Abitudine o scienza?

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Qualche tempo fa, un amico mi consigliò di acquistare un libro in cui veniva raccontata l’amicizia tra David Hume, filosofo inglese ed Adam Smith, filosofo ed economista. Non trovandolo in libreria l’ho prenotato e ricevuto solo in questi giorni. Mentre guardo l’elegante rilegatura del libro mi colpisce, nell’ultima di copertina, l’affermazione che Hume sia il maggiore filosofo inglese. Mi fermo a pensare un attimo e sento dentro di me le parole di un mio professore di filosofia che, spiegandomi quale fosse il modo corretto di approcciarsi ad un filosofo, mi consigliò di ritenere che il filosofo avesse ragione, qualunque cosa scrivesse, le critiche, diceva, solo alla fine, dopo aver compreso bene il suo pensiero.

Sono d’accordo, ma io non ho ancora letto il libro, mi sto solo chiedendo se Hume sia il maggiore filosofo inglese. Mentre così penso, mi si pone davanti proprio lui, David Hume, la sua filosofia, il suo tempo, le sue ricerche.

David Hume (1711 – 1776) nacque in Scozia, ad Edimburgo, in una famiglia di piccola nobiltà. Essendo cadetto, gli venne assegnata una piccola parte del patrimonio familiare e quindi per mantenersi dovette lavorare e nello stesso tempo, dedicarsi alla filosofia che aveva preferito gli studi giuridici cui era stato destinato.

Hume vive nel ‘700, nel secolo precedente si era costruita l’immagine di una scienza rigorosa del mondo naturale, il filosofo vorrebbe estendere questo tipo di conoscenza all’uomo. Quando, però, inizia a confrontarsi con i filosofi che lo avevano preceduto nota che la filosofia o è una “metafisica malata” che aspira a conoscere ciò che è inconoscibile e si perde in lunghe e inutili dispute in cui raramente si trova un riferimento al mondo sensibile del quale facciamo parte, oppure è una chiacchiera vuota, semplice che non dà risposte alle sue esigenze.

Infatti, nella introduzione alla sua opera, Trattato sulla natura umana, scrive:

<<Ecco dunque, l’unico espediente per sperare di avere successo nelle nostre ricerche filosofiche: abbandonare il metodo tedioso ed estenuante seguito fino ad oggi, e, invece di conquistare poco alla volta un castello o un villaggio di frontiera, marciare direttamente verso la capitale o il centro di queste scienze, verso la stessa natura umana>>.

Non è che Hume non avesse filosofi di riferimento, quello a lui più vicino è John Locke (1632 – 1704) altro filosofo inglese di statura immensa che pose le basi dell’empirismo dell’età moderna e gli insegnò che non è importante ciò che conosciamo ma il modo in cui conosciamo. Prima di avventurarci su terreni nuovi dobbiamo considerare quali siano i poteri e limiti del nostro intelletto perché potremmo trovarci di fronte ad un oggetto che non sia alla portata della nostra intelligenza. Per Locke, quindi, dobbiamo credere solo all’esperienza perché solo essa ci fornisce dati certi che l’intelletto umano può ordinare, organizzare e far diventare conoscenza. Non esistono per lui realtà sostanziali né metafisiche.

Hume raccoglie anche l’eredità di George Berkeley (1685 – 1752) il cui pensiero può essere sintetizzato nel principio alla base della sua filosofia: esse est percipi (l’essere delle cose consiste nel loro essere percepite) che radicalizza l’empirismo di Locke; ma qualcosa Hume deve pure a Guglielmo di Ockham, anche lui inglese, ricordato per il suo “rasoio” al servizio del nominalismo medievale.

Hume andrà oltre i filosofi ricordati perché lo scopo della sua ricerca è quello di applicare il metodo sperimentale all’analisi dell’uomo e individuare le leggi che regolano fenomeni tipicamente umani come le idee, le impressioni, le credenze, la simpatia ecc. Per Hume alla base di tutto c’è l’esperienza che fornisce idee ed impressioni che vengono composte, secondo alcune regole, dall’immaginazione che non è la fantasia, infatti, se di qualche idea non si trova l’origine sperimentale, questa viene eliminata.

