“a tu per tu con…” Valentino Losito e il suo libro “ZITTI ZITTI, PIANO PIANO”

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“E ora, zitto zitto, te ne vai a letto. Non è ora di andare in giro e perché fa troppo caldo e perché vanno in giro i cinesi.”

Era la frase che pronunciava mia madre per costringermi d’estate a non andare in giro dopo aver pranzato.

E io, piano piano, mi facevo due rampe di scala e andavo a letto, standomene però, per alcuni minuti, dietro la persiana del balcone per dare uno sguardo ai “cinesi”.

Ma di “cinesi” nemmeno l’ombra… così come di mariottani, ovvero dei miei concittadini di Mariotto!

E allora, giorno dopo giorno, nasceva in me la convinzione che mia madre voleva trasmettermi qualche messaggio…

Un giorno le chiesi il motivo vero per cui nelle prime ore pomeridiane dell’estate bisognava tapparsi in casa con le imposte chiuse e vivere nel silenzio della penombra.

La risposta?

 “Questo è il tempo della controra, è il tempo della riflessione su quanto avvenuto nel corso della mattinata, è il tempo della lettura di qualche favola, dello sfogliare qualche giornalino…”

Ed ecco… la controra, con il passare degli anni, è diventata sempre più la mia seconda casa dove, e non solo d’estate, mi rintano, mi isolo in una sorta di ozio attivo per scovare nella mia intimità e nei meandri più nascosti del mio animo, e di questo ringrazio continuamente mia madre, la cui dolce voce, zitta zitta, piano piano, ogni pomeriggio mi invita ancora a isolarmi e riflettere…

Sì, zitta zitta, piano piano, sul simile di quel “ZITTI ZITTI, PIANO PIANO”, ultima fatica letteraria del giornalista e scrittore Valentino Losito, edita da SECOP edizioni.

“Per me – sottolinea Valentino Losito – la “controra” è rimasta a lungo una vecchia soffitta abitata nei lunghi pomeriggi estivi dell’infanzia e poi rinchiusa con tutto il suo carico di ricordi e di mistero. Un antro, quasi una “selva oscura”, un luogo della memoria abbandonato, rimosso e consegnato ad un muto ed indescrivibile racconto. Una soffitta con il suo armadio decrepito, i suoi bauli sparsi e i molti oggetti impolverati e illuminati dalla poca luce proveniente da una piccola finestra.”

Fiore – Le ore della controra sin dai tempi antichi sono oggetto di varie credenze, vengono considerate avverse all’attività per il sole e il caldo e diventano un momento di attesa e di riposo.

Anzi, per dirla con Luciano De Crescenzo: […] si tratta di un’ora contraria, cioè di un’ora che va vissuta come un’ora della notte a letto e nel buio di una stanza.

Secondo te perché si torna in un luogo come quello e soprattutto per cercare che cosa?

Losito – Il ciclo della vita, lo scorrere del tempo, la nostalgia delle prime vacanze al mare, del tempo lento delle villeggiature, mi hanno portato a rivisitare la “controra”. Non per trovare qualche oggetto dimenticato e abbandonato, ma spinto dalla curiosità di frugare fra vecchie cose, alla ricerca di una vibrante emozione che solo certi luoghi sanno offrire. Ho riaperto la cigolante porta della soffitta della “controra” e ne ho varcato la soglia, con un misto di paura ed eccitazione. 

Ogni minimo rumore, ogni scricchiolio, ogni fruscio apparivano amplificati dalla paura ma subito mitigati, anzi esaltati dalla curiosità, tanto da catturare continuamente la mia attenzione. E’ stato bello aggirarsi per quella soffitta: è stato l’inizio di un viaggio meraviglioso ed esaltante, una scoperta continua di storie, terre, leggende, musiche, personaggi e filosofie.

Fiore – Cosa vi hai trovato?

Losito – Vi ho trovato le Sirene che volevano ammaliare Ulisse non con il canto ma con il silenzio, il demone meridiano che tentava i monaci, il pomeriggio “troppo azzurro e lungo” di Celentano, la pennichella di Alberto Sordi, il pisolino da papa di Andreotti, la maestra noia di Andrea Camilleri, la sciacquetta dei poveri bar di paese, il mistero tutto napoletano della Bella ‘Mbriana, le origini della “siesta”, la gelosia di amori vissuti all’ombra delle persiane, la canottiera, meraviglioso vessillo delle vacanze dei poveri. Ho ritrovato e riscoperto le mie belle e straordinarie radici di meridionale, le luci, il clima, i colori, gli odori del Mediterraneo, i grandi valori della nostra terra e del suo antico e meraviglioso umanesimo.

