Covid-19… le nostre speranze

Il Paese Italia si avvia sempre più verso “la normalità anormale” del post Covid-19 bombardato dalle “iniziative per il rilancio 2020-2022” del Piano elaborato dalla task force di Vittorio Colao,  che vorrebbe dare vigore e slancio alla ripresa e farci uscire il prima possibile fuori dalle secche dell’emergenza coronavirus, martellato da sabato scorso e sino al 21 giugno p.v. dagli Stati Generali dell’economia ovvero dalle idee di “Progettiamo il rilancio” tra scontri, divisioni, porte chiuse, polemiche anche dure come quelle buttate nel verde di Villa Pamphilj, a Roma, dalla Confindustria di Bonomi con il suo libello “Piano 2030 delle imprese”.

E intanto il Paese non riesce a togliersi di dosso la paura e il timore della eventualità di rientrare nel tunnel della ricaduta, come temono alcuni settori della scienza, per non parlare dell’inchiesta penale sulle varie manchevolezze e colpe sui ritardi  nel mettere in campo idonee misure per evitare la diffusione del contagio e la non proliferazione dei decessi tra i civili e le categorie degli operatori della sanità.

Un Paese che ha perso, perché l’ha persa, una grande occasione…

Quale?

Creare, costruire una coesione nazionale che in questi giorni, quando i buoi sono ormai scappati dal recinto, il Presidente del Consiglio si affanna a cercare e a richiedere!

E da qui il timore che questo Paese non ce la farà.

Perché, come giustamente scrive il giornalista Peppino Caldarola, “per la prima volta nella sua storia repubblicana ciascuno è straniero nella patria dell’altro. E’ il contro-Risorgimento.  Poi quanta colpa abbia Conte, quante ne abbiano gli altri della maggioranza, soprattutto i grillini o i pallidi piddini, e quanta deriva ultra radicale abbia colpito la destra di Salvini e Meloni è altro discorso. Ma questa Italia non ce la farà mai se non avrà un potere forte in Parlamento e forte nella pubblica opinione. E’ questione di leadership”.

E il Paese reale, quello che dovrebbe contare, da Forlì, a Bari, a Novara, a Favara, a Termini Imerese continua il suo viaggio sui binari della tristezza…  

Valentina Bertaccini di Forlì, 42 anni, lauree in conservazione dei beni culturali e teologia, insegnante IRC, pittrice

E’ evidente che l’emergenza del Coronavirus sta cambiando profondamente le nostre vite, mettendoci in una condizione che ci servirà da lezione per il futuro.

Mentre ci mobilitiamo perché questa fase non diventi un’occasione di ulteriore isolamento ed emarginazione reciproca, in particolare per i più poveri e dimenticati, è importante trarre dalla vicenda che stiamo vivendo qualche motivo di riflessione.

Si tratta di una crisi per molti aspetti nuova, spiazzante e anche imbarazzante, che investe, per la prima volta in questa forma, anche il nostro mondo ricco e industrializzato; e che per di più ci mette “dalla parte sbagliata” del mondo, tra coloro che sono rifiutati e criticati in maniera anche un po’ ingiustificata e generalizzata.

E questo, in tempi di “prima gli Italiani”, non può che farci riflettere.

Ma le dinamiche che stiamo vivendo, nuove per noi, non sono sconosciute in quei Paesi che hanno subìto in tempi anche recenti il passaggio di flagelli come l’epidemia da Ebola, che ha duramente colpito, pochi anni fa, alcuni  tra i paesi più poveri dell’Africa Occidentale, per non contare tutte le altre “epidemie” che quotidianamente colpiscono i paesi poveri e che, nel silenzio, continuano a mietere vittime suscitando poca o niuna solidarietà.

Il primo elemento che occorre sottolineare è proprio questo: nessuno è veramente al sicuro e la salute è veramente un “bene pubblico globale”, che va difeso a beneficio di tutti, e dove il pericolo non arriva con l’umanità disperata che attraversa il mediterraneo a bordo di “gusci di noce”.

Siamo in un momento in cui, oltre al dramma della diffusione di un virus ancora poco conosciuto, vediamo il dramma di una umanità trattata come carne da macello: progetti politici che trovano facile sponda in chi invoca “quarantene” punitive, mentre il virus si diffonde serenamente attraverso settimane bianche e feste di carnevale…

Stiamo vivendo una fase talvolta paradossale, dove i messaggi e i comportamenti spesso non considerano nel modo più assoluto il vissuto di intere categorie di persone.

