“a tu per tu con…” Domenico Fioriello e la città vecchia di Bitonto

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Nell’ottobre scorso, dopo aver appreso, dalle locali testate giornalistiche, di una interessante e originale mostra fotografica sulla città vecchia di Bitonto, che si sarebbe tenuta nella sede della redazione di “Primo Piano” della stessa città, mi ero ripromesso di passare a dare uno sguardo e lasciarne traccia su ScrepMagazine.

Purtroppo, per impegni vari, non mi fu possibile partecipare all’evento e me ne rammaricai parecchio, considerata la risonanza avuta dall’avvenimento.

Tuttavia senza lasciare nel dimenticatoio la mostra, ho cercato in tutti i modi di vederla e conoscere anche il fotografo.

E oggi, finalmente, eccomi qui nella redazione di “Primo Piano” a stretto contatto con l’autore-fotografo e con lo sguardo puntato sulle immagini che compongono la mostra fortunatamente ancora allestita.

Chi è il fotografo?

È Domenico Fioriello, nato a Bitonto dove vive e lavora.

Laureato con lode in Composizione e Progettazione Urbana presso la Facoltà di Architettura di Pescara, dopo un breve periodo di ricerca presso la stessa Università, si dedica esclusivamente all’attività professionale.

All’Architettura aggiunge in seguito l’interesse per la fotografia con cui indaga spazi, architetture e paesaggi nei loro molteplici aspetti, per tematiche e ambiti specifici, osservando sia il contesto urbano che quello rurale, da cui deriva un’approfondita conoscenza del territorio comunale di Bitonto.

Fiore –  Come nasce questa tua passione per la fotografia?

Fioriello – Sicuramente per necessità! È un interesse strettamente legato alla mia professione di architetto.

Da studente, nei primi anni di Università, per pigrizia ogniqualvolta c’era l’esigenza di presentare delle foto ricorrevo all’aiuto di mio fratello Giuseppe, che fotografava già da tempo.

Con l’esame di Progettazione 1 ho avuto modo di svolgere, in piena autonomia, un’importante ricerca sul territorio rurale di Bitonto e in particolar modo sull’ambito murgiano, chiedendo a mio fratello, in quella occasione, solo la macchina fotografica in prestito.

Nonostante non fossero foto eccezionali, venivano comunque apprezzate dagli assistenti che mi seguivano, anche perché quel materiale manipolato confluiva nel progetto che portavo avanti: è stato il principio. Per la tesi, invece, ho raccolto tante di quelle immagini, sulla linea della Ferrovia dello Stato in via di dismissione tra Casalbordino e Ortona, da essere “arruolato” come fotografo dal mio professore relatore, dopo la laurea, in una ricerca per la Regione Abruzzo sul recupero della costa Teatina.

Dopo nella professione mi è capitato in diverse occasioni di ricevere complimenti sulle mie foto, pur se da persone non addette ai lavori.

L’avvento dei social ha segnato in qualche modo la svolta: è stato fondamentale per educare sempre di più lo sguardo, imparando a guardare le cose in maniera differente, osservando e selezionando il flusso delle immagini sulla rete.

Con il lavoro fotografico sulla città vecchia di Bitonto credo di aver sviluppato ulteriormente la mia capacità di lettura dei luoghi: è stata una vera palestra. Insomma un interesse che è divenuto una pratica maturata sempre più nel tempo e in forma esclusivamente autodidatta, senza aver mai seguito corsi o workshop sulla fotografia; forse da questo deriva la mia scarsa preoccupazione per la tecnica: sono interessato più al contenuto della fotografia, ciò che in essa viene rappresentato.

 

Fiore  – Parlami di questo lavoro fotografico sulla città vecchia di Bitonto…

Fioriello – Nasce un po’ casualmente: ha inizio nel 2012 con l’intenzione di svolgere un esercizio continuo di ripresa, una sorta di allenamento da compiere nell’ ambito della città vecchia di Bitonto. Si consolida, poi, nel  tempo, con la necessità di raccontare e di rappresentare in modo più puntuale quella parte di città. Fino a trovare una più precisa definizione con l’idea di mettere insieme il materiale raccolto e di sistemarlo ordinatamente per comporre, secondo una sequenza ininterrotta, una sorta di mosaico, sovrapponibile ad un supporto planimetrico, in modo tale da configurare una mappa geografica, che fosse in grado di riprodurre nella sua interezza la città antica. Fondamentale per illustrare questo percorso ideativo, infatti, è il trittico che presenta il lavoro, composto dalla planimetria del centro antico, dalla griglia geometrica sopra ricavata e dalla mappa fotografica. Quest’ultima è ottenuta collocando le immagini nella griglia, tenendo conto della posizione geografica del luogo o dello spazio che rappresentano, ossia dove sono state raccolte.