Qui troviamo qualcosa di veramente interessante: Hume anticipa di quasi due secoli quello che nella filosofia del linguaggio del Novecento sarà la teoria verificazionista del significato. Secondo questa teoria, prima di usare una proposizione bisogna verificare se il suo significato sia vero o falso e per fare ciò è necessario riferirsi all’esperienza. Tra i filosofi che ne faranno uso troviamo grandi personalità come Rudolf Carnap, Ludwig Wittgenstein, Karl Popper ed altri.

Tornando a Hume, i dati elaborati dall’immaginazione diventano relazioni tra idee e questioni di fatto. Nel caso delle relazioni tra idee possiamo avere delle certezze, per esempio: 6 + 6 = 12 è certo perché il valore del numero 6 e il valore del segno più sono stati stabiliti dall’uomo e sono rimasti  validi per tutti.

Nel caso delle questioni di fatto, che riguardano ciò che accade, si ha solo probabilità che siano, non si avrà mai certezza neanche facendo appello alla nozione di causa ed effetto; ciò perché l’idea di causa contiene un riferimento al futuro, futuro del quale non abbiamo nessuna esperienza. Eppure, nel quotidiano non notiamo tutte queste difficoltà, il filosofo risponde che è solo l’abitudine a farci credere che le cose andranno in un certo modo ma se sottoponessimo questa credenza all’esame della ragione, ci renderemo conto di non trovare elementi per giustificarla.

<< Non è dunque la ragione guida della nostra vita, ma l’abitudine. Essa soltanto muove la mente, in tutti i casi, a supporre il futuro conforme al passato. Per quanto facile possa sembrare questo passo, la ragione non sarebbe mai in grado di compierlo per tutta l’eternità>>.

 La posizione del filosofo è scivolata nello scetticismo, atteggiamento filosofico di chi nega o dubita della possibilità che la mente umana possa conoscere.

Una posizione così radicale suscitò le critiche di molti ma anche l’interesse di Immanuel Kant che riconosce come Hume lo abbia svegliato dal <<sonno dogmatico>> in cui era caduto:

<<Io lo confesso apertamente: è stato l’avvertimento di David Hume che molti anni fa primamente ruppe il sonno dogmatico e diede alle mie ricerche nel campo della filosofia speculativa un tutt’altro indirizzo> I. Kant, Prolegomeni.

Grazie a Hume, Kant trova le condizioni della possibilità della conoscenza ed esclude da questa possibilità la metafisica. Lo scetticismo di Hume non è dei più radicali, egli non giunge a negare la validità di ogni asserzione ma sostiene, come ho cercato di dimostrare, che le relazioni tra le idee sono certe; le questioni di fatto, che riguardano ciò che avviene quotidianamente, sono dominate dall’incertezza.

Hume si occupò anche di morale di politica e di religione; in ognuna di queste ricerche, trasferì le convinzioni che lo avevano guidato trattando il problema della conoscenza. Alla luce di tutto ciò mi chiedo di nuovo se sia il migliore, so che è un grande filosofo che ha lasciato dietro di sé semi che hanno prodotto le più interessanti filosofie.

Nonostante questi meriti, il filosofo inglese incontrò anche molte opposizioni soprattutto da parte degli ambienti religiosi, difensori dell’ortodossia. Hume riuscì a mantenere la calma ed egli stesso scrive:

<< non essendo di carattere molto irascibile, riuscii tuttavia facilmente a tenermi in disparte da tutti gli alterchi letterari >>.  Ancora di sé scrive nella sua Autobiografia: <<Ero un uomo di carattere mite, padrone del proprio temperamento, di umore aperto, socievole e brioso, capace di amicizia e ben poco capace di inimicizia, estremamente moderato in tutte le sue passioni >>.

E’ difficile non essere d’accordo con il rigore logico che fa giungere Hume alle conclusioni a cui arriva e poi, la docilità del suo carattere, gli illuministi francesi lo chiamavano “le bon David”, lo rendono simpatico. Non tutti condivideranno ciò che dico, ci sono quelli che cercano la metafisica o un mondo illusorio che riempia l’animo di gaiezza e falsa sicurezza o ancora, quelli che vogliono un mondo ordinato e pieno di certezze. Credo che tutti i pensieri abbiano legittimità di essere espressi se a guidarli sono il buon senso e la ragione.

Gabriella Colistra

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