
E che l’occhio non caschi…
Quei dieci centimetri sopra il ginocchio apparsi per la prima volta nel 1963 hanno costituito il germoglio per la nascita di una nuova morale, una morale pregna di libertà e di modernizzazione, e di conseguenza sono stati la linfa per la scomparsa di tradizioni ormai obsolete e prive del seme dell’emancipazione.

Merito della stilista londinese Mary Quant o del designer francese André Courrèges?
“Di nessuno dei due”, diceva Mary Quant.
“Né io né Courrèges abbiamo avuto l’idea della minigonna. È stata la strada a inventarla”, incalzava la Quant.
E non aveva torto!
Quello che per le generazioni passate era invalicabile, irraggiungibile, oscuro, in altri termini “tabù”, per le nuove generazioni, che uscivano di casa e si affacciavano per la prima volta sulla strada, era il punto di partenza per costruire un’ intelligenza più tollerante e aperta verso quei “tabù” perbenisti che, ritardandola, tanto danno avevano arrecato all’emancipazione dei costumi e degli usi.
Con la minigonna si incomincia a scoprire una nuova morale, un nuovo senso dell’etica e del pudore che non prende sostanza dall’indossarla ma dal modo e dal come ci si comporta verso quella ragazza o donna che la indossa.

Una nuova morale che, alimentata da un iniziale pizzico di spregiudicatezza, porta a comprendere che va rispettata la libertà altrui e vanno ricercati valori sociali da mettere a base di una rinnovata società, di una nuova collettività più tollerante verso forme di vita più umane, più volenterose e più altruiste.
Una nuova morale che nel tempo ha fatto le sue vittime: io ne sono una.
Fui invitato a lasciare l’Azione Cattolica per aver scritto, nel novembre del 1969 sul secondo numero del giornale ciclostilato “NOI GIOVANI”, edito dalla Gioventù di Azione Cattolica del mio borgo natio, un pezzo a difesa della minigonna e sulla necessità che la società evolvesse verso forme di modernità, di libertà e di bellezza, dove ognuno, uomo o donna che fosse, si potesse sentire libero di fare e di mostrare ciò che volesse senza però rendere oltraggio al comune senso del pudore
E in queste parole scritte nel lontano 1969 ritrovo il senso di quanto affermato oggi da Vanessa Incontrada a commento della sua foto apparsa su “Vanity Fair” “il mio corpo vuole essere un messaggio per tutte le donne (e per tutti gli uomini): dobbiamo tutti affrontare, capire e celebrare una nuova bellezza”, così come ritrovo certi atteggiamenti bigotti che hanno gridato allo scandalo nel vedere la sua foto nuda e l’hanno condannata al rogo alimentando innumerevoli commenti sessisti da parte di chi vede nella donna solo e soltanto un oggetto utile a soddisfare i propri istinti sessuali.
Tornando alla minigonna è il caso di sottolineare che il Governo Francese scrisse addirittura una legge per vietarne l’uso e in Italia bisognava rifugiarsi nelle balere o nelle ville private per poterla indossare liberamente.
Insomma tabù a tabù, restrizioni a restrizioni sino a quando nel 2015 non le viene assegnata la medaglia di una “giornata mondiale” in suo onore.
E il merito va ascritto al tunisino Mohamed Ben Othman, presidente della “Lega in difesa della Laicità e delle Libertà”, che in collaborazione con l’attivista femminista Najet Bayoudh scelse il 6 giugno come “Giornata mondiale della minigonna”.

Quel 6 giugno 2015 si tenne anche un raduno in minigonna delle donne tunisine in segno di solidarietà nei confronti di un episodio di discriminazione di cui era stata vittima una studentessa algerina a cui era stato impedito di sostenere gli esami scolastici perché sulle sue gambe scoperte, per la gonna troppo corta, “sarebbe cascato l’occhio ai professori maschi”.
Sembra quasi una premonizione di quanto sarebbe accaduto nel settembre del 2020 per la famosa teoria dei corsi e ricorsi storici del filosofo napoletano Giambattista Vico presso il Liceo Socrate di Roma, dove è nato un caso social-mediatico simile, anche se diverso per il contesto, per una frase-consiglio pronunciata dalla vice-preside sull’uso della minigonna con la conseguenziale nascita di un ginepraio di polemiche che hanno portato al linciaggio morale della docente che si era permessa solo e soltanto di tenere alto il senso del pudore e dell’emancipazione della donna, di evitare eventuali atteggiamenti sessisti e porre al centro dell’Istituzione Scuola le regole del vivere le proprie libertà e le altrui con rispetto da parte di chicchessia.
E in questo ha ragione Claudia Mori quando a La Vita in Diretta afferma che “non è mai passata la voglia di vedere la donna come oggetto sessuale e non come un essere umano. La donna si deve vestire come vuole perché sa benissimo come vestirsi quando è in un posto o in un altro. Non dev’esserci più scandalo o discussione”.
Concludo con un interrogativo la cui risposta è nelle parole di Vanessa Incontrada riportate sotto la foto della copertina di Vanity Fair.
Forse quelle regole che dovevano e devono essere alla base della “nuova morale” a seguito dei dieci centimetri venuti meno alle gonne delle donne e concessi agli uomini nella crescita dei capelli non riescono ancora a trovare il giusto equilibrio per i tanti reality show televisivi che vanno dal Grande Fratello alla “Piccola Sorella”, dalla “Sorella Vip” al “Piccolo Fratello”?

“Quando vedo abbassare lo sguardo di una donna perché viene criticata per come si veste, per come si trucca, se è magra, se è grassa, quanto profumo si mette, come guida, quanto parla, quante persone frequenta. Se vuole un figlio, se non lo vuole, se è troppo maschile, se è troppo femminile, se è troppo libertina è una poco di buono, se non lo è, è troppo rigida. Ogni volta mi ricordo di quante volte io ho abbassato lo sguardo per quello che mi son sentita dire, finché ho capito che nessuno mi può giudicare, perché ho capito che nessuno ti può giudicare”.

Vincenzo Fiore
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