LANGHE D’AUTUNNO: TRA TARTUFO E GRANDI VINI
Nella prima metà di novembre, gli appassionati non possono non includere un fine settimana nelle Langhe.
Questo territorio collinare a ridosso della Pianura Padana, nella bassa provincia di Cuneo, che fa da culla ad alcuni tra i più grandi vini italiani, oltre che al tubero più famoso e ricercato del mondo: il “tuber magnatum pico”, volgarmente noto come “tartufo bianco d’Alba”.
Quest’anno, per differenziare un po’ l’itinerario rispetto a quello classico fatto più e più volte (pur sempre di indubbio fascino), ci siamo dedicati alla cosiddetta Alta Langa, ossia alla parte di questo territorio che va giù verso l’Appennino e che sale di altitudine fino alla Liguria, tanto che sembra quasi di toccare il mare.
E infatti la prima tappa del viaggio è proprio Mombarcaro, villaggio di scarse 200 anime a 896 metri sul livello del mare, la cosiddetta “vetta delle Langhe”: da qui la leggenda vuole che, nelle terse giornate d’inverno, si veda addirittura il mare di Savona.
Non siamo stati fortunati purtroppo, dal momento che – nonostante la giornata splendida – la nebbia e le nuvole basse formavano tra i colli e le vallate sottostanti, una sorta di tappeto bianco che impediva di vedere l’orizzonte.
Poco male, perché siamo già pronti per la prossima tappa, che non può mai mancare in un “weekend langarolo” che si rispetti: degustazione di vini presso la “Cascina Ca’ Neuva”, azienda agricola a conduzione familiare situata a Dogliani e specializzata nella produzione di Dogliani DOCG (un dolcetto senza particolari pretese ma “dalla molto facile beva”), oltre che dei più classici Barbera, Nebbiolo e Barolo.
Produzione piccola ma interessante, anche se troppo e forse anche artificiosamente morbida per i miei gusti.
Ci rimettiamo in qualche modo alla guida, nonostante gli 8 vini degustati e il pranzo praticamente saltato.
Inizia il tour pomeridiano dei borghi più caratteristici dell’Alta Langa:
Bossolasco, il paese delle rose, stupendo borgo dalle case in pietra viva ornate di rose e vite americana.
San Benedetto Belbo, piccolo borgo medievale fuori dal tempo che fece da scenario di vita e di racconti allo scrittore e partigiano Beppe Fenoglio.
Murazzano, che custodisce una delle poche torri medievali rimaste praticamente intatte dal XIII secolo, costitutiva di un sistema difensivo dell’allora Marchesato di Saluzzo contro i potenti Savoia, nonché la gustosa “toma di Murazzano”, formaggio pecorino DOP a pasta morbida eccellente da abbinarsi ai vini della zona.
È tempo di cena ormai, per la quale abbiamo una prenotazione da “Guido di Costigliole”, ristorante “Una Stella Michelin” ospitato dal “Relais San Maurizio”, vecchio convento benedettino oggi riconvertito ad albergo di lusso: esperienza senza infamia e senza lode, senza nulla da recriminare sotto il profilo gastronomico ma “forse priva di quella marcia in più che ci si aspetta da un ristorante stellato”, anche alla luce del rapporto qualità – prezzo (sia del menu che della carta dei vini).
Alla Domenica la sveglia suona alle 8 in punto: destinazione Alba.
Per riuscire a evitare la pazza folla diretta alla “Fiera Internazionale del Tartufo Bianco” bisogna essere lì non più tardi delle 10.
E infatti alle 10 in punto varchiamo la soglia di questo enorme tendone dal profumo inconfondibile e inebriante, dove “orde di trifolai” (come sono chiamati in gergo i cercatori di tartufi) sono già pronti con i banchetti frigo a esporre le loro “splendide pepite”, frutto della stretta collaborazione tra uomo e cane protrattasi fino alle prime luci dell’alba.
La stagione 2019 inizia praticamente adesso, a causa di un ottobre estivo e poco piovoso: le quotazioni viaggiano tra i 300 e i 400 euro all’etto, a seconda delle dimensioni e della qualità, anche estetica, del prodotto.
Dopo diversi giri e svariate annusate, finalmente troviamo il pezzo giusto: un bel tartufo rotondo e senza imperfezioni, dalla pasta color nocciola e dal profumo intensissimo.
Lo prendiamo e proseguiamo il nostro giro, dato che la Fiera di Alba non è solo tartufi: funghi porcini, “tajarin” e “agnolotti del plin” sono un complemento quasi naturale del prezioso tubero.
Si è fatta una certa ora ormai e, tra le nebbie autunnali che donano a queste morbide colline interamente ricoperte da viti un’atmosfera quasi poetica, facciamo rotta verso “La Ciau del Tornavento”, ristorante nel Comune di Treiso, a circa 6 km da Alba, con una splendida vetrata aperta sui dolci pendii votati alla produzione del Barbaresco.
I piatti sono quelli della tradizione, il minimo comune denominatore essendo sempre e ovviamente il tartufo bianco: carne cruda battuta all’albese, uovo al padellino, “tajarin”, risotto al castelmagno e tournedos di vitella su fonduta piemontese.
Pranzo eccellente, accompagnato da un Barolo 2008 di Domenico Clerico, anch’esso direi complemento naturale del protagonista di questo weekend.
Purtroppo sono quasi le 16.30 e, nonostante la fatica, è tempo di alzarsi da tavola e dirigersi verso l’uggiosa Milano: per fortuna portiamo con noi alcuni dei prodotti di questa bellissima terra che, in questa stagione, regala sempre sensazioni uniche.
Rocco De Nicola


















