“A tu per tu con…” le abitudini di vita al tempo del virus

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le abitudini di vita del Paese Italia

in clima di COVID-19

L’emergenza sanitaria da COVID-19 non ha risparmiato nessuno, ha coinvolto l’intero Paese Italia ad ogni livello e conseguentemente ha creato preoccupazione, allarme, confusione in quasi tutti gli strati della società.

Le nostre abitudini di vita, scolastiche, lavorative, sociali hanno subito un brusco cambiamento con ripercussioni notevoli e negative sulla vita di adulti, bambini, anziani e persone fragili.

Queste negatività sono alla base del sentirsi preda della tristezza, dello spavento, della solitudine, dell’impotenza, di disagi vari.

Ecco perché è necessario non lasciarsi prendere dalla pigrizia, dal bivacco permanente sul divano e conservare uno stile di vita il più possibile sano.

Prestare attenzione al mangiare, arricchire il quotidiano con esercizi fisici, con attività culturali, con il tessere vecchie e nuove amicizie, con il ricordo di vecchie avversità e di come sono state superate e vinte.

Tenere la mente occupata con lettura di libri, con il riordino delle nostre biblioteche piccole o grandi, con la sistemazione dei nostri vecchi giochi, dei nostri ripostigli, la visione di vecchi video e dei nostri album di fotografie.

Dedicarsi in maniera più confortevole ai propri figli, soprattutto se minori e ancora in casa rendendoli partecipi con le giuste parole dell’emergenza sanitaria in atto, senza alimentare inutili e sciocchi “tabù”.

Impresa facile a scrivere, difficile a concretizzare, me ne rendo conto!

E’ necessario farlo, però, visto il cambio di vita che c’è già stato e quello che ci aspetta.

Parole, gesti, discorsi, ammiccamenti rassicuranti e utili a rafforzare i propri muscoli mentali e rendere i bambini, i ragazzi pienamente consapevoli dello tsunami che ci è piovuto addosso, anche con l’aiuto delle nuove tecnologie di comunicazione e informazione.

Va detto, al riguardo, che sono molti i bambini, i ragazzi che non hanno ancora accesso ai dispositivi digitali per l’interazione con i coetanei e la continuazione degli apprendimenti.

Un grave problema sociale che va risolto quanto prima per non accentuare le disuguaglianze durante periodi di crisi come l’attuale e peggiorarle dopo.

Con l’augurio che questo divario digitale venga colmato il prima possibile continuiamo il nostro viaggio per l’Italia per scandagliare sempre più il suo cuore e le sue emozioni.

E la nostra prima tappa virtuale taglia il traguardo, e non poteva essere diversamente, visto il nostro incipit, ad Alcamo dove incontriamo per assegnargli un mini tema:

Francesco Leone di Alcamo, 10 anni, frequenta la Va elementare presso I. C. “Maria Montessori”

Descrivi come hai trascorso la Pasquetta

Alcamo, 13 aprile 2020

Stamattina mi sono alzato verso le 10.

Ho bevuto il cappuccino.

A pranzo ho mangiato le patate bollite. Le ha preparate mio papà.

Quest’anno non siamo andati a Roma perché c’è il Coronavirus e non si poteva partire.

Speriamo che il prossimo anno sia diverso.

Patrizia Lova di Salerno, 49 anni

Questi sono giorni che mettono a dura prova le emozioni che rimarranno nella storia della vita di ognuno di noi.

Ricorderemo e racconteremo ai nostri posteri di come la solitudine è diventata la migliore amica di se stessi.

La conoscenza più profonda dell’anima sarà la rinascita di ognuno di noi e ne prenderemo atto.

Le persone cominceranno a capire che quelle più forti non lo sono, anzi sono quelle che donano e cercano amore in tutto quello che le circonda, nascondono le lacrime dietro a un sorriso, pronte ad aiutare chiunque, nonostante hanno una vita tumultuosa che nessuno vede.

La natura sta prendendo nuovamente colore, i mari, i fiumi, i laghi, l’aria, la Terra riprende il suo status.

Ricordiamocelo quando tutto questo sarà finito, proteggiamo quello che abbiamo ricreato, il valore della famiglia, degli affetti, siamo polvere che torna alla terra in un attimo.

Sarà un cambiamento e rinnovamento del mondo mai visto e letto da nessuna parte, scriveremo pagine di storia nuove, ne usciremo cambiati, ma vinceremo.

Francesca Dellorusso di Mariotto, 32 anni, infermiere presso l’Ospedale San Raffaele

Toglietemi tutto, ma non la speranza…

La speranza che ce la faremo, che, uniti nella difficoltà, riusciremo ad abbracciarci, baciarci, coccolarci ancora.