Fiore – Mi pare di capire che la tua è stata un’idea molto originale: avevi dei riferimenti culturali da cui hai tratto ispirazione?

Fioriello – L’idea della mappa geografica è stata un’intuizione dettata comunque dalla necessità di organizzare e rendere fruibile il materiale incessantemente raccolto sul campo, a questo sicuramente ha contribuito la mia formazione di architetto. Per il resto anche se conoscevo il lavoro svolto da alcuni fotografi su alcune città, come quello di Paolo Monti su Bologna e Mario Cresci su Matera, il mio

riferimento culturale più esplicito è stato tutt’altro, ossia il lavoro “Infinito” di Luigi Ghirri, del 1974, che fotografa il cielo per un anno intero, una volta al giorno, scattando 365 foto, montandole tutte insieme su un pannello, senza però tener conto dell’ordine di esecuzione.

Fiore – Appare chiara dal tuo lavoro un’analisi molto profonda della struttura urbana della città vecchia, colta e rappresentata con un’attenzione e sensibilità fotografica non usuale con un esito davvero affascinante… qual è stato l’obiettivo che ti sei prefissato?

Fioriello – Partendo dall’insieme di riprese, inconsapevolmente, è venuta fuori un’analisi dei vari luoghi, che successivamente mi ha portato alla scomposizione del primitivo nucleo della città, con il suo compatto   tessuto   edilizio   e   la   sua   labirintica   conformazione   urbanistica,   in   un’astratta   griglia geometrica, su cui ordinare e tessere una narrazione iconografica urbana, esposta attraverso un insieme di frammenti, che, in successione, avrebbero raffigurato   e delineato, nei suoi elementi essenziali, la parte più antica della città, ritratta però secondo una visione più idealizzata, mitizzata e resa meno conforme alla realtà. Non a caso in tanti fanno fatica a riconoscere, attraverso le immagini, la città vecchia di Bitonto. Il risultato rappresenta una sorta di “manualetto d’istruzione” per la lettura e la comprensione di quella parte di città, in cui sono analizzati spazi ed ambiti nelle loro caratteristiche, con similitudini e differenze. È stato molto stimolante, ad esempio, organizzare il tema delle facciate mettendo a confronto tipi simili tra loro, pur se realizzati in epoche diverse.    

 

Fiore – Trovo interessante questa lettura sulla struttura urbana della città vecchia dovuta al tuo essere innanzitutto architetto e dopo fotografo… ma qual è stato l’approccio alla tua ricerca?

Fioriello – Ho ritenuto opportuno fondare la struttura della mappa sul concetto di frammento, assunto come tratto paradigmatico sia come unità per la narrazione, sia come dettaglio della rappresentazione.

Ho evitato, quindi, intenzionalmente le viste d’insieme degli spazi, focalizzando l’attenzione, nelle inquadrature, proprio sui frammenti. Una frammentazione che, poi, oltre a restituire l’unitarietà all’insieme, ha permesso, soprattutto, il raffronto tra gli elementi ripresi, che diversamente non sarebbe stato possibile. Come, già detto, per le facciate di alcuni edifici, ma pure, per esempio,  per i portali o gli ingressi. Insomma ho lavorato sull’idea che questo lavoro fosse un caso studio e quindi era importante mettere a punto una metodologia valida per essere reiterabile e replicabile in altri contesti.

Fiore – Perché il formato quadrato delle foto?

Fioriello –  L’uso del formato quadrato era quasi d’obbligo per la sua natura regolare. È risultato il più idoneo e razionale sia alla costruzione della griglia che alla definizione dei frammenti. Considerando poi che il mosaico, ottenuto con la mappatura della città, è composto da tante tessere, che come dei pixel, che sono appunto quadrati, creano le sfumature alla narrazione.

Fiore – Da quello che vedo la mostra è composta da 32 fotografie, mentre osservando il mosaico le immagini sono tantissime. Quante sono per la precisione?

