Domenico Scapati: il mio mondo contadino

Ciò che dovrebbero fare le Istituzioni, parlare e diffondere il credo contadino, lo fa in un volume di seicento pagine, Domenico Scapati.

IO:  “Ma chi è Domenico Scapati?”

DOMENICO:  “Sono nato a Mottola, provincia di Taranto nel 1949.

Già Docente di Formazione di Tecnica della Comunicazione, Gestione Risorse Umane e Discipline Tributarie e Amministrative, già Commercialista.

Sono Accademico dell’ASM del “Centro Internazionale degli Studi sul Mito” e componente dell’Unione Cattolica Artisti Italiani (UCAI) e autore del libro didattico/formativo “L’Uomo Ideale e l’individuo della massa”, nonché di saggi legati al mondo contadino, come “LA DANZA DEL RAGNO”, la “STORIA DEL TARANTISMO”, “L’URLO DI EVITA” e coautore del Volume “LA FESTA DI SAN GIUSEPPE – Dalla Sicilia alla Puglia”.

IO:   “E…”,

DOMENICO:   “E Civiltà e Vita contadina – lavoro delle terre nelle Murge tra Miti e Riti, Preghiere e Proverbi“, edito quest’anno, volume di circa 600 pagine, scritto per rendere un omaggio agli umili coltivatori dell’amara terra lavorata con il sudore e la fatica per sfamare la propria famiglia.

Si tratta di uno scatto fotografico sul sapere semplice e antico, scomparso negli anni ’60, insieme al suo significato antropologico, nella storia dell’umanità.

Un sapere di vita agricola maturato giornalmente attraverso comportamenti, riflessioni, credenze, aforismi, modi di dire e di fare, mali, esorcismi, riti agricoli pagani e cristiani, ricorrenze e Santi.

Attraverso il vivere un amore verso la terra poco grata a chi tanto l’ha amata e sofferta nella storia delle Masserie e dei Trulli delle Murge, in una unità di tempo, luogo e azione svoltasi nel palcoscenico dei cicli circadiani della vita contadina che nasce, vive, spera e prega”.

IO: “Una sorta di Museo della cultura e civiltà contadina ormai privato per sempre di un suo ritorno, così come lo è stata la stessa vita di chi ha lavorato la pietra per realizzare un tetto?”, gli dico

DOMENICO:  “Assolutamente sì.

Un mezzo per ridare la vita al “vecchio contadino”, tracciando l’identità delle terre di Puglia delle Murge con il chiodo fisso dei miei ricordi.

Un viaggiare nel passato, di passaggio per Mottola e dintorni, per la Puglia, per la ricchezza nelle sue Masserie, per la sua storia, i trulli, i “caseddhi” e le “pagghjare”, le “specchie” e le “lamie”, tra storie e leggende.

Il mondo contadino del Sud, tra passato e presente, tra la classe bracciantile e l’economia masseriale, la terra derelitta dell’aggobbito zappatore, il tempo ciclico, tra lavori e traslochi, i modi e i mezzi di coltivazione per le graminacee, il tempo, i cicli di vita tra Equinozi e Solstizi, i ritmi della vita e l’avvicendarsi delle stagioni ai riti religiosi, il Barbanera, la ciclicità della vita contadina, i Miti e i Riti cosmologici tra cultura tradizionale contadina e civiltà, tra ricorrenze e rituali, i riti del vino, i riti della salsa del pomodoro e dell’olio, le previsioni meteorologiche, la complessità dell’operare tra gli animali e le piante, a zonzo tra i ricordi, supportati dal dialetto nella cultura dei proverbi e degli aforismi, la figura dei Santi, la preghiera, il Credo e poi le tante Credenze tra fede e speranze, il pensiero del tempo, come un eterno riposo”.

​È un libro che Domenico Scapati dedica a chi metterà un fiore sulla tomba degli Avi contadini, a ricordo, giacché il tempo dissolve il superfluo e conserva   l’essenziale.

È dedicato al fratello  Natale prematuramente scomparso dopo aver servito Madre Natura sin da quand’era nato, e a quell’ignaro Contadino che lavorava la terra, ad Andria, colpito da una lamina di ferro mentre i due treni si scontravano.