Fiore – Altro?

Losito – E quei pomeriggi estivi nell’ombra, con il loro vuoto apparente che restituivano il vero significato alla parola vacanza. La controra induceva, quasi obbligava, come scrive Michele Serra, ad oziare, a sospendere i propri negozi, a scendere almeno per un attimo dal convoglio del tempo organizzato. La saggezza degli antichi invita a prendersi qualche ora del giorno in cui lasciare scorrere il tempo senza fissarlo a scadenze e appuntamenti, evitando di abusare del vuoto riempiendolo di troppe voglie e di troppo divertimento, come moltissimi fanno in estate trasformandola in una febbrile successione di cose da fare.

Fiore – Perché tutto questo?

Losito – Perché c’è un diritto alla spossatezza, al corpo abbandonato, allo spirito rilasciato e lasciarsi instupidire dal canto delle cicale è una delle maniere più dirette e radiose per ritornare all’infanzia.

Già, il canto delle cicale… un canto che accompagna in questa torrida e surriscaldata estate per lungo e per largo le presentazioni di ZITTI ZITTI, PIANO PIANO.

E mentre il frinire delle cicale diventa sempre più assordante nel corso dell’evento -presentazione del libro presso i Giardini Pensili di Bitonto mi raggiunge il Prof. Nicola Pice, POresidente della Fondazione De Palo Ungaro e autore di una mirabile recensione del “libricino lositiano”, che, vedendomi con il libro in mano, sottolinea:

“In questo libro, atipico e sorprendente, Losito rilegge ovvero riscopre il senso della parola ‘controra’ attraverso un emozionante itinerario concettuale ricco di suggestioni, sviluppando un’indagine rigorosa – chiamiamola pure filologica ed euristica – che comporta anche un piacevole e divertente sconfinamento nei più diversi campi e con accostamenti inattesi.

Il libro, il cui titolo  evoca  il corale di un celebre terzetto del “Barbiere di Siviglia” (“Zitti zitti, piano piano / non facciamo confusione”, nel finale del secondo atto),  è costantemente sorretto dal piacere del  raccontare, che poi è anche un raccontare di noi e talora di sé: un raccontare che ti cattura, prende posto in ognuno di noi e si deposita nei ripostigli più tortuosi delle nostre emozioni. Le memorie riaffiorano e permettono di confrontarle e riconoscere la nostra appartenenza, le nostre radici.”

Fiore – Per esempio?

Pice – Da noi un tempo, e tu, caro Vincenzo, questi episodi  li hai certamente vissuti, la controra era legata al sacro rito della cacciata delle mosche dalla stanza d’ingresso di casa: venivano socchiuse tutte le finestre, si incaricava un bambino – quante volte mi è toccato questo compito! – di aprire e chiudere a tempo opportunamente cadenzato la porta d’ingresso, mentre una donna di casa (la nonna, la madre, la zia) si spostava in lungo e in largo per la stanza sventolando uno strofinaccio da cucina: le mosche a quello sventolio finivano per spostarsi verso la luce filtrante attraverso l’apri-chiudi della porta, trovando così il varco per svolazzare all’esterno. Solo allora, dopo quella fuga precipitosa delle mosche, ci si poteva concedere alla quiete della controra, adagiandosi sul divano o sedia a sdraio che fosse.

La bella controra, ovvero l’ora contraria ad agire e a lavorare, poteva cominciare, sciogliendo ogni legame col tempo.”

Fiore – Così come comincia ZITTI ZITTI, PIANO PIANO…

Pice – Sì… e non a caso Losito nel primo capitolo del suo libro cita il passo del Fedro di Platone in cui il mezzogiorno è definito «l’ora […] che si dice immota»: in questo periodo di tempo il sole si arresta a metà del suo corso e rende infuocati il cielo e la terra; le cicale cantano e inducono torpore mentale, gli uomini abbandonano i luoghi aperti e si rifugiano al coperto, nelle grotte o nelle case per riposarsi.

In quel momento escono Pan, le Ninfe ed altre divinità, che possono invasare e possedere gli incauti che escono.