Fioriello  –  Il numero delle fotografie in mostra, ovviamente, è limitato dallo spazio a disposizione, mentre l’intero lavoro comprende 520 immagini. Un numero determinato sia dalla sagoma della griglia, scaturita dalla conformazione della città antica, che dalla misura stabilita per il singolo quadrato, dimensionato in modo tale da ottenere un risultato accettabile in fase di stampa delle varie foto, quindi considerando una grandezza del pannello di 3×3 metri, la tessera quadrata del mosaico misura 9×9 cm.

Fiore – Una riflessione… perché nelle tue foto gli spazi sono vuoti e non si vede nessuna figura umana?

Fioriello – Credo che la risposta più appropriata a tal proposito sia contenuta nell’articolo scritto per questa mostra da Pio Tarantini. Cito alcune parole che condivido appieno e faccio mie:

“Nelle sue fotografie non c’è mai nulla di superfluo, gli spazi sono vuoti per far risaltare gli edifici e gli spazi che essi contengono; le sue inquadrature paiono scenari di set cinematografici dove la vita quotidiana viene suggerita più che declamata: osservandole si resta ipnotizzati dalla apparente semplicità formale che invece è il risultato pregevole di un lungo percorso di educazione visiva e di una grande accuratezza compositiva.”

Ed è proprio così, nelle mie immagini lo spazio è il fulcro della rappresentazione, è quello ciò che conta e che mi interessa. La presenza di figure umane disturba, distrae dalla lettura dei luoghi.

Mi piace molto ricordare anche l’interpretazione data da Marino Pagano nel suo articolo scritto per la mostra su Primo Piano: “Manca l’uomo come figura, come ente fisico; non c’è l’uomo anatomico, c’è l’uomo storico, evocato.”

Fiore – Osservando il mosaico si ha una visione completa della città vecchia e l’impressione di avere in pugno la conoscenza del centro antico di Bitonto.

Fioriello – La città vecchia,  in effetti, così  illustrata, viene  descritta  nel   suo  assetto   urbanistico, nel suo palinsesto architettonico e a tratti anche nel suo aspetto   sociale, secondo un immaginario figurativo che permette la lettura della città stessa, da un macrosistema ad un microsistema, riconducibile comunque a poche tematiche: il sistema viario, fondamentale nel determinare la forma della città, nelle varie declinazioni che esso assume nel divenire piazza, slargo, strada, vicolo, corte; gli archi e le strutture voltate che articolano ulteriormente il tessuto urbano; gli edifici che con le quinte sceniche e le partiture architettoniche disegnano e connotano tutto questo sistema; i portali di chiese, di palazzi nobili o anonimi, porte urbane, porte semplici o murate, che segnano il limite tra parti diverse di città, da un luogo che da pubblico diviene privato o tra uno spazio interno ed esterno; i cortili, sia quelli aulici dei palazzi signorili, che quelli discreti delle dimore più dimesse, dignitose pur se prive di carattere architettonico; gli interni di chiese o di fabbriche rappresentative; gli elementi architettonici o scultorei di monumenti o edifici  minori; infine  la devozione, espressa  nelle  sue  varie  forme.

Fiore – Nello svolgere la tua indagine hai rilevato elementi particolarmente significativi a te prima sconosciuti?

Fioriello – Dal rilievo fotografico svolto passando al setaccio la città vecchia, emergono effettivamente degli  aspetti  a   cui   prima,   personalmente,   non   avevo   prestato   attenzione.  

Un esempio è la trasformazione urbana che si è determinata nel Cinquecento, a seguito della realizzazione dell’impianto fognario di cui la città si è dotata, quando il livello delle strade principali, dove passa la condotta, si è innalzato, in tanti casi anche di circa 2 metri, mentre i vicoli che da esse si dipartono sono rimasti alla quota originaria della città.

Questa  strutturazione, che   ha   modellato   in   maniera   incisiva   la conformazione urbana, è visibile nel lavoro attraverso tantissime immagini.

Fiore – Una curiosità… ho scoperto da poco nell’antica Bitonto la bellezza di Largo La Scesciola. Me ne vuoi parlare?

Fioriello – La Scesciola è un odonimo che mi ha sempre incuriosito, sin da piccolo, quando sui tavoli dove studiavo mi capitava spesso di avere a fianco le guide turistiche del professor Stefano Milillo, che hanno esercitato su di me un certa influenza, nello stimolare la curiosità sulla conoscenza del territorio.

A casa avevamo entrambe le edizioni: la prima quella con la copertina rossa, la porta Baresana e il Castello, e l’altra verde con la chiesa di San Gaetano: all’interno vi era la foto di  largo la Scesciola, uno spazio dal nome misterioso.

Qualche anno fa Domenico Saracino, a cui sono legato da un rapporto di parentela, mi contatta per invitarmi a scrivere degli articoli per la testata giornalistica “Primo Piano”, di cui lui era vice redattore. Con un po’ di perplessità accetto, scrivendo subito un pezzo su “i lamioni” del territorio di Bitonto, di cui andavo raccogliendo il materiale.

A seguire due articoli sullo straordinario disegno del paesaggio rurale, che sono “le Matine” e “le Quote”.

Poi, finalmente, è arrivato il momento di sciogliere il nodo sulla denominazione la Scesciola, visto che nessuno, a livello locale, se ne era mai occupato.

Ho scoperto così che il termine è di derivazione araba e significa labirinto: un tema che ho sviluppato anche all’interno del progetto su la città vecchia.

Infatti con un pannello, composto da immagini che trattano questo tema, dal titolo “Spaesamento”, ho partecipato alla mostra “Getting Back”, curata da mio fratello Giuseppe, tenutasi prima a Bisceglie presso il Palazzo Tupputi e poi a Bitonto al Museo Archeologico Fondazione De Palo-Ungaro: un’opera che alla fine ho lasciato, con atto di donazione, proprio al Museo.

Fiore –  La struttura urbana dell’abitato antico della città di Bitonto è il risultato di complesse trasformazioni subite nel corso dei secoli. Me ne parli?

Fioriello  –  Il disegno urbano della città vecchia di Bitonto è stato caratterizzato, per tutto il Medioevo, dalla forma “ramificata” di matrice araba: una tipologia di labirinto ad albero, che si è sviluppata, appunto, attraverso un sistema di ramificazioni, che permane oggi in diversi brani urbani. In alcuni risulta facilmente riconoscibile come, ad esempio, nei tratti di Via Sant’Antuono o di Corte della Lucertola. In altri, meno leggibile, ma comunque evidente per le lievi alterazioni che sono state apportate, come Via Arco Pinto e Via Termite.

Appena decifrabile o addirittura del tutto persa, infine, in certi punti dove sono state più consistenti le modifiche, di varia natura, prodotte soprattutto nel Cinquecento e nel Seicento: la realizzazione dei grandi complessi conventuali e dei palazzi nobiliari, che hanno nei fatti sostituito i corpi edilizi più minuti; l’addensamento edilizio, che ha compattato il tessuto urbano, con la realizzazione di fabbriche che in diversi casi hanno ostruito alcune articolazioni; e in ultimo la costruzione degli innumerevoli archi o strutture voltate, che hanno ricucito il tessuto edilizio e ridisegnato il passaggio dagli spazi pubblici a quelli privati delle corti, che una volta erano a cielo aperto.

Tutti interventi, questi, che in qualche modo, hanno snaturato la forma ramificata.

Fiore – In quale modo l’influsso arabo ha determinato il disegno della struttura urbana dell’antica Bitonto?

Fioriello – La conformazione labirintica del nostro nucleo più antico nasce con il riferimento alla trama della città araba che, probabilmente, appartiene ad una koiné culturale urbana che è propria dell’intero Mediterraneo, in cui i quartieri appaiono, nell’insieme, abbastanza simili gli uni agli altri, con una gerarchia di strade, in cui i tracciati risultano assai spezzettati, tortuosi nell’andamento, sempre più stretti  e spesso a gomito, talvolta  in  diagonale o, anche se meno frequentemente,  curvilinei, intersecanti viuzze e vicoli, spesso ad albero, o a “cul de sac”, passando dal pubblico al privato mediante una fitta trama di cortili, intorno ai quali si dispongono le case.

Fiore – Hai pensato ad una pubblicazione di un catalogo che raccolga tutto il  materiale fotografico del tuo lavoro?