“È uno scritto voluto e dedicato al “Destino” della vita che è bella, ma che è fatta male, giacché la vita è una scuola sempre aperta in attesa dell’ultima lezione che è quella che ci è data dalla morte”, aggiunge Domenico, mentre gli scende una lacrima.

L’antropologo Vito Fumarola nella sua prefazione al volume aggiunge che “si tratta di un contributo che s’innesta nella più generale storiografia della città di Mottola e del suo territorio e che non ha pretesa di mettere la parola fine sull’argomento. Piuttosto, vuole dar voce e vita a un segmento di storia locale, “motolese” in particolare, ma anche pugliese in generale, che è un po’ la storia del Mezzogiorno.

Del resto, le ricerche non possono essere mai complete ed esaustive. E chi opera con questa sana e umile consapevolezza, sa che in fondo ha il non facile compito di creare premesse costruttive, di porre le basi per ulteriori valutazioni, approfondimenti e analisi”.

IO: “Possiamo dare un taglio scientifico al tuo immenso lavoro?”

DOMENICO: “Assolutamente no, giacché scrivo, per buona parte, secondo un sapere autobiografico, più come una comunicazione diretta rivolta con il dovuto rispetto per i contadini di allora, popolo lavoratore, per buona parte scolasticamente analfabeta, molto elementare nell’essere”.

IO: “E le attuali rievocazioni del vecchio mondo contadino cosa sono?

DOMENICO: “Le rievocazioni di oggi del ieri, condotte per fini didattici, turistici o divertimento, e comunque valorizzate dagli antropologi, seppure hanno il pregio di coinvolgerci ancora, rappresentano di fatto situazioni che sono scorticate della loro spiritualità intrinseca e impregnate dello spessore culturale e sapere dell’oggi. In qualcosa di molto diverso dal ieri per sintetizzare”.

IO: “Ci si può collocare nella mente dei contadini di allora?”

DOMENICO:  “Collocarsi nella mente dei contadini di allora non è facile, così come non lo è il ricercare e riprodurre le scene del mondo di ieri sostanzialmente diverse da quelle d’ora: ogni epoca è un’epoca a sé, e ogni momento storico ha il suo “uomo”, il suo colore, la sua andatura.

E allora possiamo immaginare le ore e ore di aspro confronto con le forze fisiche possedute, con i calli alle mani, che, rompendosi, arrivavano a sanguinare, con le scottature dei raggi solari, con le tante malattie in agguato. E i visi bruciati dal sole o corrosi dal freddo.

Tutto tanto diverso dai volti dei giovani imprenditori o lavoratori della terra di oggi che utilizzano mezzi agricoli ad alta tecnologia, con trattori addirittura dotati di cabine con aria condizionata calda o fredda a seconda della stagione.

Per non parlare dell’odore di spocchia che hanno addosso, incapaci di raccogliere il dolore e le frustrazioni di quel misero e sacrificato lavoro di una volta, quando si veniva sorretti solo e soltanto dalla fede riposta per un futuro migliore e quando per una malattia sconosciuta da un giorno all’altro si poteva morire senza conoscerne la causa”.

IO: ”Mi vuoi dire che il nostro contadino oltre che saper lavorare manualmente la terra non accedeva ad alcuna forma di sapere?”

DOMENICO:  “Sì! Si fermava agli insegnamenti e alle logiche tramandate dagli avi anche perché non poteva immaginare che oltre il suo sapere ci fosse altro. La sua conoscenza era tutto ciò che riusciva a sapere a mezzo degli altri, ovvero di quei pochi che si frequentavano per lavoro di zappa o mietitura o vendemmia.

Aggiungo che la figura del contadino di ieri si riesce ad attingerla dalla memoria storica delle poche persone anziane delle comunità locali rimaste ancora in vita, come del resto le pagine di storia dei servi della gleba siamo riusciti ad averle sapientemente descritte da chi li poté osservare direttamente”.

IO: ”Puoi dirmi se ci fossero delle parole d’ordine quasi antesignane come gli attuali tags?”

DOMENICO: “Dignità, coraggio, amore erano le principali parole d’ordine di vita di allora, sponde dell’umanità, giacché si era “figli della Terra”, nati dalla magia della luce e dell’oscurità dei tempi.

Seppure noi bambini fossimo stati portati dalla cicogna o trovati sotto la pianta di un cavolo o cappuccio, le cui foglie proteggevano il bambino dalle intemperie.

