In questi giorni in cui siamo costretti in casa, la giornata scorre tranquilla tra le mura domestiche in cerca di qualcosa da fare per passare il tempo o per necessità: un po’ di televisione, un po’ di letture, un po’ di social, un po’ di noi e un po’ di noia. Va bene così, lo dobbiamo fare e lo faremo finché sarà necessario.

In questo tempo sospeso in cui sembra che ci sia stato un prima vissuto e ormai finito e un dopo che dovrà venire ma non si intravede ancora, si vive in una sorta di intervallo di sospensione, in attesa di tante piacevoli attività già programmate e mai realizzate. Si riuscirà a farle dopo? Non sappiamo se il mondo che troveremo quando finalmente avremo tutte le libertà momentaneamente perdute ce ne darà l’opportunità, forse sì, forse no.

Tanto vale, per riempire il vuoto, tornare tra gli amati libri. Proprio mentre sto tentando di dare un aspetto ordinato alle mie librerie in cui domina un perpetuo caos, mi trovo tra le mani un volumetto rosa, letto almeno dieci anni fa, che mi fa pensare al suo contenuto in cui ritrovo un pensiero che mi riporta all’oggi.

Il libro è scritto da Gershom Scholem e si intitola Walter Benjamin e il suo angelo.

Gershom Scholem (1897 – 1982) è uno studioso di cabala e di mistica ebraica, amico di Benjamin.

Walter Benjamin (1892 – 1940) è un filosofo, saggista e critico letterario che ha lasciato molti scritti ma esposti in maniera frammentaria, quasi la frammentarietà fosse il suo stile.

L’Angelo di cui parla Scholem è Angelus Novus, un dipinto di Paul Klee che ebbe nella vita di Benjamin un ruolo importante.

Benjamin acquistò il quadro e lo tenne sempre con sé appeso al muro della sua stanza; tolta la cornice, riuscì a portarlo con sé quando fu costretto a fuggire per evitare di essere fatto prigioniero dai tedeschi. Benjamin, infatti, era ebreo e nel 1940 si uccise proprio per non cadere in mano ai tedeschi.

Il quadro di Klee ebbe per Benjamin molta importanza perché, nel corso della sua vita, gli attribuì densi e sovrapposti significati: a volte assume l’aspetto delle cose che ama, della felicità, altre volte è un segno delle cose perdute, del rimpianto. Infine, però, l’angelo rappresenta la storia e scrive:

<< C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo sospinge irresistibilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta>> W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia

L’angelo, per Benjamin, fissa gli occhi sul passato da cui si allontana ma volta le spalle al futuro verso cui lo spinge una bufera che viene dal paradiso. Nel passato, dove gli uomini vedono solo eventi, l’angelo vede distruzione e morte che vorrebbe arrestare ma un vento impetuoso lo spinge, è il vento del progresso. L’angelo non salverà nessuno, in fondo è una figura malinconica che naufraga nell’immanenza della storia, non riesce a compiere quel salto che potrebbe diventare una rivoluzione (ricordo che Benjamin faceva parte della Scuola di Francoforte che si ispirava ai principi del marxismo) o una redenzione (ricordo che Benjamin era di religione ebraica e l’angelo non può compiere ciò che deve essere realizzato dal Messia).

Il progresso è una bufera impetuosa che travolge e non fa i conti con il passato, travolge irrazionalmente e dà infelicità agli uomini.

Proprio in questa critica della società, risalente ad anni passati trovo affinità con quella odierna: il progresso incontrollato, la ricerca del superfluo inutile, il pensare di avere solo diritti e non anche doveri ha cambiato il mondo e non sempre in meglio. Il periodo triste che stiamo vivendo potrebbe essere un periodo di ripensamento su effettivi bisogni e necessità.

Scholem, nel libro, ricorda che Benjamin, in una lettera molto malinconica che gli inviò il 26 luglio 1932, scriveva che nella propria vita aveva avuto << vittorie nelle piccole cose>> e <<sconfitte in quelle grandi>>. Benjamin aveva programmato di uccidersi il giorno dopo, non lo fece. Morì suicida, come dicevo prima, nel 1940.

Sfogliando il libro di cui ho detto, mi è tornato in mente un amico che non c’è più e con cui lungamente parlammo di questo e di tanto altro.

Anche questo è la quarantena: provare a fare ordine, affiorare di ricordi, di parole dette, di incontri e discussioni.

Io sto a casa. Fatelo anche voi!

Gabriella Colistra

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui