Anoressia: male del corpo e male dell’anima

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Il New York Times racconta la storia di Naomi che ha 37 anni e non vuole più vivere. Anoressica da 26 anni (oggi ne ha 36) parla della sua difficoltà a continuare a vivere.

Non riesce ad uscire dal tunnel di questa malattia (perchè di una malattia si tratta) e nessuna cura le ha permesso di guarire. La sua vita la racconta trascorsa negli ospedali , inserita in programmi di recupero e senza mai vedere reali miglioramenti. Anzi, sempre più peggiorate le sue condizioni cliniche ed esistenziali, ormai immersa in un buco nero senza via di fuga.

Varie le diagnosi: anoressia di tipo binge-purge, osteoporosi, ipotensione, gastroparesi, sindrome dell’arteria mesenterica superiore, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo da stress post-traumatico, disturbo bipolare. Tanti i farmaci presi ogni giorno nel tentativo di mitigare la sua situazione di disfacimento fisico vero e proprio: dagli stabilizzatori dell’umore, agli antidepressivi e agli antipsicotici.

Tanta la voglia di togliersi la vita quando la depressione diventava dominante e molti i tentativi falliti. La sua era una non vita: niente amici e nessuna attività: solo una vita di dolore priva di attività che non fossero legate alla malattia.

Naomi non  voleva morire, desiderava solo non essere più ‘curata’.

«O morirò di anoressia o morirò di suicidio».

Finche poi Naomi conosce un terapeuta che le indica la possibilità di cure alternative mostrandole un articolo scientifico: si sosteneva che la psichiatria necessitasse di un sottocampo di cure palliative, in particolare per il 15-20% dei pazienti la cui anoressia aveva sviluppato un «decorso cronico» e non rispondeva al trattamento standard – e per  quei pazienti che non volevano continuare a cercare di migliorare.

Naomi scoprì che uno degli autori, il dottor Joel Yager, viveva a Denver e sosteneva queste cure palliative per i pazienti con anoressia refrattaria ai trattamenti standard. Lo incontrò, e lui la mise in contatto con Jonathan Treem, che è stato il medico di cure palliative di Naomi negli ultimi quattro anni.

Gli esperti sono divisi sulla questione: l’anoressia può essere terminale?  La questione ha aperto un dibattito nel campo della psichiatria perchè il  concetto di «anoressia terminale» è  pericoloso in quanto i pazienti sono visti come impossibili da curare portandoli a identificarsi loro stessi come «terminali».

Tuttavia, Yager e gli altri medici d’accordo con lui sostengono che, in casi di sofferenza prolungata, potrebbe essere plausibile il riconoscimento del fatto che il paziente è in una fase terminale della malattia mentale. E che i pazienti in queste condizioni possano avere un più facile accesso alle cure palliative e, in alcuni casi, anche al suicidio assistito.

Una questione difficile che apre a scenari pericolosi: 

Noemi soffriva terribilmente e avrebbe potuto pensare che quel suo male interiore avrebbe dovuto avere la stessa importanza di chi è colpito da un tumore inoperabile e chiede la morte assistita.

Un dibattito che allarma vista la grande diffusione dell’anoressia anche fra gli adolescenti, e addirittura tra i  bambini, e che ci pone dinanzi a un ‘eterno dilemma’:  i mali dell’anima, che si trasformano in mali del corpo, possono essere considerati alla stessa stregua dei dolori fisici eccessivi legati a malattie terminali che ‘giustificano’ la richiesta di schiacciare un bottone che ponga fine a tutto? Noi non ci poniamo certo a fornire risposte ad una domanda di una tale portata etica, morale, spirituale, ma umanamente siamo certamente consapevoli di come la sofferenza dell’anima possa rendere la vita un inferno pari alle malattie del corpo ma che la Vita è sacra in assoluto.

La mente e il corpo sono legati a doppio filo… un filo facile da spezzare.

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Sono Sandra Orlando, mamma di Anna e Andrea, laureata in Lingue e insegnante. Faccio parte dell'Associazione Accademia e collaboro come Editor a SCREPmagazine. Dal 2020 Sono redattrice ed Editor nella redazione della rivista di Cinema Taxidrivers per cui ho ricoperto il ruolo di Programmatrice e Head of editorial Contents . Amo la letteratura, il cinema, la musica ed in genere tutto ciò che di artistico “sa dirmi qualcosa”. Mi incuriosisce l'estro dell'inconsueto e il sorriso genuino dell'umiltà intelligente.  Scrivere fa parte di me. 

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