Fioriello  – Si, certo! La mostra resta pur sempre un evento effimero, mentre il catalogo lascia una traccia di quello che si è prodotto nel tempo. Peraltro penso che un catalogo sia l’unico modo per illustrare nel suo insieme e in maniera completa ed esaustiva questo tipo di lavoro, che presenta un certa complessità per gli intrecci di letture a cui si predispone. Ci sto lavorando da tempo, cercando di sistemare il materiale per temi, in modo da offrire una lettura differente da quella che si ha con la visione della mappa. 

Purtroppo non sono giunto ad una definizione finale, perché questo richiede ancora altro tempo da dedicare e certamente anche il contributo e il coinvolgimento di altre figure, come un grafico.

Con questo obiettivo per di più ho chiesto a personalità autorevoli anche dei testi

critici. Per adesso mi consola il fatto che una piccola parte rappresentativa di questo lavoro sia apparso su DERIVE 2019|1 un rivista fotografica edita da Blurb e curata da Fulvio Bortolozzo, il quale ha pubblicato anche altre mie serie fotografiche su REST e FZINE. Un vero onore per me.

Fiore –  L’impatto comunicativo della mappa devo ammettere è sorprendente e molto forte! Non credi che questo lavoro sia meritevole di una giusta visibilità magari con un allestimento permanente presso dei locali di proprietà comunale?

Fioriello – Me lo auguro, mi fa piacere che   il riconoscimento del valore iconico della mappa visiva è arrivato da più parti: lo ha evidenziato Carlo Garzia durante le presentazione di questa mostra, ma ha colpito favorevolmente anche Aldo Patruno, direttore del Dipartimento Cultura e Turismo della Regione Puglia, al vernissage della Mostra “Apulia, Mystères des Pouilles entre pierres, terre et mer” che si sta svolgendo presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, curata dalla bitontina Francesca Marocchino, a cui ho avuto il piacere di partecipare.

Con la mappa della città vecchia credo di aver disegnato quasi un logo della città di Bitonto, il suo cuore pulsante, quindi a maggior ragione potrebbe essere esposta nei luoghi rappresentativi della città. Anzi, per dirla tutta, visto che non esistono altri casi simili in giro, non sarebbe neanche sbagliato affiggere l’immagine della mappa nelle aule delle scuole, per stimolare nei ragazzi la conoscenza della città vecchia.

Fiore – La mostra è stata presentata dal fotografo barese Carlo Garzia, tra i fondatori e principali animatori di importanti realtà fotografiche del capoluogo pugliese come Spazio Immagine e La Corte, e dal prof. Nicola Pice, figura ben più nota sul nostro territorio. Come mai questa scelta?

Fioriello – Per l’evento ho voluto coinvolgere Carlo Garzia, perché lo considero  un maestro e un punto di riferimento, oltre a riconoscerne l’autorevolezza nel campo della fotografia e la vasta cultura.

Non a caso è stato il primo a cui ho fatto vedere il mio lavoro. Avevo chiesto a lui un giudizio critico sul progetto in una giornata in cui, per fotografare, si era fermato a pranzo qui a Bitonto, e quindi  mi è sembrato doveroso invitarlo a presentare il lavoro.

Così allo stesso modo anche il prof. Nicola Pice, indiscusso uomo di cultura della nostra città e persona dalla visione lungimirante, e secondo ad aver visto il lavoro. Mi sono rimaste impresse le sue parole durante quell’incontro: “Se fossi in questo momento il sindaco di Bitonto avrei acquisito tutto il lavoro”.

Parole che mi hanno fatto un certo effetto e soprattutto hanno dato un gran senso a quello che ho fatto. Seppur con un taglio diverso, entrambi gli interventi sono stati incentrati sulla lettura della mappa, Garzia in apertura ne ha evidenziato il valore iconico, mentre Pice in chiusura, da grecista, ha parlato di mappa topo-fotografica: un termine direi abbastanza appropriato per il tipo di progetto.

Infine, anche se non appare nella locandina della mostra, vorrei ricordare il coinvolgimento di Domenico Saracino, terzo a vedere il lavoro.

Abbiamo organizzato, durante l’esposizione della mostra, un incontro, che si è rivelato, al pari degli altri, altrettanto interessante, in cui tra gli spunti di riflessione si è discusso dei punti in comune con il lavoro di Paolo Monti su Bologna e quello di Mario Cresci su Matera.

Fiore – Siamo quasi al termine di questa conversazione che concludo con tre complimenti!

Il primo: congratulazioni per le pubblicazioni sui progetti editoriali come REST, DERIVE, FZINE di Fulvio Bortolozzo, autore di spicco della fotografia italiana e fervido operatore culturale che, con la sua attività da curatore, cerca di lasciare una traccia ben precisa nel panorama fotografico nazionale scegliendo con grande coerenza e solerzia serie fotografiche di lavori, che diversamente non avrebbero spazio e visibilità…

Fioriello – Grazie! Ho avuto modo di conoscere Fulvio attraverso i social con i post sui suoi straordinari notturni, le immagini tratte dalla magnifica serie “Olimpia”, sul paesaggio urbano della nuova Torino olimpica, e la serie “Shift”, sul territorio di Bari e provincia.

Grazie a Fulvio, che svolge un’operazione molto selettiva nella scelta delle serie fotografiche e che ha creduto sempre nei lavori da me proposti, si è concretizzato un progetto che perseguivo da tempo, ovvero, raccontare la città e il suo territorio per ambiti, attraverso serie fotografiche pubblicate, nelle varie forme editoriali da lui curate.

Così con ben 4 pubblicazioni ho cercato di far conoscere la città di Bitonto e il suo territorio: come già detto la città vecchia appare su DERIVE 2019|1; mentre la parte storica della città su FZINE 1; la periferia urbana su REST 22 e il paesaggio campestre su REST 24.

Un discorso a parte, poi, merita il lavoro sull’Ina Casa di Bitonto pubblicato su REST 12.

Fiore –  Il secondo: con questo lavoro e questa mostra hai scritto un bellissimo libro di storia sulla città: il testo poetico, che vien fuori dall’essenzialità e dalla semplicità delle tue immagini, è capace di suscitare, invece, grandi emozioni e suggestioni, e dona davvero lustro e splendore alla città vecchia.

Fioriello – Ti ringrazio, ma penso che sia opportuno ringraziare anche Mimmo Larovere, direttore di “Primo Piano”, che ha voluto con insistenza la mostra qui nella sede della redazione che, come lui stesso più volte ha avuto modo di ribadire, rimane comunque aperta e disponibile anche ad altri eventi culturali. Mimmo ci teneva tantissimo non solo a realizzare la mia prima personale, ma che in questo luogo fosse allestito, per la prima volta, il mio progetto.

Devo ringraziare lui che mi ha dato questa possibilità, ed è certo merito suo, insomma, se oggi siamo qui a parlarne. 

Fiore – Il terzo: congratulazioni per la tua partecipazione dal 4 luglio al 28 settembre 2022, col lavoro “La città vecchia” [Bitonto 2012-2018] alla Mostra “Apulia, Mystères des Pouilles entre pierres, terre et mer” presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, curata dalla bitontina Francesca Marocchino.

Fioriello – Grazie ancora. Poter rappresentare l’immagine della nostra città all’estero anche con il mio lavoro è stata veramente un’esperienza senza precedenti, un’emozione indescrivibile, oltre che un immenso onore e una grande soddisfazione partecipare alla mostra.

Ho ricevuto davvero tantissimi apprezzamenti, ma è stato, soprattutto, molto toccante rilevare l’entusiasmo con cui è stata accolta la mappa topo-fotografica dal pubblico francese: come dicevano i latini “Nemo propheta in patria”.

Naturalmente devo ringraziare ancora una volta la curatrice Francesca Marocchino, che ha creduto moltissimo nel mio progetto, è rimasta da sempre affascinata, sin dalla sua prima visione.

Per questo motivo ha voluto a Parigi non solo il mio lavoro, ma anche la mia presenza fisica all’inaugurazione della mostra.

È doveroso ringraziare anche il prof. Nicola Pice, senza il quale tutto ciò non sarebbe stato possibile se non avesse segnalato alla Marocchino il mio lavoro.

Fiore – E io ringrazio te per il tempo dedicatomi e per avermi dato la possibilità di “osservare e guardare” la tua mostra… Alla prossima e ad maiora…

Fioriello – Per me è stato un piacere conoscerti ed entrare a far parte della famiglia dei tuoi intervistati per ScrepMagazine!

“a tu per tu con…” Domenico Fioriello e la città vecchia di Bitonto

… a cura di Vincenzo Fiore

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

 

 

 

 

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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