Cinque minuti

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A volte, i ricordi si affacciano alla memoria e non c’è nulla che possa rimandarli indietro. La mia mente è tornata ai terribili anni in cui, vili assassini, in nome di una falsa ideologia, hanno compiuto atti deplorevoli, uccidendo volutamente tante persone innocenti, colpevoli solo di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Il mio ricordo è riferito alla stragi compiute a Bologna, ora vi racconto cosa accadde.

Si avvicinava il Santo Natale e  mio malgrado, mi trovavo a Milano e quindi, il mio pensiero ed il mio cuore, erano rivolti alla mia amata Calabria. Decisi così di partire con il desiderio di trascorrere le feste a casa. Era il 23 dicembre 1984 quando, dalla stazione centrale di Milano, salii su quel treno. C’erano molti passeggeri ma trovai facilmente posto in uno scompartimento. Sistemato il bagaglio mi sedetti e aprii il mio inseparabile libro. Uno sguardo veloce all’orologio, giusto per rendermi conto che il convoglio, nonostante l’ora, non accennava a partire. Finalmente, con cinque minuti di ritardo, il treno si mosse. Quattro chiacchiere con i compagni di viaggio, qualche pagina del mio libro, un paio di sigarette (si poteva ancora fumare), quattro passi nel corridoio per sgranchirmi le gambe, una puntatina alla toilette, niente di strano!

Qualcuno formulò la solita domanda: -Dove siamo?- Ormai mancava poco a Bologna. Ad un certo punto, il treno rallentò fino a fermarsi ma niente, pensavamo dovesse dare  precedenza, visto che era in ritardo, a qualche treno in transito. Si spensero i motori e dopo un po’, iniziò anche a fare freddo. Nessuno ci diceva niente e stupefatti, iniziammo a guardarci l’un l’altro, con  mille interrogativi. Erano spariti tutti. Non c’erano più i controllori a cui chiedere notizie, niente di niente. Tra gli scompartimenti iniziò a girare una voce: c’era stata un’esplosione in galleria. Un passeggero aveva una radio a transistor che aveva dato la notizia. Una bomba aveva colpito un treno. Non avendo altre notizie, eravamo tranquilli. Nessuno di noi poteva certo immaginare che quella deflagrazione aveva ucciso delle persone. Coprendomi col cappotto, mi addormentai. Dopo qualche ora di dormiveglia, mi svegliai e diedi una sorsata al thermos di caffè, dopo aver bevuto, accesi l’ennesima sigaretta. Fuori era buio ma, pazientemente aspettavamo. Aspettavamo che il treno riprendesse la sua corsa verso sud. In fondo, non c’erano alternative! Quando finalmente si mosse, era giorno fatto, credo le 10.00 del mattino. Non esistevano i cellulari per poter comunicare con i familiari in attesa ma ripeto, noi eravamo tranquilli. Soprattutto io, forse l’incoscienza della giovane età! Attraversando la galleria (la Grande Galleria dell’Appennino), cercavo di guardare nella speranza di vedere qualche segno di ciò che era accaduto. Forse non guardai bene, perché non vidi niente. Arrivai a destinazione con dieci ore di ritardo! Ero stanca, sporca, affamata. Quando scesi del treni, ebbi come l’impressione di aver vissuto una vita parallela. Durante quelle ore, i miei familiari comunicavano tra di loro, scambiandosi poche e frammentarie notizie, la più importante era che il treno su cui viaggiavo, grazie a quei cinque minuti, non  era stato colpito.

Solo oggi mi rendo conto che quei cinque minuti, quella stramaledetta manciata di minuti di ritardo, mi hanno salvato la vita, a me e ai miei compagni di viaggio. Certo è, che se il treno, fosse partito in orario da Milano, sarebbe esploso in galleria, insieme al “Rapido 904”. Probabilmente lo scopo era proprio quello: far saltare i due treni che si sarebbero incrociati in galleria.

Quella fu l’ultima bomba ma portò con sé 16 vite e ferì 267 passeggeri.

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