A partire dal monito “restiamo a casa”, specie se rivolto anche a chi una casa non ce l’ha in Italia come in tutto il resto del mondo più o meno globalizzato…

Le emergenze sanitarie colpiscono tutti e hanno bisogno del concorso di ciascuno per essere fronteggiate, in una condivisione di tutte le risorse che possono essere messe a disposizione.

Ed in questo, nel massimo sforzo di tutti gli enti pubblici e privati, il ruolo dei poteri pubblici è fondamentale: occorre riflettere sul fatto che uno Stato indebolito, finanziato con un carico fiscale spesso ingiustamente ripartito e dove esistono ancora aree importanti di evasione ed elusione, rappresenta l’ultimo baluardo alla salute di tutti e di ciascuno.

Uno Stato, che già sopporta eccessive diseguaglianze, non può crearne di nuove, anche potenziali, o solo ipotizzare di rafforzarle ancora di più, o indebolire la capacità di risposta di un settore pubblico che assieme alle forze della società civile rimane l’unico a garantire i diritti dei più deboli.

Ma esiste un’altra considerazione che deve essere fatta.

Tra le terapie sperimentali che vengono utilizzate per l’attuale epidemia vi sono anche vari “cocktail” anti retro virali: le stesse medicine impiegate per fronteggiare la diffusione dell’AIDS.

E le stesse medicine che furono al centro di un lungo e faticoso dibattito sulla proprietà intellettuale (e dei relativi costi), talvolta protetta in modo del tutto squilibrato, anche a discapito delle esigenze di salute pubblica.

Non è un caso che il Forum Disuguaglianze e Diversità, a cui partecipa anche la Caritas Italiana, identifichi in questo elemento la prima questione da porre per un percorso verso una società più giusta: sostenere il ruolo della conoscenza come bene comune.

Questo richiede di modificare l’accordo internazionale TRIPs sulla proprietà intellettuale, di promuovere con l’Unione Europea un nuovo accordo internazionale sulla ricerca medica, di rafforzare il potere degli Stati nella negoziazione dei prezzi dei farmaci e delle terapie, a maggior tutela dei più poveri ed esclusi.

La stessa disomogeneità che si produce a livello globale, dove la maggiore esposizione alle ondate epidemiche si trova nei paesi poveri, si riproduce nelle nostre società, quando si cerca di capire chi sta pagando il prezzo maggiore di questa situazione: si tratta di coloro che già vivevano delle forme di fragilità o di vulnerabilità sia da un punto di vista sanitario che da un punto di vista psicologico, sociale ed economico.

Esiste, in Italia e nel mondo, una fascia importante di popolazione la cui sussistenza è strettamente legata all’attività quotidiana, talvolta con il ricorso a servizi assistenziali, talvolta in una economia di limite, spesso ai margini del circuito economico formale, le cui “riserve” personali, familiari e sociali non sono sufficienti a far fronte ad un rallentamento delle attività, in pratica con una ridotta possibilità di “resilienza”.

Oltre a chi vive ai margini, occorre però ricordare coloro che pur essendo normalmente inseriti in un circuito economico dinamico e virtuoso soffrono i contraccolpi economici dei fatti di questi giorni: soprattutto coloro la cui scala di attività consente solo un certo grado di capacità di risposta a shock esterni, e solo purché limitati nel tempo: piccoli imprenditori, artigiani, professionisti, ecc.

Sono tantissimi i settori economici coinvolti in questo rallentamento, e tantissime le famiglie e le persone che si troveranno in difficoltà a causa di questi eventi.

Si tratta di famiglie, persone, operatori economici che rappresentano un tessuto fondamentale nella nostra economia e sono stati in molti casi già messi duramente alla prova da una lunga fase di crisi economica.

A partire dal settore non profit attivo nel sociale, con l’aggravante che a farne le spese sono ancora i più poveri e svantaggiati, destinatari dei loro interventi.

Per non parlare degli altri aspetti negativi di questo invisibile, terribile e sconosciuto nemico.

Un abbraccio, una stretta di mano e ti infettavi…

Di conseguenza la paura e la morte ci hanno portato via il sonno e la serenità.

La storia ci insegna, che le epidemie esistono da sempre, nei paesi del terzo mondo si muore ancora di malaria o tubercolosi, ma il nostro occidente aveva dimenticato il fantasma della peste, della malaria o della lebbra.