Nel dialogo platonico Socrate, infatti,  così si esprime:

«In questo luogo sento una presenza divina, così che non ti devi sorprendere se procedendo nel  discorso io ne sarò posseduto» e descrive quindi uno stato allucinatorio: «Sento il petto tutto gonfio, non ti sembra […] che io sia tutto preso da un’ispirazione divina?» ( Fedro ,  238c). 

Fiore – Si può ipotizzare con questi particolari del dialogo l’inizio di un nuovo modello per la letteratura europea?

Pice – Assolutamente sì…

Possiamo infatti affermare senza ombra di dubbio che questo momento del dialogo platonico è l’inizio di un modello di grande vitalità per tutta la  letteratura europea, nel quale l’amoenitas è lo sfondo ideale della meditazione filosofica o della ricreazione dello spirito.

Il locus amoenus non è più solo il riparo dalla calura, causa di benessere fisico e felicità sensoriale, ma segno di un privilegio: è un recinto ideale al cui interno hanno luogo le nobili occupazioni del pensiero libero.

Occupazioni improntate a valori non pratici, ma di godimento estetico, prive di frutti di immediata utilità: così questi immaginifici luoghi verdeggianti diventano il luogo simbolico dell’otium.

Fiore – Nella tua recensione parli dell’esistenza nel “libricino lositiano” di ‘pagine stravaganti’…

Pice – Sì… è ricco di ‘pagine stravaganti’ e di ‘stravaganze’ ovvero di pagine vaganti su una vasta mappa, prodotte da una nativa, segreta, sconfinata curiosità culturale.

E quindi ‘stravaganti’ anche  perché ‘variegate’.

La specificità di questo libro è proprio la gran varietà di argomenti ‘giranti’ intorno alla controra che felicemente ‘stravagano’ in grazia dell’ampio respiro che sostiene le diverse pagine coinvolgendo noi lettori con il suo raccontare storie che sono spesso mosse dalla forza della memoria e ci aiutano a scoprire parte di noi, ad intessere tutto e tutti, passato e presente. 

Si spiegano così le varie perlustrazioni che si riscontrano nel libro.

Ora la spiegazione etimologica di termini in certo qual modo imparentati con ‘controra’ (papagna, pisolare, schiacciare, fiacca, pennica, divano, gelosia, canottiera), ora la rassegna di miti, favole e leggende come il mito meridiano nell’accezione platonica e poi in quella del Vecchio Testamento, ovvero il demone “Keteb” che nella tradizione cristiana assale il monaco a metà giornata con la tentazione della lussuria, del potere o della ricerca del piacere; il mito delle Sirene con il loro canto o il loro silenzio; la leggenda della bella ‘Mbriana’; la siesta di Miguel, l’eroe messicano dell’indimenticabile carosello televisivo; la fiaba di Italo Calvino che racconta del turco che vuole insegnare al figlio di quattordici anni a battere la fiacca.

Poi ecco farsi racconto ovvero ‘tessuto’ di canzoni, di film, di linguaggi: un ‘tessuto’ che si fa ‘rammendo’ e ‘rammento’ ovvero ‘riallaccio’ di fili indelebili che attraversano storie di luoghi e tempi diversi e ‘richiamo’ alla mente di trame di culture che ci legano fortemente gli uni agli altri e ci fanno aprire al futuro con sentimenti di fiducia e di speranza.

Valga per tutti il cenno alla sacra rappresentazione della passione del grano raccontata nel docufilm di Lino del Fra, che descrive l’antico rituale contadino che si svolge in Lucania nel momento della mietitura: per “vendicare” la morte del grano, i contadini cacciano e uccidono il capro, animale mitologico responsabile della morte delle messi e del periodo di “vuoto vegetale” (l’inverno): il capro è interpretato da uno dei contadini, braccato dai mietitori che mimano la sua uccisione.

La seconda fase del rito prevede che si spogli una donna e si donino le sue vesti ai campi: una contadina viene circondata dai mietitori, che iniziano a spogliarla con le falci, ma non completamente grazie all’offerta di vino delle altre donne.

Infine anche il padrone viene spogliato e lasciato in mutande, così da costringerlo ad offrire il vino ai contadini al termine della rappresentazione.

