostante il risentimento che nutriva per il padre, riconosceva la sua grande statura artistica, acquisita inoltre, per aver apportato nella commedia italiana cambiamenti rivoluzionari, che ebbero luogo con la sostituzione progressiva della maschera di Pulcinella ritenuta ormai anacronistica poiché apparteneva all’epoca Borbonica, con la figura di “Felice Sciosciammocca”, un personaggio di pura fantasia, infatti nella lingua napoletana, scioscia vuol dire soffia e mmocca equivale a restare a bocca aperta: una specie  di credulone che rasenta lo stato di stupidità, lo scemo del villaggio, vittima designata dei più furbi, che nel tempo diventa insolente , arguto e furbo, una maniera grottesca per difendersi e prendere in giro a sua volta, il beffeggiatore.

Insomma una farsa nella farsa, dove le risate, obbiettivo predominante, erano assicurate. Eduardo de Filippo conosceva a memoria tutto il repertorio del padre e se pur ne apprezzasse i testi, stanco e assuefatto della risata senza pensiero, si pone traguardi diversi,  preferisce contrapporre  al buffo e al grottesco, la risata amara dove la realtà assume un piano di rilievo con sfondi moralistici e pedagogici, senza temere di toccare temi delicati e spigolosi, che a lui stavano tanto a cuore.

“<Non è stato facile rifarsi da capo> – confessa  Eduardo a Lucio D’Ambra in una intervista : <Io m’aggio dovuto spoglià> , io mi sono dovuto spogliare da cima a fondo. Quando un attore ha recitato per anni un genere artificioso, e tradizionale, preveduta, combinata, architettata, se vuole trovare se stesso sotto i vestiti degli altri “sapite ch’ha da fa? S’ha da mettere nudo. E così noi abbiamo fatto: Io , sorema e frateme, e così’ ricominciare  a rivestirsi poco a poco coi panni nostri “.

Ritrovare se stesso per Eduardo non è stato semplice, ma nemmeno difficile, come pure reperire  i contenuti  per scrivere le sue commedie, sapeva dove cercare e dove attingere “il genio”.

Tutto era chiaro nella sua mente e nel suo cuore, amava   profondamente la sua città, e la voleva raccontare così com’era, senza artifizi e sopratutto senza eludere e  trascurare le responsabilità storiche e sociali, che  sono le madri delle disuguaglianze sociali e spesso generano malumori, reazioni a catena, prevedibili, alterando il  comportamento umano a volte discutibile, ma scontato per sopravvivere. Eduardo indossa l’abito migliore che possiede per reinventarsi,  il più bello la dignità dell’animo ferito, che  per anni aveva respirato il disagio del figlio illegittimo, nutrito con il pane della mortificazione e nonostante le difficoltà e lo scoramento che generavano dentro di lui, trova la forza nella sua innata caparbietà e perseveranza, ed emerge.

Da questo stato d’animo complesso e combattuto, egli trova il coraggio necessario  di mostrare tutto il suo sapere, la sua creatività nelle sue opere, come il più scaltro e fantasioso scugnizzo napoletano.

Di Napoli lui conosceva ogni sorta di realtà, strade, vicoli, i famosi bassi che, pullulavano di gente povera dai mille volti contrariati della vita grama e che vivevano  all’ombra della luce del sole e senza respiro, costretti a barcamenarsi tra il lecito e quello che non lo era , pur di vivere. La  strada e il popolo di Napoli, considerato da Eduardo “un teatro a cielo aperto” grazie alla sua lingua espressiva , alla sua mimica naturale che sa raccontare ogni  miseria, e inganno, che sa parlare d’amore e ha saputo cantare le bellezze di Napoli.

“Napule è’nu paese curioso:

è nu teatro antico, sempre apierto.

Ce nasce gente che senza cuncierto

Scenne p’è strade e sape recità”.

Le mie commedie hanno il merito di aver trattato i problemi della società, proponendoli dal palcoscenico all’attenzione delle autorità e del pubblico. Dunque, l’intreccio tra realtà e teatro, tra teatro e società, tra teatro e società, tra teatro e impegno politico è ben più che uno sfondo: è la trama continua di cui è protagonista l’uomo che vive il suo tempo”.

 E’  questa la passione  che Eduardo vuole trasmettere  nelle sue commedie.

Denuncia, accadimenti, episodi strappati dalla vita reale, equivoci, malintesi che nascondono dietro la farsa delle verità scomode, monologhi colmi di stupore, come chi stenta ad abituarsi ad accettare il cambiamento delle regole del vivere dignitoso,  in cambio di una vita  senza valori che spesso preannunciano guai e disfatte sociali, e il  degrado ne è la conseguenza. Ma nel frattempo lotta , non si rassegna e non si da per vinto, fino a quando non riesce a dare un senso alla sua vita e dimostra che chi ha ben seminato, la raccolta dei frutti non tardano ad arrivare.