In alcune religione la malattia è legata al peccato, i lebbrosi nella bibbia erano emarginati dalle città e allontanati da tutti come se Dio avesse macchiato la loro vita.

E ancor oggi vediamo come la malattia sia per molti da non dire, chi ha sintomi o disagi è rimasto chiuso i casa, qualche vecchietto è morto in casa solo.

La cosa tragica è stata l’assenza di tamponi, la mancanza iniziale di organizzazione negli ospedali, e il numero dei morti… così tanti da trasportarli con i camion militari ai forni crematori di altre città!

Morti soli, sepolti soli.

Un aspetto terrificante è stata la mancanza di respiro.

Io soffro da tempo di bronchite asmatica e spesso per una tosse devo far uso del Ventolin di notte per riprendere a respirare.

Solo chi prova o chi ha visto qualcuno senza respiro capisce la drasticità della cosa.

Ad ogni respiro mancato senti la vita scappar via.

Aspetti positivi?

La solitudine, il silenzio, il tempo, il poter ridare spazio ai propri hobby.

Nella solitudine abbiamo ripreso improvvisamente a  guardarci fuori e dentro grazie al tempo e al silenzio.

Margherita Lovino di Bari, pittrice

Sono pervasa dalla tristezza…

Lara Iacono di Favara, 28 anni, studentessa

I pregi e i difetti dei giovani di oggi

Non è una domanda facile alla quale  poter rispondere in un batter d’occhio!

I giovani di oggi sono un po’ più  “complicati”.

L’uso del web, dei videogames, dei media ha reso il bambino o l’adolescente molto più intelligente ma al contempo lo ha distolto da quei giochi, approcci, chiacchiere e argomenti tipici e tradizionali alla loro età.

Facendo riferimento alla “ragazza” di oggi: essa cresce subito, si trucca anche all’età di 10 anni e veste un look da donna a soli 12.

Abbandonando il gioco con le bambole, oppure quello che da piccoli definivamo ” mamma e figlia”, dove era la fantasia a  prevalere, l’adolescente esce e si relaziona con il mondo degli adulti, tra serate, ballo, sigarette, cocktails e a volte, perché no, si imbatte in corteggiamenti, spesso deludenti dopo la scoperta della vera età.

Questa, purtroppo, è la parte meno carina della gioventù di oggi.

Ma essa porta con sé una pluralità di vantaggi: i ragazzi sono più aggiornati, a scuola sono molto più seguiti, perché anche le maestre o i professori sono molto più preparati, hanno voglia di informarsi e di crescere culturalmente.

Per questo viaggiano, condividono opinioni e partecipano a molti progetti di studio e svago riguardanti la società.

Spesso hanno già le idee chiare su come e cosa fare dopo le superiori, sono meno impacciati, riescono ad affrontare attraverso le varie esperienze vissute le varie problematiche che sorgono nel vario flusso della vita.

Essi riescono, dunque, ad alternare l’utile al dilettevole.

Io personalmente mi colloco in una “fase di mezzo” con un lento passaggio dal “tradizionale” al “moderno”…

Ho avuto la possibilità di conoscere il “non tecnologico”, dalle giocate con gli amici per strada, alla Barbie, ai cartoni animati, alla capanna sul balcone costruita con le lenzuola, agli “squilli”, ai 4000 sms gratis, alle prime uscite con gli amici con rientro alle 24, alle chiamate dal telefono fisso, alla scoperta del browser nel cellulare, alla iscrizione su Facebook.

Sono diventata donna piano piano…

Piano piano, appunto, mi sono ” innamorata” della Letteratura e delle Lingue Straniere, le quali, come afferma un detto ceco, permettono di aprire le mente e l’anima ad altri mondi, intraprendendo un percorso in cui credo  fermamente.

In conclusione, auguro ai giovani di oggi, di assaporare ogni momento della vita, senza “anticipare” il tempo.

C’è tempo per crescere! Ad meliora et maiora semper!

Marica Di Perna di Novara, 62 anni, diploma perito commerciale, impiegata e corrispondente in lingua tedesca per diversi anni

Ho avuto paura ed ho ancora paura…

La vita deve riprendere, ed è giusto.

Mio marito ha sua mamma ultra novantenne ad Altamura.

Vorrebbe riabbracciarla ma per quest’anno abbiamo deciso per il no!

Abbiamo paura…

“E se fossimo asintomatici?”

O se nel percorso ci dovessimo infettare?