Si dà spazio al tema della ‘controra’ trattata dai grandi pittori (Van Gogh, Paul Gauguin, Pablo Picasso, Giovanni Fattori; Domenico Cantatore, Francesco Speranza); dai grandi poeti (Leopardi, Baudelaire, D’Annunzio, Saba, Montale, Bodini, Pierro, Scotellaro, Sinisgalli) e dai grandi scrittori (Piovene, Sciascia, Bufalino, Brancati, Tomasi di Lampedusa, De Crescenzo, Camilleri) e nondimeno da canzoni che hanno segnato la nostra vita, sarà Celentano con la sua ‘Azzurro’ o Battisti con la sua ‘Acqua azzurra, acqua chiara’ o le canzoni di Battiato e magari anche il celebre ‘Adagio’ di Mahler.

Né mancano puntualizzazioni filosofiche sul tema dell’ozio, sicché si passano in rassegna concetti importanti quali atarassia, aponia, otium/nec otium, apatia, asychia, λάθε βώσας, persino la sentenza benedettina fondata sull’esperienza e sulla aurea regola ora et labora non sine requie meridiana”.

Fiore – Possiamo quindi affermare che Valentino Losito con le tante storie tirate fuori dalla vecchia soffitta ha ridato il significato originario alla parola “controra”.

Pice – Non solo… ma ci fa anche comprendere che se impariamo ad abitare la parola, ci apriamo a più ampi orizzonti, e nel caso della ‘controra’ scoprire o riscoprire la sua portata luminosa e la sua dimensione verticale.

Illuminante al riguardo quanto ha sostenuto il poeta greco Ghianni Ritsos: le parole sono come ‘vecchie prostitute che tutti, spesso, usano in malo modo’ ed è al poeta che tocca restituire loro la verginità.

Il poeta in questo caso è Losito, che restituisce verginità, senso, dignità e vita alla parola ‘controra’.

Una parola che smontata e rimontata riesce a dare a ciascuno di noi una nuova comprensione della nostra identità di uomini del sud, un nuovo senso al nostro passato, al presente e al futuro, come singoli e come collettività solidali.

Quindi la controra è quel momento del giorno in cui si sta in casa, in cui non sta bene uscire, in cui ci si riposa o si parla attorno ad un tavolo; è l’interruzione volontaria del fluire del tempo nell’attesa che riprenda a scorrere negli impegni quotidiani, “è – come afferma Marcello Veneziani, autore della prefazione di ZITTI ZITTI, PIANO PIANO, –  l’ora contraria all’agire, al lavorare, all’agitarsi. L’ora che scioglie il legame col tempo. Ignorata dai dizionari e dai linguaggi commerciali, la controra è la chiave d’accesso ai misteri del sud, di tutti i sud del mondo, a cominciare dal nostro, italiano e mediterraneo. È là, nella controra, il tabernacolo antico di una mentalità che si è fatta paesaggio, di un tempo morto che si è fatto luogo; la controra è il trionfo dell’andamento lento, anzi della vita immobile, fuori da ogni tecnica e da ogni criterio economico. Puro spreco e pura inazione. Come le processioni del sud, dove si fa un passo avanti e uno indietro e mai si procede”.

Valentino Losito è nato a Bitonto, dove risiede. Sposato, è papà di Caterina, Anna Chiara e Lorenzo.

Giornalista professionista dal 1991, ha iniziato a Puglia, quotidiano diretto da Mario Gismondi.

Ha poi lavorato per 25 anni alla Gazzetta del Mezzogiorno, dove è stato capo servizio di politica interna e poi vice caporedattore centrale.

Collabora con il “Corriere del Mezzogiorno”.

È consigliere nazionale dell’ordine dei Giornalisti e componente della segreteria del Comitato Tecnico Scientifico che si occupa di Formazione e delle Scuole di Giornalismo.

Da maggio 2013 a ottobre 2017 è stato presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia di cui era stato segretario dal 2007 al 2010.

Per SECOP edizioni ha scritto “E la chiamano estate – quando andavamo in villeggiatura”, un fortunato libro di brevi racconti sulle vacanze degli anni ’60 e ’70 e un libro di poesie “Sia fatta la volontà del silenzio”.

Nel 2016 a Cerignola gli è stato consegnato il Premio Letterario intitolato a Nicola Zingarelli.

a tu per tu con…

ZITTI ZITTI, PIANO PIANO di Valentino Losito

a cura di Vincenzo Fiore

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

 

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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