In quest’incubo, che sembra interminabile, mi ritrovo più volte ad essere sola con le mie paure e le mie debolezze.

Insieme ad un mostro invisibile che ci ha stravolto la vita, insediandosi silenziosamente nei nostri appartamenti.

Quel mostro che ci guarda uno a uno, ci osserva e decide giorno dopo giorno cosa fare di noi.

Noi che siamo diventati così piccoli, così fragili, così uguali.

La sensazione di trovarsi in un labirinto senza via d’uscita ha accompagnato le mie giornate…

Lo chiamano così ”Il virus che toglie il fiato”… e te lo toglie davvero!

Insieme agli affetti e alle parole di conforto di un familiare che ti vorrebbe vedere anche solo per uno sguardo.

Il virus che ci ha imposto l’alt, che ci ha di fatto obbligati a fare i conti con quello che più conta nella vita, che ci ha messi in ginocchio, nell’angolo e ci ha tolto la libertà.

In ogni caso combatteremo in trincea fino alla fine.

Anche quando mancheranno le energie e la stanchezza prenderà il sopravvento.

E ora dalla mia parte c’è una bellissima esperienza… i pazienti hanno un nome.

Hanno una storia che pian piano racconteranno, quando prenderanno completamente fiato.

Sono mogli, madri, nonne, zie, mariti, figli, nipoti…e hanno tutti la stessa voglia, la voglia di tornare a casa.

Un po’ come noi costretti a rimanere lontani da tutti gli aggetti più cari.

Ho un grande desiderio di abbracciare tutti nella sofferenza e non sentirmi più obbligata a non farlo.

Osservo i pazienti con gli occhi pieni di speranza ma gonfi di sorriso, nonostante quella dannata mascherina.

Gioisco con voi e per voi ad ogni piccolissimo ma grandioso miglioramento.

Ce la faremo.

Anonima, residente in Calabria, 53 anni, casalinga ovvero… la professione dell’arrangiarsi quotidianamente

Buongiorno, Vincenzo…

Mi chiedi di scrivere una riflessione…

In questo periodo ci sono pensieri… tanti pensieri che invadono la mia mente, tante domande che generano frustrazione e riducono la razionalità e la capacità di affrontare la quotidianità che ci è stata imposta… che ci costringe a vivere in stand- by nelle mura di casa, per chi una casa ce l’ha.

E’ difficile dare un ordine a questi pensieri.

Penso ai miei figli che sono lontani: vivono a Londra e sono senza lavoro, mia figlia è costretta questo mese a lasciare la casa.

I miei nipoti che futuro avranno?

Sento spesso in televisione la frase: “Siamo sulla stessa barca”.

Questo mi irrita notevolmente.

Non siamo sulla stessa barca ma viviamo la stessa tempesta, viviamo, lottiamo ogni giorno lo stesso virus.

La barca, però, non è la stessa, è ben diversa!

I grandi viaggiano con tutti i confort, i comuni mortali sulla barca dell’arrangiarsi. La mia barca può affondare, quella dei grandi uomini, no!

Mio marito lavora nel supermercato, lo stipendio non viene pagato regolarmente ma le bollette devono essere pagate.

Problemi di tutti in questo momento difficile, e non sto ad elencare i tantissimi altri disagi delle persone senza famiglia che, per esempio, guardano nell’immondizia per sopravvivere.

Riflessione…

Per qualcuno la quarantena è buona cosa, è momento di riconciliazione, di pace, di riposo, di ferie…

Per altri no!!!

Subiscono ancora di più la violenza familiare…

Per altri è crisi.

Viviamo lo stesso momento ma con esperienze e necessità diverse.

Dimenticavo una considerazione importante: possiamo vivere senza calcio ma non senza agricoltura!

Buona giornata…

Dinuccio Lonardelli di Palombaio, Bari, 73 anni, pensionato

Siamo già ad aprile inoltrato, nel cielo limpido e azzurro di Palombaio non c’è traccia di rondini: dovevano esserci già da un bel po’!

Hanno forse cambiato destinazione?

Chissà!
Le rondini ti riportano al tempo della spensieratezza di noi ragazzi quando, dopo aver fatto i compiti, nei pomeriggi caldi del mese di marzo, andavamo a sederci sul “pontcidd” (ponticello) del sagrato della Chiesa, per ammirare il loro vortiginoso volo intorno al campanile e il loro garrire che allietava i nostri sguardi rivolti verso l’azzurro cielo.

Era affascinante vedere i volteggi vorticosi di questi piccoli uccelli, “le rondini”.