Rita Elia di Termini Imerese

Non risulta facile esternare quanto fluttua nel mio cuore in un periodo quale quello che stiamo attraversando, così disastrato per tutto il pianeta.

Innumerevoli i sentimenti angoscianti, i dubbi, le incertezze che si accavallano nella nostra psiche messa a dura prova da un nemico sconosciuto, invisibile, che ha colpito in maniera indiscriminata, che ha fatto crollare tutte le nostre certezze e ci pone di fronte a tante incognite sul futuro dell’umanità, sul fronte dell’economia mondiale.

Il tempo del lockdown è stato uno scorrere lento, senza fretta, racchiusi in casa come in un bozzolo, aspettando di ritornare a volare.

Ma non è stato per tutti così.

Ho pensato a tutte le famiglie degli ammalati, a tutti i contagiati in terapia intensiva, a tutti i medici e personale sanitario e alle loro famiglie.

Mi svegliavo al mattino e mi chiedevo: è un incubo o è realtà?

Purtroppo nuda e cruda realtà! Quanti morti nel pianeta! Tanti, tantissimi e senza il conforto di un congiunto accanto!

Ho ringraziato Dio per il dono della salute, per avere accanto a me marito e figlia; le due sposate ed i nipotini visti attraverso le video chiamate con la speranza di riabbracciarci presto.

E adesso cosa ci aspetta?

I nostri nipoti ritorneranno sui banchi a settembre?

Torneremo alla normalità?

Ipotesi pessimistiche ci giungono dai palinsesti che lasciano presagire anni molto duri dal punto di vista economico oltre alle profezie di sventure riguardo ad una nuova ondata di contagi in autunno.

La cosa migliore, mi dico, è vivere alla giornata pensando all’oggi.

Il domani è un’incognita e nessun essere umano ha potere su di esso.

Mi torna in mente la famosa frase di Rossella O’Hara nel film “Via col vento”: dopotutto, domani è un altro giorno!

Ed io aggiungo d’accordo con Lorenzo de’ Medici: viviamoci l’oggi, “di doman non c’è certezza”.