Questo è quanto accade nella commedia in tre atti, “Napoli Milionaria”, dove l’autore mette in evidenza, il disagio che la seconda guerra mondiale, ha causato soprattutto nei ceti sociali più poveri e l’arte di arrangiarsi era diventata una consuetudine normale, dove nessuno si meraviglia, nessuno si “mett’scuornu”,  il rapporto tra il truffatore e il truffato si solidifica, diventa complicità, perché uno ha bisogno dell’altro.

Gennarino, reduce di guerra, per volere di chissà quale santo riesce a fare ritorno a casa. La famiglia che lo credeva morto, nella sua assenza aveva cambiato radicalmente stile di vita e nel contrabbando, portato avanti magistralmente da donna Amalia, moglie di Gennarino, aveva messo in piedi, una vera fortuna.

L’entusiasmo, dell’inaspettato ritorno del marito, ebbe vita breve, considerato ormai  uno estraneo  e di  intralcio ai loro traffici illeciti, poiché li contrastava. Al povero uomo, dopo svariati tentativi di far rinsavire la moglie e figli  dalla ubriacatura del guadagno facile, non gli restava altro da fare, che fingere un apparente e civile indifferenza, mettersi da parte e attendere di raccogliere i cocci quando tutto il teatrino messo in piedi sulla truffa sarebbe crollato. E quando questo avvenne lui si fece trovare pronto, quando riuscì a  scongiurare il pericolo dell’imminente arresto del figlio, quando offrì la spalla alla figlia rimasta incinta da un soldato americano di passaggio e quando in silenzio offrì il supporto morale alla moglie, finalmente rinsavita dallo sballo della ricchezza , e che tutto stava perdendo, anche la sua onorabilità di moglie e di madre.

“ E figli sò ffiglie e sò tutte eguale”.

L’opera che Eduardo considera la più cara, è Filomena Martorano, dove Eduardo mette al centro ancora una volta crisi familiari e affronta con coraggio il tema dei figli illegittimi e tutta la  drammaticità delle conseguenze che i tre fratelli pagarono durante la loro infanzia. L’autore ricorda gli anni passati in collegio  quando ancora  era piccolo, mentre alcuni bambini venivano rinchiusi in istituti più severi simili a dei penitenziari.

Di questa problematica tanto dolorosa quanto delicata, Eduardo  se ne occupa personalmente quando Sandro Pertini, allora Presidente della Repubblica Italiana, lo nominò Senatore a vita nel 1981, la sua carica durò appena 4 anni ma dagli scranni la sua tuonò forte , come motivata era la sua battaglia.

Intervento di Eduardo de Filippo in Senato.

https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/file/repository/eventi/2014/DeFilippo1982.pdf

Eduardo nella commedia per molti aspetti autobiografica, racconta la storia di Filomena Martorano, una giovanissima prostituta, finita su quella  strada   per bisogno,  descritta dall’autore  con garbo delicatezza e sentimento, nonostante l’argomento non lo fosse. Filomena in quell’ambiente, incontra un uomo più grande di lei, di bell’aspetto e ben sistemato, Domenico Suriano.

Tra i due nasce un rapporto particolare, fino al punto che don Mimi, tolse la ragazza dal postribolo perché la riteneva cosa sua, e gli offri una casa. Filomena chissà cosa si era messa in testa, sognava ad occhi aperti, sognava di riabilitarsi agli occhi della società, di riacquistare la dignità  che la povertà sua nemica, l’aveva costretta a  perdere. Ma niente di tutto questo avvenne, continuò ad essere per don Dummì una figura di secondo piano, una serva senza meritare rispetto.

Quando Filomena si accorge della tresca di Domenico Suriano con una giovane donna, per vendicarsi di una vita passata al suo servizio, si finge moribonda e come ultimo desiderio chiede a don Dummì di sposarla. L’inganno da parte dell’uomo fu scoperto subito e fu  allora che Filomena presentò il conto a don Domenico Suriano, mettendolo al corrente che lei era madre di tre figli è uno soltanto era figlio suo.

Liti furibonde e ricatti furono messi in campo da Filomena per giungere ad un unico fine,  dare un  cognome ai figli a tutti e tre, perché i figli davanti alla legge dovevano essere  tutti uguali. La storia di Eduardo non seguì lo stesso finale della commedia, quel cognome lui non l’ebbe dalla vita, ma riempì di onori e glorie quello che portava, il cognome della madre, Luisa de Filippo.

Francesca Rita Bartoletta

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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