Mai si scontravano tra loro, mai si posavano, a volte sembrava che il volo radente verso il basso fosse per salutarci e per dirci: ”Ammirate quanto siamo brave con le ns evoluzioni”.

Noi eravamo lì seduti a goderci le acrobazie, magari scommettendo, con un pizzico di cattiveria, sull’eventuale a voler scontro in volo.

Ascoltavamo il loro garrire rumoroso ma festoso.

Così passava l’estate!

Arrivava settembre e l’azzurro del cielo si liberava di quelle macchie nere e chiassose: le rondini erano ritornate nei paesi caldi e un velo di tristezza scendeva in noi.

Forse perché l’estate stava per finire o forse perché a ottobre si ritornava a scuola o forse perché nel piccolo paese, circa 2500 anime, ritornava il silenzio e la speranza della successiva primavera.

Lucio Palmiotto di Giovinazzo, 67 anni, pensionato

Quando tutto sarà finito

E tornerò a sorridere

Apprezzando ancora

Le meraviglie del Creato

Riappropriandomi del mio tempo

Delle abitudini soppresse

Delle inutili o importanti cose

Che hanno accompagnato da sempre la mia vita

Dei sentimenti soffocati

Degli aneliti sospirati…

Riuscirò a ritrovare me stesso?

Ritroverò la gioia di un incontro

La curiosità delle novità

Il piacere di un viaggio

Di un tuffo nel mare

Di una risata collettiva

Di un festival in piazza?

Perché se tutto accadrà

Ad un metro o più… da me

Io non sarò più lo stesso.

Fiorella Grillo di Giovinazzo, 62 anni, paramedico

Come vedo questo momento storico?

Vorrei poterlo non vedere, perché noi lo stiamo vivendo giorno dopo giorno come se fossimo in un film.

Perché in un film può essere che le città siano deserte, le strade libere da autoveicoli, gli incroci che attraversi senza traffico, le macchine che restano parcheggiate per giorni sotto casa, che il mare si muova incessantemente senza che troppe barche lo solchino.

In un film può essere che la gente si incolonni per ore davanti al supermercato per comprare il pane ogni giorno.

In un film può essere che le malattie facciano morire le persone, tante, le più fragili ma anche chi lavora al servizio delle comunità.

In un film può essere che le famiglie si ritrovino a fare, dire, pensare cose mai fatte, mai dette, mai pensate.

Questo solo perché ci avanza tanto tempo per dirci e fare e pensare… In un film può essere che le donne non facciano shopping sfrenato, non vadano regolarmente al parrucchiere e dall’estetista….che gli uomini ruggiscano in casa come leoni in gabbia ciabattando e spargendo giornali spiegazzati  ovunque.
In un film può essere che la polizia faccia tanti posti di blocco al giorno, e che tu che guidi la tua auto  per andare al lavoro ti senta in uno stato d assedio. In un film è possibile morire…soli…senza veglie, senza fiori, senza candele, senza paramenti. Invece non è un film, è realtà quotidiana.

La stessa storia che ci fa cantare e ballare da balconi di dimore ormai troppo ristrette.

Che ci fa armare di finti sorrisi e speranze fragili con hastag comuni e bandiere tricolori.
È la storia di mascherine sulla bocca che ti tolgono il respiro.

Di mani inguantate che ti tolgono il tatto.

È soprattutto la storia di tante persone che lottano tra la vita e la morte insieme ad altre che potrebbero chiudersi in casa ma sono al fianco di chi soffre e per loro e con loro si massacrano di lavoro, di tensioni, di rischi, di paure restando ore senza bere e mangiare nulla perché bardati come mummie.

E intanto nelle nostre case facciamo gare di cucina…e ingrassiamo come polli nelle gabbie.
È storia che sarà letta in futuro… di scuole chiuse, di alunni sbandati e difficilmente impegnati da casa.

È storia di donne e uomini che cercano vie d’ uscita contro il virus.

Che cercano eroicamente strategie, vaccini, modi di azione.

È storia di una Pasqua con le chiese chiuse.

È storia di una politica che annaspa, che promette e che stoicamente sta operando senza riferimenti precedenti, almeno non recenti.

È storia la vittoria della tecnologia, di internet senza cui, oggi, saremmo tutti impazziti.
È  una storia che sarà difficile raccontare ai posteri.

Io, a mia nipote, la racconterò come una storia a lieto fine.

Perché così sarà!

Una storia a lieto fine che ha dato vita alla società dell’Amore, dove tutti lavorano per la pace, dove non c’è guerra, dove ha vinto il valore del vivere solidale in una comunità, dove la felicità non è prodotta dal consumismo.

Una società che ha bandito l’odio, il razzismo e la xenofobia.

… a cura di Vincenzo Fiore

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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