… a cura di Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

2 Commenti

  1. Caro Vincenzo leggo sempre volentieri quelle tue sottili “provocazioni” fatte per stimolare un dibattito che spesso stenta a decollare. Cerco comunque di fare un’analisi sul “Ce la faremo” ormai di moda in tutti i salotti. Parto dal presupposto che non tutto sia negativo, gli italiani solitamente nei momenti più duri e difficili, tirano fuori gli attributi se mi consenti l’espressione e risolvono a loro modo le cose senza guardare in faccia nessuno. Purtroppo stavolta la vedo dura, qui si tratta di un rapporto di fiducia che si è incrinato non solo con la società o la politica ma con se stessi. Ed è questo il lato forse più preoccupante, l’apatia e il disinteresse nel cercare di capire il problema. Se vogliamo analizzare il Corona virus e i comportamenti che ha generato nella nostra società, abbiamo visto la quasi totalità delle, persone obbedire agli ordini impartiti dagli scienziati e non dai politici, poi una volta passata la bufera, si fa per dire, i politici si sono ripresi il testimone e siamo tornati alla Torre di Babele. Ovvio che quelli virtuosi ci sono rimasti male, da qui la negatività nei confronti di chi predica tarallucci e vino e chi si trova col cerino in mano a pagare pegno per tutti, vedremo come andrà a finire. Diversa la cosa sulla gestione economica-sociale che sicuramente diventerà una bomba pronta a scoppiare se non ci si pone una toppa almeno momentanea in attesa di programmi migliori. Non amo Conte anche se non essendo un politico mi da qualche garanzia in più di questi ultimi, ma non amo neanche chi urla senza proporre nulla di alternativamente credibile, come non mi piacciono i quaquaraquà che fanno da cornice in Parlamento stando al cellulare senza almeno fare finta di partecipare…In sostanza non mi piace questa politica che per me vecchio, ormai passati i 70 non si riconosce nella conduzione della cosa pubblica come si era soliti fare una volta quando a fronte di dure battaglie da parte di chi era all’opposizione rispetto a chi aveva il potere, nei momenti di grave difficoltà del paese si trovava un minimo comune denominatore per la salvezza della nostra società. Dalla fine della seconda guerra mondiale l’Italia si è risollevata parecchio dalle macerie causate dal conflitto, avrebbe potuto volare ma si è preferito crearne di nuove che potevano essere utili per la mangiatoia dei soliti ignoti: tutti dentro senza nessuna esclusione, chi più chi meno. Con l’avvento dell’Europa le cose si sono semplificate, bastava chiedere e i soldi arrivavano. Purtroppo ahimè per noi, hanno cominciato a farci le pulci. Se mi chiedi finanziamenti per opere importanti e necessarie e poi li spendi per coprire qualche buco fatto con finanziaria leggerezza, una , due volte, poi casca l’asino. E’ un po’ quello che sta succedendo con questi famosi 174 miliardi in arrivo, c’è chi si è già messo il tovagliolo intorno al collo e ha affilato il coltello per ritagliare meglio le parti. Quindi è giusto sapere dove vanno a finire, basta presentare un buon piano documentato e tutto torna nella norma. Ma se lo presenti in Parlamento forse a Pasqua dell’anno prossimo ne vediamo i risultati, meglio coinvolgere tutti in modo che ogni uno si prenda la sua fetta di responsabilità. Forse “Stati generali” è stata una frase troppo ardita ma anche paragonarli alla Rivoluzione Francese dai… Forse che a qualcuno importa di quei, una volta quattro disgraziati che morivano di fame, diventati adesso qualche milione senza nessuna copertura sociale? Forse che ai signori burocrati della pubblica amministrazione interessa se i soldi arrivano adesso fra una settimana, un mese, o quando? Sono 50 anni che l’Italia è bloccata per questi motivi e nessuno mai è riuscito a risolvere nulla ovvio con il dovuto rispetto per le eccezioni. E dopo la burocrazia, l’economia con le banche che guardano solo al profitto e gli industriali che vogliono produrre sempre di più e che in questi momenti pretendono aiuti sicuramente necessari ma che non riescono ad entrare in quel sottobosco di miseria dove ormai naviga il paese. Provassero a rimettersi in gioco magari con qualche sacrificio come stanno facendo tutti. Concludo con i nostri ineffabili politici, con quella voglia spaziale di presenziare, dimostrare che sono più bravi di tutti, che si apre di tutto e di più, che il contagio c’era e adesso c’è ancora ma meno, insomma basta convincere chi continua a credere all’assurdo problema della pandemia e finalmente rassicurato, può tornare alla normalità… Basta mi fermo. Io voglio credere, sperare, che la parte sana, di cervello intendo dire , di questo disgraziato paese, riesca ancora una volta ad avere ragione delle tante troppe sciagure che gli cadono addosso regolarmente. Ma mi viene da dire spontaneamente: arrivederci a questo autunno.

    Francesco Danieletto

  2. Caro Vincenzo, leggo questa tua ultima fatica e, come sempre, devo, e dico devo, farti i complimenti per l’impostazione che sempre dai ai tuoi articoli, alle tue interviste, per la scelta delle figure umane che decidi di intervistare per gli input che sai offrire.
    È evidente che non siamo tutti uguali e tu lo dimostri ogni volta che prendi la “penna” in mano.
    Nel caleidoscopio delle odierne provocazioni, sei riuscito ad enucleare dalle parole dei tuoi ospiti i più profondi recessi della loro anima, che, ad onor del vero, essi ti hanno esternato con competenza, lucidità e profondo sentimento.
    Il ventaglio delle considerazioni hanno evidenziato gli aspetti più oscuri della pandemia che ognuno di noi ha vissuto, i timori, le paure finanche, che hanno marchiato il nostro modo di vivere e di sentire verso noi stessi ed i nostri affetti più cari.
    Le considerazioni della studentessa mi confermano nella mia personale convinzione del divario che separa le ultime generazioni dalle precedenti, un solco difficile da colmare, prodotto dal modus vivendi degli ultimi trent’anni.
    Non conoscere il passato prossimo impedisce ai più giovani di poter fare paragoni e, quindi, scegliere. Ma non tutto è perduto, infatti, Lara Iacono, collocandosi, come lei stessa dice, nella fase di mezzo, ha potuto assaporare sentimenti, atmosfere e comportamenti che molti suoi coetanei non hanno avuto occasione di poter apprezzare.
    Dalle riflessioni che i tuoi scritti fanno lievitare nel pensiero del lettore, può dedursene, da incorreggibile ottimista e sognatore, che non tutto è perduto, il futuro dovrà far affiorare aspetti positivi in tutti noi che sapremo cogliere occasione per “tornare a riveder le stelle”.

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