Mia madre, per esempio, considerava un segno divino il poter vedere la luce del giorno, come dono della vista e della vita, ma anche come luce quella divina che sarebbe giunta dal buon Dio con la morte”.

IO: ”Un pizzico di filosofia di vita del mondo contadino?”

DOMENICO:Quanne te jacchie a ballè, nànte puete fermè”: quando ti trovi a ballare, non puoi fermarti.

Quindi quando inizi un lavoro non lasciarlo a metà ma portalo a termine.

L’altra filosofia è che “ognuno di noi deve tirare i carboni dalla propria parte per riscaldarsi.

Ognùne de nùie tire l’àcqque allù mulìne suie”.

Un monito che indirizza a realizzare nella vita cose utili e redditizie.

Vè che ci jè mègghie de te e fance li spèse”, vai con chi è meglio di te e fagli le spese.

IO: ”Cosa rappresentano per te i contadini di oggi?”

DOMENICO: ”Persone oneste che si riconoscono figlie della terra. Persone che devono tornare protagoniste e non essere più umiliate.”

IO: ”Avviamoci alla conclusione, anche se è bello, direi immenso, ascoltare questo passato che, in parte, ho vissuto e vivo anch’io, grazie al contadino Domenico, mio padre, e in pochissime parole tratteggiamo la figura del contadino pugliese, anche perché ho in serbo una sorpresa per te…”

DOMENICO:  “Il contadino, specie quello delle campagne, era un lavoratore bravo e diligente, con tanti pregi, ma anche con tanti difetti.

Peccava d’ignoranza, di presunzione, si offendeva con poco, era convinto di essere sapiente seppure poco colto, sorrideva quando si parlava degli altri definendoli testa dura.

E sino agli anni ’60 era molto legato ai riti, agli usi, alle consuetudini e alle tradizioni che si tramandavano di generazione in generazione.

E ripeteva in modo pedissequo il lavoro dei campi senza apportare alcuna novità perché restio ad apportarle per il suo essere testa dura.

Coltivare la terra era al contempo segno di preghiera per ricevere dal Dio del Cielo la buona vita.

Infatti facendo del bene a Madre Natura era possibile ricevere la grazia del raccolto e la vita eterna.”

“Amen”, concludo.

“E la sorpresa?”, mi dice Domenico…

“Ho scritto per questa occasione, una “poesia”, che io chiamo “pensiero”, “Il Contadino”, come mio omaggio al tuo volume, o meglio al mondo contadino agricolo che non c’è più, ma che io vorrei che tornasse con le sue sensibilità e il suo vocio.”.

IL CONTADINO

Rapidi volano i miei anni
nell’odore acre della terra,
i petali di sole primaverile
irrorano le tenere foglie,
custodi del frutto
ai suoi primi vagiti.
Rose e fiori di pesco,
api e vespe, farfalle variopinte
svolazzano e si tuffano felici
nel tiepido bagno
di un pulviscolo dorato.
Rondini
coi loro voli acrobatici
ricamano l’azzurro
risonante delle loro strida
allegre e voluttuose.
Tra il verde
gorgheggia i suoi messaggi
l’ usignolo,
ritmando il suo canto
sul mio camminare,
lento, ma allegro.
Ecco la primavera
riveste la terra
di variegato verde,
trapuntato di vivi ricordi,
dove la mia storia,
con intrecci di ragnatele,
scrive parole di mistero
sul libro del mio corpo.
La mia storia si illumina
di curiosa meraviglia,
parla e vive
di una grande speranza
nel sogno di una primavera d’amore.

Baci, abbracci e lacrime…

                                                                                              Vincenzo Fiore

 

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

2 Commenti

  1. E’ uno straordinario nuovo modo di intervistare chi scrive un libro dialogando attraverso lo scritto: in esso la ricerca del pensiero che coglie il tema portante dell’Autore. L’Autore di un libro, come l’Artista, si lasciano cogliere dalla poetica del sentimento.

  2. Sì, caro Domenico Scapati, ho voluto cambiare, almeno lo spero, il solito modo di approcciare l’autore di un libro. Sto tentando una sperimentazione che dia vivacità e non faccia addormentare il lettore dopo le prime due o tre domande e relative risposte.
    Il tuo commento mi rallegra e mi spinge a cercare sempre vie muove e intriganti per chi ci legge.
    Grazie…

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